Si chiama Camilla Spezza, la più giovane laureata d’Italia. La neo dottoressa aquilana ha 20 anni e il 18 febbraio 2025, presso l’Università di Pisa, ha conseguito la laurea triennale in Filosofia con una tesi su “Thaumazein, thinking, pluralità. Filosofia e politica nella riflessione di Hannah Arendt”. Camilla nasce in una famiglia dove la cultura ha sempre ricoperto un ruolo centrale e dove la presenza pervasiva dei libri ha instillato in lei il seme della curiosità, sbocciato poi nella passione per la conoscenza e per lo studio. Ed è grazie a questa tellurica passione che si ritrova laureata a 20 anni.
Camilla Spezza è la più giovane laureata d’Italia: lo studio come atto salvifico e non sacrificale
La sua storia mi ha incuriosito non per le tempistiche record di cui parlano e scrivono molti giornali. La storia di Camilla affascina perché è una testimonianza di amore per la cultura, perché viviamo un tempo in cui molti giovani frequentano l‘università come un atto sacrificale. Lei, invece, vive lo studio come un atto salvifico, perché è nella conoscenza che ha trovato il significato delle cose. Questo è il suo vero record. Ho chiesto a Camilla di rispondere a qualche domanda per conoscere meglio la sua storia, le origini del suo imprinting e del suo sguardo emotivo sul mondo.
-Camilla, sei tra i laureati più giovani d’Italia: cosa ti rende più orgogliosa?
Non è tanto il traguardo a rendermi orgogliosa, quanto il percorso. Non avevo programmato tali tempistiche. Il risultato a cui sono arrivata è stato l’esito spontaneo di una passione smisurata, di un grande impegno, di una curiosità forte. Imparare è uno dei motori della mia vita. Credo che ognuno di noi ricerchi il senso della propria esistenza in qualcosa. Il mio è esplorare, attraverso le parole, i concetti, le immagini discorsive del mondo che ci circonda. Indagare una complessità che l’uomo fatica a comprendere e che appare perciò, ai miei occhi, ancora più preziosa e rilevante. Sono felice di questo: di possedere una sensibilità emotiva e una curiosità che mi permettono di interrogarmi attorno alle cose e di dare valore alle persone. I titoli sono soddisfacenti, importanti sul piano lavorativo, ma lasciano il tempo che trovano.
-Quali sono i fattori determinanti nel raggiungimento di un traguardo così importante alla tua età?
-Ho iniziato il percorso formativo un anno prima e questo ha facilitato, senza dubbio, le cose. Ma non è stato sufficiente. Determinante è stato l’impegno. Concludere un percorso triennale in due anni, frequentando due università contemporaneamente, richiede tanta applicazione e passione. E molti sacrifici. Non voglio, in ogni caso, che dalla mia storia scaturiscano consigli fuorvianti. Non sono qui per diffondere la retorica del merito. Il mio unico messaggio è: l’impegno restituisce risultati e soddisfazioni. Per il resto, ognuno ha i suoi tempi, le sue passioni. Non dobbiamo omologarci tutti a tempistiche da record o sviluppare un amore smodato per lo studio. La diversità che ci differenzia è il valore più grande di cui disponiamo.
-Nel corso della tua vita, quale figura ha avuto su di te uno sguardo profetico, aiutandoti a capire quali fossero le tue inclinazioni?
-Il contesto in cui viviamo ci plasma, inevitabilmente. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui alla cultura, non al semplice studio, è sempre stata data tanta importanza. La guida di mia madre, che ha trascorso ore a leggere storie e libri per me quando ero troppo piccola per farlo da sola, è stata essenziale. Da lì ho capito l’importanza della cultura. Insegnamenti che si sono uniti, probabilmente, ad una predisposizione naturale. Sono sempre stata una bambina curiosa, sognatrice, estasiata di fronte allo spettacolo della vita, stimolata da domande dal carattere piuttosto esistenziale. Pian piano, ho proiettato tutto ciò nello studio. Ho trasformato la mia curiosità in sete di conoscenza. Un incontro speciale, quello con la mia insegnante di filosofia del liceo, è stato, poi, determinante per capire quale fosse la mia strada. I docenti hanno, sulle vite dei loro studenti, un potere molto più grande di quanto si possa credere!
-Cosa ti ha spinto ad intraprendere gli studi umanistici? E secondo te, qual è il valore aggiunto delle discipline classiche in un mondo contemporaneo dominato dall’algoritmo e dall’incedere dell’intelligenza artificiale generativa?
-A mio avviso, è erroneo e pericoloso inserire in una dicotomia discipline umanistiche e scientifiche. Sarebbe molto più proficuo e benefico ripensare alla loro complementarietà. Le tecniche sono centrali al giorno d’oggi, ma necessitano di creatività e spirito critico. E questo è un contributo che solo la filosofia e gli studi umanistici possono donare. Di fronte ad un progresso che incede rapidamente e con esiti, spesso, assai discutibili, è bene non dimenticare l’importanza di interrogarsi attorno alle cose, di mettere in discussione ciò che sembra giusto solo perché è consolidato. Senza i continui interrogativi che filosofia e letteratura propongono, anche la scienza faticherebbe a trovare risposte nuove e attuali. È la collaborazione tra discipline e prospettive ciò che, oggi più che mai, può fare la differenza.
-Siamo immersi in un tempo che offre tante possibilità di scelta, in una società che impone modelli di perfezione e che sembra non tollerare errori e rallentamenti. Cosa consiglieresti ai tuoi coetanei e a tutti i giovani che hanno paura del futuro? Come pensi si possa trasformare l’ansia in passione?
-La perfezione non esiste. E l’ansia cronica logora l’anima. La paura, in piccole dosi, fa bene, perché rende più consapevoli. È fondamentale, però, non lasciarsi sopraffare. Il mondo in cui viviamo non ci aiuta, spesso dà input sbagliati. Il segreto, dal mio punto di vista, è non lasciarsi condizionare. Ai miei coetanei dico: seguite la passioni, non gli standard, né le mode. Siete al mondo per realizzare i vostri sogni, per portare avanti i vostri obiettivi. Non per compiacere le aspettative altrui. Studiate perché amate farlo, non perché dovete. Raggiungete i traguardi perché siete appassionati, non perché altrimenti resterete senza lavoro. Velocizzate i tempi, se ve la sentite e vi fa piacere, per provare a superare i vostri limiti, non per competere con altri. Nessuno è o potrà mai diventare perfetto. Possiamo, ciascuno a modo proprio, fare la nostra parte. E non c’è cosa più preziosa di questa, per noi stessi e per chi ci circonda.
-Come nasce l’idea di scrivere una tesi sul pensiero di Hannah Arendt? Cosa rende attuale la sua filosofia?
-Arendt è una pensatrice asistematica, lontana dalla ricerca di certezze o risposte assolute. Lavora con i quesiti, i dubbi, lo spirito critico. Le sue riflessioni sorgono dai drammi novecenteschi, dagli eventi a lei contemporanei. Profumano di concretezza e attualità. Mostrano che il pensiero non è, poi, così distante dal reale. Al contrario, si nutre di problemi tangibili, di questioni storiche e quesiti etici autentici. Seguire le orme arendtiane significa credere nella compatibilità tra pensiero e realtà. E lasciare aperta la porta alla possibilità di un philosophein che non rigetti il reale, ma sia portavoce delle sue esigenze e valorizzi il mondo nella sua infinita complessità e problematicità.
-Quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa sogni di fare “di grande”?
-Sogno di continuare a dedicarmi allo studio e alla ricerca. Intraprendere una carriera accademica è, al momento, il mio piano per il futuro. Ma non escludo altre possibilità. Il mondo è ricco di stimoli e opportunità preziose!
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