Perché Trump ha già perso le elezioni di Mid Term

La lettera di Trump inviata al premier norvegese per la mancata assegnazione del Nobel e sulla Groenladina analizzata da una iA avanzata

Il prossimo 3 novembre 2026, negli Stati Uniti, gli elettori torneranno alle urne per decidere gli esiti delle elezioni di medio termine. Cosa vuol dire? Significa che negli Usa, si voterà per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 seggi del Senato. Stando agli analisti e ai sondaggi, a rischiare è il Partito Repubblicano del presidente Donald Trump, che oggi controlla entrambi i rami del Congresso. Va detto che storicamente le elezioni di medio mandato sono sempre ostiche per i presidenti in carica, ma in questo caso potrebbero portare Trump a perdere il controllo delle camere e diventare, come si dice in gergo, un’anatra zoppa. Per chi vi scrive l’esito pare abbastanza scontato se non nelle dimensioni. Trump perderà queste elezioni male, molto male o in maniera disastrosa. Perché scrivo che Trump ha già perso le elezioni? Il motivo è evidente dai sondaggi a stelle e strisce: prezzi elevati, guerra con l’Iran, promesse elettorali deluse e crescente sfiducia verso la Casa Bianca stanno allontanando una parte degli elettori che avevano votato Trump nel 2024. In più Il presidente ha di fatto trasformato queste elezioni in un vero e propio referendum sulla sua leadership. Un azzardo che potrebbe costargli caro.

Perché Trump ha già perso le elezioni di Mid Term:

Il dato politico è già evidente. Secondo il sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos del 9-13 ottobre, soltanto il 33% degli americani approva l’operato del presidente. Il 66% lo boccia. Il Pew Research Center registra un consenso ancora più basso, fermo al 30%. A meno di due settimane dal voto, le previsioni indicano una probabile sconfitta repubblicana alla Camera e una battaglia molto più aperta del previsto al Senato. Perfino Texas, Kansas e Nebraska, Stati tradizionalmente conservatori, sono in bilico, turbando in maniera significativa le notti dei conservatori.ì La domanda, dunque, riguarda le dimensioni della possibile sconfitta. Trump rischia di perdere male, malissimo o in maniera disastrosa.

Elezioni Midterm 2026: i tre scenari della sconfitta di Donald Trump

Le elezioni di medio termine sono sempre un esame per il presidente in carica. Nel 2026 si stanno trasformando in un referendum personale su Donald Trump, sulla sua politica economica e sulla guerra con l’Iran. Il modello elettorale di Decision Desk HQ, aggiornato al 18 ottobre, assegna ai Democratici il 77% di probabilità di conquistare la Camera dei Rappresentanti. Per il Senato la probabilità di una maggioranza democratica sale al 56%.

Sono percentuali che descrivono un vantaggio elettorale, non un risultato acquisito. Resta possibile che i Repubblicani conservino entrambe le Camere. Partendo dai dati disponibili, si possono individuare tre scenari di sconfitta.

  • Il primo è perdere male. Trump perde la Camera, mentre i Repubblicani conservano il Senato. Il presidente dovrà affrontare un’opposizione capace di bloccare parte delle sue leggi e avviare indagini parlamentari. La sua capacità di governare risulterà fortemente ridotta.
  • Il secondo è perdere malissimo. I Democratici conquistano sia la Camera sia il Senato. Trump perde il controllo del Congresso e si ritrova con un’opposizione in grado di ostacolare la sua agenda legislativa. Anche le nomine presidenziali, comprese quelle giudiziarie, diventerebbero molto più difficili.
  • Il terzo è perdere in maniera disastrosa. Alla perdita del Congresso si aggiungono sconfitte repubblicane in Stati considerati fino a pochi mesi fa sicuri. Texas, Kansas, Iowa e Alaska diventano decisivi. Anche una sconfitta in Nebraska avrebbe un enorme valore simbolico.

In quest’ultimo scenario, il problema andrebbe oltre la maggioranza parlamentare. Verrebbe messa in discussione la capacità di Trump di mantenere unita la coalizione che lo riportò alla Casa Bianca nel 2024. Il dato da non sottovalutare è che questa crisi si manifesta senza una crescita altrettanto travolgente della popolarità democratica. Occhio dunque a quella parte di politica, soprattutto italiana, che vedrà nella sconfitta di Trump una riscossa dei dem e un’ondata blu in arrivo. Si tratterebbe o di pressapochismo o di poca conoscenza di quanto stà avvenendo.

Sondaggi Trump ottobre 2026: perché il presidente è sceso al 30% di consenso

Sono tre i macrotemi che descrivono un presidente in grave difficoltà.

  • Il Washington Post-ABC News-Ipsos registra il 33% di approvazione e il 66% di disapprovazione. Fra gli elettori più propensi a votare, il rapporto diventa 38% contro 62%.
  • Il Pew Research Center, nella ricerca realizzata fra il 28 settembre e il 4 ottobre, rileva un consenso del 30%. Si tratta del punto più basso del secondo mandato.
  • Anche AP-NORC trova soltanto circa un terzo degli americani favorevole al presidente.

Questi numeri acquistano un significato preciso se osserviamo le intenzioni di voto.

  • Il 58% degli elettori registrati intervistati dal Washington Post preferirebbe un Congresso democratico capace di limitare il potere di Trump. Soltanto il 39% vorrebbe una maggioranza repubblicana pronta a sostenere il presidente.
  • Pew aggiunge un altro elemento. Il 44% degli elettori considera il proprio voto alle Midterm un voto contro Trump. Soltanto il 19% dichiara di votare per sostenerlo.
  • Il 72% degli americani intervistati dal Washington Post ritiene inoltre che il Paese stia andando nella direzione sbagliata.

Questi dati raccontano un fenomeno che non riguarda soltanto l’opposizione democratica. Una parte degli americani che avevano votato Trump nel 2024 ha smesso di riconoscersi nella sua presidenza. Secondo il Washington Post, il 23% dei suoi elettori del 2024 oggi disapprova il suo operato. Il 31% boccia la gestione economica e il 38% quella dell’inflazione.

Pew, con una diversa indagine, rileva che il 31% degli elettori di Trump del 2024 disapprova oggi il suo lavoro. Sono percentuali particolarmente pesanti per un presidente che ha costruito il proprio potere sulla fedeltà personale dei sostenitori.

Il costo della vita è il primo motivo di rabbia degli elettori verso Trump

Donald Trump vinse le presidenziali del 2024 promettendo di riportare prosperità nelle case americane. Benzina meno cara, alimentari accessibili, mutui convenienti e maggiore potere d’acquisto furono elementi centrali della sua campagna. Due anni dopo, l’economia è diventata il principale punto debole della Casa Bianca.

Nel sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos, soltanto il 28% degli americani approva la politica economica del presidente. Circa tre persone su quattro disapprovano la sua gestione dell’inflazione e del costo della vita. Un americano su due, precisamente il 48%, afferma di trovarsi in condizioni economiche peggiori rispetto al gennaio 2025.

Secondo il Washington Post è la percentuale più alta registrata su questa domanda dal 1986.

La ricerca AP-NORC del 1° ottobre è ancora più significativa. Il 69% degli intervistati ritiene che Trump abbia gestito il costo della vita peggio del previsto. Questa opinione è condivisa perfino dal 52% degli elettori repubblicani. Il 65% degli americani attribuisce alle politiche di Trump una responsabilità nell’aumento dei prezzi. Naturalmente, non tutti i rincari dipendono dalle scelte del presidente. Alcune difficoltà economiche erano presenti anche durante l’amministrazione Biden.

Il punto politico riguarda però le aspettative.

Trump aveva promesso un miglioramento rapido. Gli elettori lo giudicano sulla distanza fra quella promessa e ciò che pagano ogni giorno. Quando benzina, generi alimentari, bollette e mutui continuano a pesare sui bilanci familiari, anche lo slogan America First perde forza.

Guerra in Iran, dazi e benzina: come Trump ha tradito la promessa America First

La guerra con l’Iran ha aggravato una situazione economica già difficile.

La politica dei dazi commerciali ha creato nuove pressioni sui prezzi. Il conflitto in Medio Oriente ha aumentato l’incertezza sui mercati energetici, con conseguenze sui costi di trasporto e sui beni di consumo. Il dato più impressionante riguarda la benzina. Secondo il Washington Post, nel febbraio 2026, prima della guerra, il 71% degli americani considerava la benzina economicamente accessibile. A ottobre la situazione si è completamente rovesciata. Il 71% la giudica troppo cara.

Il 65% ritiene inoltre che la decisione di intraprendere l’azione militare contro l’Iran sia stata un errore. Trump aveva presentato se stesso come il presidente capace di tenere l’America lontana da nuove guerre costose. Una promessa particolarmente importante per il suo elettorato populista e conservatore.

Oggi gli americani pagano alla pompa di benzina anche le conseguenze delle tensioni internazionali: oltre due dollari in più a gallone! L’elettore che aveva scelto Trump per spendere meno e vedere meno soldati americani coinvolti nei conflitti stranieri si trova davanti a una realtà diversa.

La guerra, inoltre, ha riportato al centro della politica americana lo Stretto di Hormuz. Un passaggio marittimo lontano migliaia di chilometri dagli Stati Uniti è diventato un problema quotidiano per milioni di famiglie.

Immigrazione e deportazioni: Trump perde consenso anche sul suo tema più forte

L’immigrazione era stata uno dei principali punti di forza della campagna repubblicana del 2024. Trump aveva promesso confini più sicuri e deportazioni su larga scala. Per molti elettori rappresentava il candidato più credibile su questo tema. La situazione sta cambiando. Se da un lato la sua amministrazione ha fatto un ottimo lavoro ai confini, non si può dire che il comportamento dell’ICE sul territorio americano sia statocristallino e soprattutto che abbia danneggiato l’economia americana toccando la mano d’opera.

Il Washington Post rileva che circa sei americani su dieci disapprovano la gestione dell’immigrazione. Il 56% ritiene che le deportazioni siano andate troppo oltre. Nell’aprile 2025 questa percentuale era del 48%.

La perdita di consenso sull’immigrazione pesa perché il presidente dispone di sempre meno argomenti capaci di compensare la sfiducia economica. L’elettore può condividere il principio di una politica migratoria più severa e, allo stesso tempo, considerare eccessive le modalità adottate dall’amministrazione.

Il presidente dei ricchi: perché alcuni elettori repubblicani non si fidano più di lui

Un’altra frattura riguarda l’immagine personale di Donald Trump.

Il 66% degli americani intervistati dal Washington Post ritiene che il presidente utilizzi la carica per arricchire se stesso. Nel 2025 questa percentuale era del 56%. Il dato più significativo riguarda però il suo stesso campo politico.

Fra repubblicani e indipendenti vicini al Partito Repubblicano, la quota di chi condivide questa convinzione è salita dal 22% al 34%. Il populismo trumpiano aveva promesso di combattere le élite politiche ed economiche di Washington. Adesso una parte del suo elettorato sospetta che Trump sia diventato ciò che prometteva di combattere. Il sospetto di un presidente interessato al proprio patrimonio si aggiunge alle critiche sulla sua condotta istituzionale.

Il 66% degli intervistati lo considera troppo estremista. Almeno sei americani su dieci esprimono dubbi sul suo rispetto delle libertà democratiche, delle elezioni e dell’autorità di Congresso e tribunali.

A suo tempo, a tale proposito, scrivemmo: Secondo una analisi del New York Times Trump avrebbe usato la sua presidenza per guadagnare oltre 1,4 miliardi di dollari

Gli elettori traditi da Trump: chi sono e perché potrebbero non andare a votare

Per comprendere le elezioni di medio termine bisogna distinguere due fenomeni: cambiare partito e smettere di votare. Gli americani delusi da Trump non stanno necessariamente diventando democratici. Molti conservano le proprie idee politiche, continuano a diffidare della sinistra e non si riconoscono nel programma del Partito Democratico. Semplicemente, non hanno più la stessa voglia di sostenere Trump.

Il Washington Post registra una differenza importante nella partecipazione prevista alle elezioni. Il 75% dei Democratici dichiara di essere certo di votare o di averlo già fatto. Tra i Repubblicani la percentuale scende al 67%.

Fra i repubblicani MAGA, il 75% dichiara di voler votare con certezza. Fra quelli che non si riconoscono nel movimento MAGA, la percentuale precipita al 57%. Più di un quarto di questi ultimi preferirebbe addirittura un Congresso a maggioranza democratica. Il problema di Trump è proprio questo.

Per perdere un’elezione non serve che milioni di repubblicani diventino progressisti. Basta che una parte resti a casa, scelga un indipendente o voti contro il presidente per punirlo.

Il fenomeno è particolarmente visibile tra gli elettori ispanici. Associated Press ha raccolto testimonianze di persone che avevano votato Trump aspettandosi un’economia più forte e meno guerre. Ora si dichiarano deluse e, in alcuni casi, tradite.

  • Secondo Pew, il 74% degli elettori latini ritiene che le politiche di Trump abbiano peggiorato l’economia.
  • Anche nell’America rurale, storicamente favorevole al presidente, emergono segnali di malcontento.
  • L’inflazione, i dazi, le difficoltà economiche e la guerra in Iran hanno incrinato il rapporto con una parte della classe lavoratrice.

Il risultato può essere un elettorato repubblicano ancora numeroso, ma meno disposto a mobilitarsi.

Perché i Repubblicani rischiano quasi certamente di perdere la Camera

La Camera dei Rappresentanti è il fronte sul quale la situazione repubblicana appare più compromessa. Alle elezioni del 2024 i Repubblicani conquistarono 220 seggi contro i 215 democratici. Si tratta di una maggioranza molto ridotta. Per ottenere il controllo della Camera servono 218 seggi. Rispetto al risultato del 2024, ai Democratici basta un guadagno netto di tre collegi.

Le previsioni attuali indicano un risultato molto più favorevole.

  • Inside Elections, nell’aggiornamento del 15 ottobre, prevede un guadagno democratico compreso tra 10 e 20 seggi.
  • Decision Desk HQ assegna ai Democratici il 77% di probabilità di conquistare la Camera e una proiezione centrale di 235 seggi.
  • Il Cook Political Report ha progressivamente spostato numerosi collegi verso i Democratici. Alcuni sono territori nei quali Trump aveva ottenuto vantaggi superiori a dieci punti nel 2024.

Anche il voto nazionale conferma questa tendenza.

Il Washington Post-ABC News-Ipsos rileva un vantaggio democratico di otto punti nelle intenzioni di voto per il Congresso.

Questo dato prende il nome di generic ballot. In pratica, agli americani viene chiesto quale partito preferirebbero votare alle elezioni parlamentari, senza indicare necessariamente un candidato.

Il vantaggio democratico è consistente.

Naturalmente, negli Stati Uniti la Camera viene eletta collegio per collegio. Un risultato nazionale favorevole non garantisce automaticamente di vincere nei singoli distretti.

Contano la partecipazione, la qualità dei candidati e la distribuzione geografica dei voti. Per questo la sconfitta repubblicana non può essere considerata matematicamente certa. Tuttavia, il dato politico rimane evidente. I Repubblicani stanno difendendo collegi che fino a pochi mesi fa apparivano sicuri.

Elezioni Senato USA 2026: perché anche la maggioranza repubblicana è in pericolo

La situazione al Senato è più complessa. I Repubblicani partono da 53 seggi contro i 47 del blocco democratico, che comprende gli indipendenti alleati. Per conquistare la maggioranza, i Democratici devono guadagnare quattro seggi netti. Fino a pochi mesi fa sembrava un obiettivo particolarmente difficile. La distribuzione geografica dei seggi favoriva i Repubblicani. Adesso la situazione è cambiata.

  • Decision Desk HQ attribuisce ai Democratici il 56% di probabilità di conquistare il Senato e prevede, nello scenario centrale, una maggioranza di 51 seggi.
  • Inside Elections considera possibile un guadagno compreso fra tre e cinque seggi democratici.

Il fatto che la maggioranza sia realmente in discussione rappresenta già un problema per Trump. Gli Stati decisivi comprendono Maine, Ohio, Iowa, Alaska e Texas. Anche Kansas e South Carolina sono diventati più competitivi del previsto.

I Democratici devono però difendere seggi importanti in Georgia, Michigan e New Hampshire. Per conquistare il Senato non sarà sufficiente un buon risultato nazionale. Occorrerà vincere diverse sfide locali, alcune in Stati storicamente repubblicani.

Texas, il possibile terremoto elettorale contro Trump

Il Texas è probabilmente lo Stato che meglio rappresenta la crisi repubblicana. Nessun democratico viene eletto al Senato federale in Texas dal 1988. Per decenni il Partito Repubblicano ha potuto considerare questo Stato una propria roccaforte.

Nel 2026 la situazione è diversa. Il democratico James Talarico sfida il repubblicano Ken Paxton. Il sondaggio CBS News/YouGov realizzato dall’8 al 16 ottobre colloca Talarico al 51% e Paxton al 49%. Il vantaggio rientra nel margine di errore della rilevazione, pari a circa 3,4 punti. La gara è dunque sostanzialmente aperta.

Anche la media dei sondaggi di RealClearPolling vede Talarico davanti di poco più di due punti. I problemi economici stanno contribuendo a rendere competitiva la sfida. Secondo CBS News, Talarico ottiene risultati particolarmente favorevoli fra gli elettori danneggiati dagli aumenti dei prezzi. Riesce perfino a conquistare il 5% degli elettori che si identificano come repubblicani.

Paxton conserva però alcuni vantaggi importanti: il Texas rimane uno Stato tendenzialmente conservatore e le politiche migratorie di Trump ricevono maggiore sostegno rispetto alla media nazionale. Contano anche le caratteristiche personali dei candidati. Paxton porta con sé controversie politiche e giudiziarie che aumentano la sua vulnerabilità.

Attribuire tutta la difficoltà repubblicana a Trump sarebbe quindi riduttivo. Resta il fatto che il partito del presidente rischia di perdere uno Stato che considerava quasi inattaccabile. Se accadesse, sarebbe una delle sconfitte simbolicamente più pesanti per il trumpismo.

Kansas, uno Stato conservatore che potrebbe votare democratico al Senato

Il Kansas rappresenta un caso ancora più sorprendente. Donald Trump lo vinse nel 2024 con circa sedici punti di vantaggio. Nessun democratico viene eletto al Senato federale in Kansas dal 1932. Eppure il senatore repubblicano Roger Marshall si trova oggi impegnato in una sfida competitiva contro Adam Hamilton, un pastore metodista candidato per i Democratici. Diversi sondaggi collocano i due candidati quasi alla pari.

  • Il Cook Political Report ha spostato la gara nella categoria Toss Up, cioè senza un favorito chiaro. Decision Desk HQ mantiene invece Marshall favorito, attribuendogli circa il 65% di probabilità di vittoria.

Hamilton ha costruito la propria campagna attorno a un profilo moderato, capace di attirare anche il sostegno di alcuni esponenti repubblicani. Marshall è stato danneggiato dalle polemiche relative alla sua precedente attività medica e alle cause per il recupero di debiti sanitari.

I Repubblicani hanno dovuto impegnare nuove risorse economiche per difendere questo seggio e le hanno spostate dai fondi destinati a votare gli esponenti della camera. Questo ci aiuta a comprendere quanto i rossi, considerino ormai persa la camera.

Il Wall Street Journal ha documentato l’improvvisa competitività di una gara che il partito considerava sicura. Il significato politico va oltre la possibile vittoria di Hamilton. Quando un presidente deve impegnarsi per salvare un senatore in uno Stato che ha vinto con sedici punti di vantaggio, il problema non è più circoscritto agli Stati in bilico. Il malcontento sta raggiungendo il cuore dell’America conservatrice.

Nebraska, il voto di protesta che preoccupa i Repubblicani

Anche il Nebraska sta riservando sorprese. Trump vinse lo Stato nel 2024 con circa venti punti di vantaggio. Nel 2026 il senatore repubblicano Pete Ricketts deve affrontare una candidatura indipendente molto più competitiva del previsto. Il suo avversario è Dan Osborn, un ex leader sindacale che rifiuta di identificarsi con uno dei due grandi partiti.

Nel 2024 Osborn aveva già sfidato la senatrice repubblicana Deb Fischer, perdendo con uno scarto inferiore a sette punti. Alcuni sondaggi del 2026 indicano nuovamente una gara ravvicinata. Decision Desk HQ considera però Ricketts ancora nettamente favorito, con circa il 79% di probabilità di vittoria. Occorre inoltre chiarire una differenza fondamentale rispetto a Texas e Kansas: Osborn non è democratico. Ha dichiarato che, se eletto, non intende aderire stabilmente al gruppo parlamentare di nessuno dei due partiti.

Una sua eventuale vittoria non potrebbe quindi essere conteggiata automaticamente come un seggio democratico. Il significato politico resterebbe comunque importante: conferma che la crisi di fiducia verso Trump può favorire anche candidati che rifiutano il tradizionale confronto fra Repubblicani e Democratici.

Perché i Democratici vinceranno senza aver riconquistato gli americani

Qui emerge l’aspetto più interessante delle elezioni di medio termine del 2026. Una possibile vittoria democratica non equivale necessariamente a una rinascita politica del Partito Democratico. I numeri mostrano alcuni miglioramenti reali, che non devono essere ignorati.

  • Gallup, nella ricerca pubblicata il 13 ottobre, rileva che il 43% degli americani ha un’opinione favorevole del Partito Democratico. Per i Repubblicani la percentuale scende al 35%.
  • Rispetto all’anno precedente, i Democratici sono cresciuti di sei punti. I Repubblicani ne hanno persi cinque.
  • Anche sulla gestione economica il vantaggio è passato ai Democratici.
  • Il Washington Post rileva che il 40% degli elettori si fida maggiormente del Partito Democratico per l’economia, contro il 33% che preferisce i Repubblicani.

Questi risultati indicano una crescita misurabile del consenso democratico. Tuttavia, sarebbe sbagliato scambiarla per una nuova adesione di massa al programma del partito. Il 54% degli americani intervistati dal Washington Post esprime infatti un giudizio negativo sui Democratici. I Repubblicani fanno ancora peggio, con il 63% di opinioni sfavorevoli. Circa un quarto degli americani dichiara di avere un’opinione negativa di entrambi i partiti.

Fra questi elettori, spesso chiamati double haters, i Democratici prevalgono nelle intenzioni di voto per il Congresso con il 58% contro il 32%. La spiegazione è politica prima che ideologica.

Una parte degli americani non considera i Democratici particolarmente convincenti. Li ritiene però preferibili a un Partito Repubblicano identificato con Trump. Associated Press ha raccolto testimonianze di elettori molto critici verso l’amministrazione, ma altrettanto scettici sulla capacità democratica di migliorare il Paese. Questo distingue una vittoria ottenuta grazie alla fiducia da una vittoria favorita dal rifiuto dell’avversario.

Se i Democratici conquisteranno il Congresso, avranno certamente vinto le elezioni.

La questione è capire perché. I sondaggi suggeriscono che il fattore principale sia la delusione verso Trump, più che un entusiasmo diffuso per la proposta politica democratica.

Trump resterà, per sempre, il “presidente di Hormuz”, il simbolo della promessa tradita e dei guai economici di buona parte del mondo

Donald Trump aveva costruito la propria identità politica attorno a due parole: America First. L’America prima di tutto. Un presidente concentrato sulla ricchezza nazionale, sulla sicurezza dei confini, sulla crescita economica e sulla promessa di non trascinare gli Stati Uniti in nuove guerre.

La guerra con l’Iran ha messo in discussione proprio questa immagine.

Lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano, è diventato uno dei luoghi decisivi per l’economia americana. Attraverso questa zona transitano enormi quantità di petrolio e gas destinate ai mercati mondiali. Quando la navigazione viene ostacolata e il prezzo dell’energia aumenta, le conseguenze arrivano anche negli Stati Uniti. Aumentano i costi dei carburanti e dei trasporti. Ma atrenzione anche di molti altri prodotti, tra questi i fertilizzanti. E i fertilizzanti sono materia preziosa per l’elettorato alla base di Trump. Di fatto, crescono le spese delle imprese e delle famiglie.

Il punto più grave (per i Conservatori) è che la delusione riguarda proprio gli elettori che avevano creduto maggiormente alla promessa del 2024. Quelli che chiedevano meno guerre, meno inflazione, più posti di lavoro e una vita economicamente migliore.

Il 3 novembre gli americani decideranno quanti seggi togliere al Partito Repubblicano e se consegnare il Congresso ai Democratici. Il voto stabilirà anche quanto profonda sarà la sconfitta di Trump. Il presidente può ancora evitare di perdere entrambe le Camere. I modelli elettorali non escludono questa possibilità.

Ha però già subito una sconfitta politica misurabile: ha perso la fiducia di una parte consistente del Paese e di una quota significativa dei suoi stessi elettori. Per questo il 2026 potrebbe passare alla storia meno come l’anno della riscossa democratica e molto più come l’anno della rottura fra Trump e l’America che aveva promesso di rappresentare.

Una rottura che porta il nome dello Stretto di Hormuz.

Fonti americane e metodologia

L’analisi è aggiornata al 19 ottobre 2026 e utilizza esclusivamente stampa statunitense, sondaggi americani e modelli elettorali indipendenti. Le percentuali previsionali indicano probabilità calcolate dai rispettivi modelli, non risultati definitivi.

Fonti principali:

Elezioni Midterm USA 2026: le risposte alle domande più cercate e sul perché Trump ha, di fatto, già perso le elezioni

Che cosa sono le elezioni Midterm negli Stati Uniti?

Le Midterm Elections sono le elezioni che si svolgono a metà del mandato quadriennale del presidente americano. Servono a rinnovare tutta la Camera dei Rappresentanti e circa un terzo del Senato. Si vota anche per diverse cariche statali e locali.

Quando si svolgono le Midterm 2026?

Le elezioni di medio termine americane si terranno martedì 3 novembre 2026. In diversi Stati è possibile votare anticipatamente o per corrispondenza secondo le regole locali.

Perché le elezioni Midterm 2026 sono così importanti per Trump?

Perché determineranno se Donald Trump potrà contare su un Congresso repubblicano oppure dovrà confrontarsi con una maggioranza democratica. Il risultato influenzerà la sua capacità di approvare nuove leggi e attuare il programma presidenziale.

Trump può perdere la presidenza alle Midterm?

No. Le elezioni di medio termine non servono a eleggere il presidente. Trump resterà in carica anche se i Repubblicani perderanno Camera e Senato. Una sconfitta potrebbe però ridurre notevolmente il suo potere politico.

Quanti seggi servono ai Democratici per conquistare la Camera?

Servono almeno 218 seggi sui 435 complessivi. Rispetto al risultato delle elezioni del 2024, quando i Democratici conquistarono 215 seggi, è necessario un guadagno netto di tre collegi.

Quanti seggi devono conquistare i Democratici per vincere al Senato?

Partendo da una minoranza di 47 seggi, compresi gli indipendenti alleati, i Democratici devono ottenere un guadagno netto di quattro seggi. Arriverebbero così a 51 senatori, sufficienti per avere la maggioranza.

Perché il Texas potrebbe essere decisivo nelle Midterm 2026?

Perché il Texas è una storica roccaforte repubblicana. Un’eventuale vittoria del democratico James Talarico contro Ken Paxton rappresenterebbe un risultato eccezionale e potrebbe contribuire a cambiare la maggioranza al Senato.

Perché Kansas e Nebraska preoccupano i Repubblicani?

In Kansas il democratico Adam Hamilton ha reso competitiva la sfida contro il senatore Roger Marshall. In Nebraska l’indipendente Dan Osborn sta mettendo sotto pressione il repubblicano Pete Ricketts. Entrambi gli Stati hanno votato nettamente per Trump nel 2024.

Perché Donald Trump è così impopolare nel 2026?

Le principali cause indicate dai sondaggi sono il costo della vita, l’inflazione, la guerra con l’Iran, i dazi commerciali, le politiche migratorie e la sfiducia personale verso il presidente. Le rilevazioni di ottobre collocano il suo consenso nazionale intorno al 30-33%.

I Democratici stanno davvero crescendo nei sondaggi?

Sì, alcuni indicatori mostrano una crescita. Tuttavia, la maggioranza degli americani continua a esprimere giudizi negativi anche sul Partito Democratico. Una parte importante del vantaggio elettorale nasce dall’insoddisfazione verso Trump e i Repubblicani.

Che cosa significa definire Trump il presidente di Hormuz?

Significa interpretare politicamente il suo secondo mandato attraverso le conseguenze della guerra con l’Iran. Trump aveva promesso meno guerre e maggiore prosperità. Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno invece contribuito all’aumento dei costi energetici, danneggiando la sua credibilità economica.

Quali sono i tre possibili scenari di sconfitta per Trump?

Una sconfitta pesante consisterebbe nella perdita della Camera. Una sconfitta molto grave comporterebbe la perdita anche del Senato. Una sconfitta disastrosa comprenderebbe inoltre risultati sfavorevoli ai Repubblicani in Stati storicamente conservatori, con conseguenze sulla tenuta politica del movimento trumpiano.

Giovanni Scafoglio

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