Lavoriamo nei campi e neanche un ciao. La frase virale usata per ingannare i boomer con immagini IA su Facebook

Lavoriamo nei campi e neanche un ciao. La frase virale usata per ingannare i boomer con immagini IA su Facebook

“Lavoriamo nei campi e neanche un ciao.” È la frase che accompagna una delle tante immagini che da settimane invadono Facebook. Volti stanchi, lacrime, ricordi: tutto pensato per toccare il cuore e strappare un like. Ma quelle persone non esistono. Sono generate con l’intelligenza artificiale, costruite su misura per un pubblico che ci casca: gli utenti più anziani, spesso poco alfabetizzati digitalmente, quelli che commentano “amen” e condividono tutto. E così una foto finta diventa virale, un’emozione inventata genera traffico, e chi la pubblica incassa soldi veri.

Un bambino che disegna, un contadino che guarda il tramonto: chi sono davvero queste persone?

Su Facebook compaiono ogni giorno volti nuovi. Facce scavate dal tempo, mani sporche di terra, occhi malinconici. Le didascalie sono studiate per suscitare pietà o nostalgia: “Questo è il mio primo disegno, non siate troppo severi”, oppure “Nemmeno un ciao, solo perché lavoriamo nei campi”. Immagini che sembrano fotografie vere, ma che in realtà sono costruzioni artificiali. Software come Midjourney, DALL·E e simili generano questi contenuti in pochi secondi. Nessuno dei soggetti è reale. Eppure, per milioni di utenti, è tutto autentico.

Facebook, il bar digitale della terza età

Il social di Meta resta il preferito dagli over 60, gli stessi che in molti casi si muovono con difficoltà tra le logiche della rete e i meccanismi delle piattaforme. Sono utenti che reagiscono d’istinto, che non verificano le fonti, che vivono i post con un coinvolgimento emotivo molto alto. E per chi crea contenuti a scopo di lucro, è un target perfetto. Basta combinare l’elemento visivo e il sottotesto morale o religioso, e il post è pronto a esplodere.

Il bonus che paga le emozioni: come Facebook trasforma i like in denaro

Meta ha introdotto uno strumento che consente a determinate pagine di monetizzare il traffico: il cosiddetto “bonus prestazioni”. Ogni like, commento e condivisione aumenta la visibilità del contenuto e, per chi rientra nel programma, genera entrate reali. Questo ha dato origine a una vera e propria economia del contenuto emotivo. Non si tratta più di post amatoriali, ma di operazioni programmate, talvolta condotte da agenzie digitali che pubblicano decine di contenuti al giorno con l’unico obiettivo di generare interazioni.

Dal passato mitizzato ai messaggi politici nascosti

Non è solo questione di nostalgia. Dietro queste immagini si nasconde spesso una strategia più profonda: veicolare messaggi reazionari, promuovere una visione del mondo idealizzata, dove “prima era tutto meglio” e “i giovani di oggi non hanno valori”. Un frame perfetto per alimentare ideologie conservatrici, con messaggi appena accennati ma facilmente decifrabili. Lo si è visto chiaramente durante l’ultima campagna elettorale per le europee: il profilo di Matteo Salvini ha usato immagini generate con IA, impaginate in formato card per comunicare messaggi chiari, emotivi, immediati.

Tra miracoli kitsch e drammi inventati: l’altra faccia del virale

Accanto ai post nostalgici, proliferano contenuti a sfondo religioso o pietista: video di Madonne luminose che appaiono sulla soglia di casa, Gesù che piange e provoca inondazioni, bambini senza gambe che chiedono un like per il compleanno. Spesso vengono condivisi da utenti sinceramente convinti, altre volte da chi li trova grotteschi. Ma la dinamica è sempre la stessa: più interazioni, più visibilità, più guadagni.

Quando la disinformazione fa guadagnare più dei contenuti veri

Mentre i contenuti politici e sociali vengono penalizzati dagli algoritmi, quelli emotivi – anche se costruiti su immagini false – vengono premiati. Tengono le persone sulla piattaforma, stimolano commenti, attivano le condivisioni. E alla fine fanno guadagnare chi li pubblica. È il paradosso perfetto: un contenuto finto e costruito bene può fruttare più di un’inchiesta o di un reportage vero.

Il problema non è solo tecnico. È culturale. Milioni di utenti non hanno più gli strumenti per distinguere una storia autentica da una fabbricata. Confondono il verosimile con il reale. E questo rende il fenomeno ancora più pericoloso. Perché la prossima foto che ci commuoverà potrebbe non essere mai esistita.

Giovanni Scafoglio

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