Odissea di Nolan non un capolavoro ma un gran bel film. Di certo non woke

Questa Odissea di Nolan è film, godibile, che rispecchia quello che ci si aspetta, niente cultura woke vs Omero. Tra pregi e difetti

Partiamo da un punto fondamentale, a costo di far venire un travaso di bile a chi passa le giornate a indignarsi sui social per pellicole che non ha nemmeno guardato e per quello che “Elena dalla bianche braccia”: Nolan, che per carità non è certo il nuovo messia sceso in terra, ha realizzato un’opera di cinema assoluto, capace di piegare la grandiosità visiva a una lacerante indagine introspettiva. Un vero kolossal che si distacca dalla mera trasposizione letteraria per imporsi come una complessa rilettura filosofica, storica e psicologica dell’archetipo dell’eroe occidentale, passando letteralmente sopra a chi pretende che il passato debba sempre essere identico a se stesso e non modernizzato con la paura “immaginaria” che venga piegato a improbabili battaglie ideologiche. In questa Odissea Nolan mette in scena la nuda brutalità del mito. Superato il trionfo critico e culturale, forse persino un po’ esagerato, di Oppenheimer del 2023, il cineasta britannico ha spostato il proprio asse d’indagine dalle angosce dell’era atomica ai traumi primordiali dell’Età del Bronzo, trasformando il nostos, ovvero il ritorno di Odisseo, in un’apocalittica riflessione sul collasso della civiltà, sull’inesorabilità del tempo e sulla colpa inestinguibile derivante dal conflitto bellico. Un viaggio sporco e disturbante che disintegra in un istante ogni patetica lagna da salotto sollevata dai finti esperti del web. Odissea è un gran bel film, mi è piaciuto, al netto di tagli dolorosi per chi vi scrive (la storia di Nessuno e il beffardo sfottò agli dei e Polifemo così come la storia del letto matrimoniale e la terribile fine delle schiave). In effetti l’avrei definito un capolavoro se il finale, a mio avviso, non avesse rovinato il film lasciandomi con l’amaro in bocca. Ma non voglio spoilerare nulla. Di seguito vi scriverò perché non è assolutamente un film woke (e non avevo dubbi), i motivi per cui va visto, cosa ho amato del film e cosa proprio non mi è piaciuto. Anzi vi do una piccola anteprima, invece di ripetere “Atenaaaaaa dalle bianche braciaahhhhhhh” e tutte ‘ste sceneggiate sulla cultura woke, il problema è Ulisse è un monolite depresso e casto. Hanno piallato via personaggi luminosi come Nausicaa e ridotto divinità come Calipso a banali ostacoli da superare. È un racconto sterilizzato, dove il fascino ambiguo e vitale del Mediterraneo viene sacrificato sull’altare del puritanesimo psicologico del regista.

I dieci motivi per guardare l’Odissea di Nolan secondo la critica specializzata

Ho usato uno strumento di deep research iA per fare una analisi oggettiva di numeri e i punteggi che la stampa specializzata ha appiccicato a questo film appena è scaduto l’embargo. Bene, bravi tutti. La critica ha decretato all’unanimità che ci troviamo davanti a un pezzo di cinema imponente, dove la tecnica mastodontica si piega per scavare a piene mani nella testa dei personaggi. Tutto vero, per carità. Ho incrociato i dati, ho letto i pareri di chi mastica questa roba da decenni e ho tirato fuori la polpa. Ecco dieci motivi per alzare il sedere dal divano, schematizzati in modo chiaro anche per chi di solito si ferma ai titoli strillati su internet.

Motivo di EccellenzaCosa vedrete sullo schermoL’impatto reale (e perché fa male)
1. Mostri in IMAX 70mmCineprese enormi per catturare paesaggi sconfinati e dettagli sporchi.Vi sbatte in faccia la solitudine dell’eroe, facendovi sentire minuscoli e indifesi in sala.
2. Niente pixel, tanto sudoreUn Polifemo meccanico di diciotto metri ed effetti speciali fisici. Zero pupazzi digitali.Restituisce un peso gravitazionale e un orrore carnale che i computer non potranno mai darvi.
3. Orrore viscerale, altro che fiabeLa magia di Circe trattata come puro body horror. Nessuna fatina scintillante per compiacere i moralisti del web.Spoglia il mito dall’aura scolastica e vi butta addosso un terrore primordiale e disturbante.
4. I tamburi di GöranssonStrumenti antichi fusi con ritmi martellanti e moderni.Diventa un battito cardiaco angosciante, tenendovi in apnea anche durante i rari momenti di silenzio.
5. Il vero volto del trauma (PTSD)Il viaggio è una discesa nella mente spezzata di un reduce. Niente eroi perfetti e inscalfibili da manifesto patriottico.Mostra un soldato divorato dalla colpa, portando il macabro peso della guerra su un piano puramente psicologico.
6. Colori lividi e cenereLa fotografia è spenta, lontanissima dai colori sparati a mille dei vecchi polpettoni hollywoodiani.Riflette un paesaggio interiore svuotato, un lutto visivo che vi entra direttamente nelle ossa.
7. La mattanza di TroiaUna messa in scena apocalittica e claustrofobica. Nessuna sfilata trionfale.Vi fa assaporare il vero gusto della vittoria bellica: un atto di pura e schifosa macelleria umana.
8. I Proci, predatori veriL’assedio di Itaca è girato come un thriller politico ad altissima tensione.Trasforma la casa in un ambiente ostile quanto l’oceano, con un Antinoo che fa paura sul serio.
9. Un’Età del Bronzo brutaleScenografie crude e spietate. Scordatevi i templi immacolati che i finti storici pretendono nei loro commenti stizziti.Radica questa epica in un mondo polveroso che parla a voce altissima alle ansie del nostro presente.
10. Lo schiaffo filosoficoUna riflessione dura sulla fragilità umana, per una volta senza i soliti spiegoni intricati del regista.Vi costringe a fare i conti con un’umanità superba che si scava allegramente la fossa da sola.

Cosa non mi è piaciuto dell’Odissea di Nolan e la cultura woke non c’entra nulla

  • Lo sbadiglio di Itaca: mentre in mare ci becchiamo sangue, tempeste e disperazione, le scene a casa con Penelope e Telemaco sono di una lentezza mortale. Il palazzo reale sembra il palcoscenico di un teatro fermo e polveroso. Omero usava l’assenza del re per creare una tensione da tagliare col coltello, mentre qui Nolan ci regala scene di stallo piattissime che affossano il ritmo dell’intera pellicola.
  • Parlare come al fast food: questa fa davvero male. Ci sono momenti in cui Penelope sgrida i Proci accusandoli di fare “festa” e Telemaco che chiama Ulisse “papà”, esattamente come un adolescente in un teen drama americano. Questa mania incomprensibile di usare un vocabolario moderno e informale sbatte in modo grottesco contro l’estetica grandiosa del mito, distruggendo l’illusione arcaica e facendoti cadere le braccia.
  • Un’epica senza attributi e senza gioia: il poema originale gronda di furbizia, doppi sensi, malizia e un bel po’ di sano erotismo. Qui, zero. Ulisse è un monolite depresso e casto. Hanno piallato via personaggi luminosi come Nausicaa e ridotto divinità come Calipso a banali ostacoli da superare. È un racconto sterilizzato, dove il fascino ambiguo e vitale del Mediterraneo viene sacrificato sull’altare del puritanesimo psicologico del regista.
  • Timpani sfondati e risse da barbiere: poteva mancare il classico vizietto audio alla Nolan? Certo che no. Come ai tempi di Tenet, preparatevi a fare un’enorme fatica per capire i dialoghi, perennemente affogati sotto effetti sonori capaci di farvi vibrare le otturazioni. E per chiudere in bellezza, arriviamo alla rissa finale. Finché si tratta di inquadrare roba mastodontica il film vince a mani basse, ma appena l’azione diventa uno scontro fisico ravvicinato il montaggio va in tilt. La mattanza contro i Proci è tagliuzzata in modo così convulso e caotico che si perde completamente la logica dello spazio, confermando che il nostro celebre autore non ha ancora la più pallida idea di come si giri un combattimento corpo a corpo.
  • Un’Atena col broncio: non mi è affatto piaciuta Zendaya. Altro che dea della guerra: sullo schermo ci becchiamo una divinità per nulla dea e fin troppo schiacciata sulla sua Zoe di Adolescence. Incastrata in quel solito ruolo da ragazzina apatica, sembra una liceale scocciata a cui hanno appena sequestrato lo smartphone. In mezzo a fango e sangue, la sua presenza azzera la gravitas dell’Olimpo trasformandolo nel set di un banale dramma adolescenziale.

Tradire Omero per ritrovare il mito: le cinque licenze poetiche

Adattare un poema di tremila anni richiede compromessi, ma Nolan non ha solo asciugato la trama: ha preso le forbici e ha smantellato la morale arcaica per innestarci la sua solita indagine ossessiva. Ecco le cinque licenze che distruggono il testo originale per trasformarlo in pura decostruzione filosofica.

Licenza NolanianaTesto OmericoImplicazioni critiche
1. Guerra commercialeL’onore e il rapimento di Elena.Sventra il romanticismo eroico: Troia è solo cinismo geopolitico e imperialismo.
2. Eroe al tappetoManipolatore orgoglioso in cerca di gloria.Odisseo diventa un veterano divorato dal PTSD e dai fantasmi dei compagni morti.
3. Dèi ridotti a allucinazioniDivinità che manovrano il Fato.Atena e le altre divinità spariscono come presenze fisiche, diventando proiezioni di traumi e allucinazioni.
4. Duello leale (o quasi)Esecuzione brutale e senza scampo.Trasforma la mattanza in uno scontro bilanciato, infilandoci una morale cavalleresca che nell’Odissea non esiste.
5. Penelope carneficeTelemaco giustizia brutalmente le serve.Penelope diventa l’esecutrice materiale, una scelta che pialla le dinamiche di potere rendendo tutto più brutale e meno tragico.

Il cast è un circo di titani, ma non aspettatevi che tutti abbiano retto il peso di questa macina

Archiviate le polemiche da bar sui social, quelle di chi non distingue un attore da una figurina, la realtà è che qui si naviga tra intuizioni geniali e scivoloni imperdonabili.

AttoreRuoloIl verdetto crudo
Matt DamonOdisseoUna maschera logora che trasuda trauma, ma peccato che sia fin troppo monolitico, visto che gli manca quella malizia diabolica che rende Ulisse tale. In particolare mai un bagliore nello sguardo.
Anne HathawayPenelopeSpessore drammatico da vendere, ma la sceneggiatura la castra, relegandola a fare faccette d’attesa invece di farla agire davvero.
Tom HollandTelemacoL’anello debole, troppo acerbo, troppo fumettistico, e non regge il peso di diventare l’assassino spietato che il finale richiede.
Robert PattinsonAntinooMostruoso, un predatore viscido ed elegante che ruba la scena a tutti ogni volta che mette piede nel palazzo.
Lupita Nyong’oElena/ClitennestraDomina lo schermo con una presenza fiera e nobile. Nel suo doppio ruolo, restituisce un’immensa dignità simbolica alle origini e alle tragiche conseguenze della guerra, polverizzando le pretestuose polemiche sul suo casting.
Samantha MortonCirceL’incubo fatto persona, la sua performance è puro orrore corporale, probabilmente la cosa migliore e più disturbante di tutto il film.
John LeguizamoEumeoIl vero cuore emotivo del film. In una narrazione dominata dal cinismo e dal gelo intellettuale, il suo dolore silenzioso fornisce un fondamentale ancoraggio di empatia e calore umano

Questa Odissea di Nolan è un gran bel film, godibile, che rispecchia quasi completamente quello che ci si aspetta da una trasformazione cinematografica dei canti di Omero, tra pregi e difetti

Il regista, nella tradizione tipica proprio dell’Odissea, ha aggiunto del suo, come avviene da tremila anni, raccontando il rimpianto dell’eroe di Troia, vittima di un rimorso che si attacca alle ossa come una maledizione. Christopher Nolan, con la sua ostinazione di demiurgo, ha smantellato il mito per trasformarlo in un crudo trattato sulla caducità umana, riprendendo l’angoscia che già aleggiava in Oppenheimer. La caduta di Troia, nelle sue mani, non è più il trionfo dell’astuzia achea: diventa il crepuscolo di una civiltà che non rivedrà più l’alba. Il Cavallo, qui assolutamente iconico, è la sua Hiroshima, un parto mostruoso di un intelletto che, nel cercare la gloria, ha smarrito la scintilla dell’anima. Odisseo, il nostro tormentato protagonista, non è più l’eroe audace, impertinente, a volte indecente e lussurioso che torna a casa per il bacio della sposa; è un reduce stanco che si trascina il peso di un peccato che non conosce perdono, condannato a espiare, giorno dopo giorno, l’arroganza di aver messo la propria astuzia al servizio della morte.

Il viaggio di ritorno è una navigazione tra le miserie degli uomini, gli stupri, i saccheggi, le oscenità che distinguono l’uomo dalle bestie. I mostri che popolano il cammino smettono di essere castighi divini, divenendo proiezioni spietate della bestialità che dorme sotto la pelle di ogni uomo. Il punto forse più alto si palesa quando Circe trasforma i soldati in suini: un gesto di verità che svela la natura di chi, per troppi anni, ha conosciuto soltanto il sapore del sangue e del ferro. Infine c’è il Tempo, il vero dio pagano e silenzioso di Nolan, quello che corrode i ricordi, scava nel cuore solchi profondi come voragini e logora la speranza di chi, a Itaca, attende ancora un uomo che non esiste più.

Alla fine del cammino, Odisseo non torna da re, ma da esule di se stesso

Deve arrendersi all’evidenza che non c’è comando che tenga davanti alla furia del destino, deve rinunciare a quell’antica hybris che lo rendeva padrone del mondo per abbracciare l’unica verità possibile: il peso di essere stati, insieme, carnefici e vittime. Non c’è pace, non c’è trionfo, c’è soltanto la rassegnazione di chi deve imparare a convivere con le rovine del proprio passato.

E se qualcuno, tra il pubblico, è ancora intento a spulciare i nomi del cast o a inseguire spettri di complotti inesistenti, sappia che il mostro più terribile, quello che ci impedisce di guardare la bellezza tragica dell’esistenza, non è il Tempo raccontato sullo schermo. È la nostra incapacità di tacere, la nostra patetica urgenza di non volerci specchiare nel vuoto, preferendo il rumore sterile delle nostre certezze alla verità nuda di un cinema che non vuole farci stare comodi, ma solo ricordarci quanto siamo fragili.

Giovanni Scafoglio

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