Alan Moore contro tutti: perché il papà di Watchmen ha dichiarato guerra ai supereroi

Alan Moore lancia l'allarme: l'ossessione per i supereroi alimenta un nuovo autoritarismo? Scopri il legame tra fumetti borghesi e populismo

Il celebre autore Alan Moore, l’uomo che ha trasformato il fumetto in una forma d’arte adulta e complessa grazie a Graphic Novel che hanno influenzato e continuano a influenzare il mondo della letteratura disegnata, sta lanciando un messaggio provocatorio dal suo “rifugio” creativo a Northampton, in Inghilterra. Moore sostiene che l’industria del fumetto sia diventata un sistema malato che preferisce vendere costosi giocattoli agli adulti piuttosto che stimolare la fantasia dei ragazzi, trasformando i miti in strumenti di pigrizia mentale.

Partiamo dalle basi: Chi è Alan Moore

Prima di diventare il critico più feroce del settore, Moore ne è stato il re indiscusso. Considerato il più grande scrittore di fumetti della storia, è l’uomo che ha dato profondità psicologica e politica alle “nuvolette”. Tra le sue opere fondamentali troviamo:

  • Watchmen: La graphic novel che ha decostruito il mito dell’eroe, chiedendosi “chi controlla i controllori?”.
  • V for Vendetta: La storia di un anarchico in maschera che combatte un regime totalitario (da cui è nato il simbolo di Anonymous).
  • Batman: The Killing Joke: L’opera che ha definito il rapporto malato tra Batman e il Joker.
  • From Hell: Un’imponente indagine storica e filosofica su Jack lo Squartatore.
  • La Lega degli Straordinari Gentilomini: Dove i personaggi della letteratura classica (come il Capitano Nemo o l’Uomo Invisibile) diventano una squadra di agenti segreti.

Un lusso per pochi: il fumetto diventa borghese

Un tempo i fumetti erano “popolari”: costavano pochi spiccioli e si leggevano ovunque. Oggi, osserva Moore, sono diventati oggetti di lusso. Con prezzi che sfiorano i 6 euro ad albo e edizioni da collezione che costano centinaia di dollari, il fumetto è stato strappato ai bambini e alle classi lavoratrici per finire nelle mani di collezionisti adulti e benestanti. Moore definisce questa una “gentrificazione”: il fumetto non è più un’esplosione di creatività ribelle, ma un prodotto per la borghesia che vuole solo possedere oggetti rari.

Il punto più duro dell’analisi di Moore riguarda il legame tra la nostra ossessione per il passato e la politica

Secondo l’autore, rifugiarsi continuamente in storie di “uomini forti” che risolvono i problemi con la forza è un segno di infantilizzazione. Questa nostalgia per un’infanzia mai finita non è innocua: Moore vede una connessione pericolosa tra il desiderio di leader autoritari (il populismo) e il culto del supereroe invincibile. Entrambi promettono soluzioni semplici a problemi complessi, bloccando la nostra capacità di crescere e cambiare la società.

Alan Moore ha ufficialmente disconosciuto ogni singola trasposizione cinematografica e televisiva dei suoi lavori

Ha preteso con assoluta fermezza che il suo nome venisse rimosso dai “credits” (i titoli di coda) di film e serie TV come Watchmen, V for Vendetta o Constantine. Per Moore, il cinema ha “brutalizzato e saccheggiato” i suoi testi per trasformarli in intrattenimento commerciale senza anima, e non vuole che la sua firma sia in alcun modo associata a questi prodotti.

La coerenza di Moore passa anche per il portafoglio. Non volendo avere nulla a che fare con i profitti dei film che detesta, ha chiesto alla DC Comics di smettere di inviargli le royalties (i diritti d’autore) e ha dato istruzioni precise sulla loro destinazione:

  • Black Lives Matter: Moore ha preteso che i profitti miliardari derivanti dalle serie TV e dai film venissero devoluti interamente a questo movimento sociale.
  • I Disegnatori: Altri proventi sono stati destinati ai suoi co-creatori e disegnatori (come Dave Gibbons e David Lloyd), convinto che gli artisti visivi siano stati storicamente sottopagati e sfruttati rispetto agli scrittori. Moore preferisce vivere dei suoi nuovi libri piuttosto che toccare “soldi sporchi” di un’industria che considera predatrice.

Long London: la magia oltre la maschera

Mentre il mondo guarda ancora ai suoi vecchi eroi, Moore è già oltre. A 71 anni si dedica al progetto Long London, una serie di romanzi che esplora una Londra magica e parallela. Per lui la magia non è lanciare fulmini, ma una “tecnologia del pensiero”: un modo per usare le parole e l’immaginazione per trasformare il modo in cui vediamo la realtà. Invece di guardare indietro con nostalgia, Moore usa la letteratura per scardinare le certezze del presente e invitarci a pensare in modo nuovo.

L’altra faccia della medaglia: il valore della fragilità

Non tutti però sono d’accordo con la visione pessimista di Moore. Molti critici ricordano che il genere supereroistico può fare anche l’esatto opposto: raccontare la debolezza umana. Eroi come Spider-Man o gli X-Men funzionano proprio perché sono fragili, emarginati o spaventati. In questi casi, il supereroe non è un simbolo di potere autoritario, ma una metafora delle difficoltà di chi è diverso o si sente solo. La domanda allora resta: il problema è il genere letterario o è il modo in cui le grandi aziende lo usano per fare soldi?

Il mercato dei sogni e la minaccia dell’intelligenza artificiale

Il 2026 ci mette davanti a una sfida tecnologica: l’intelligenza artificiale. Moore vede nell’IA l’ultimo stadio del saccheggio creativo: macchine che masticano decenni di disegni e storie umane per sputare fuori contenuti ripetitivi. In un mercato dominato dalla speculazione finanziaria, dove gli albi vengono chiusi in teche di plastica per aumentarne il valore, la creatività umana rischia di spegnersi. La battaglia di Moore è un invito a recuperare l’anima “pericolosa” e libera dell’arte, prima che diventi solo un algoritmo per vendere nostalgia.

La posizione di Alan Moore ci insegna che l’integrità artistica viene prima del successo commerciale

Il suo rifiuto di scendere a compromessi è un monito per le nuove generazioni: non lasciate che i vostri sogni vengano impacchettati e venduti come merce rassicurante. L’arte deve disturbare, non solo consolare.

Sebbene il cuore della critica nasca nella vecchia Inghilterra di Moore, il problema è mondiale. Da New York a Tokyo, il consumo culturale si sta spostando verso il digitale e il collezionismo d’élite. Sta a noi decidere se la “geografia” del nostro futuro immaginario sarà una terra desolata di repliche e nostalgia, o un nuovo territorio inesplorato dove la magia della parola può ancora cambiare il mondo.

Giovanni Scafoglio

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