Cento anni. Un secolo esatto da quel 26 maggio 1926, in cui il pianeta Terra ha accolto Miles Dewey Davis III. Definire Miles Davis un jazzista è unqa bestemmia. Insieme a Duke, Louis e quel folle di Bird, era il fottuto padrone del Ventesimo secolo. La sua grandezza? Zero virtuosismi da circo, zero vibrato ruffiano. Solo un suono nudo, chirurgico, tirato fuori dai registri medi e bassi semplicemente perché, agli inizi, era l’unica cosa che riusciva a sentire. Un limite fisico che lui, con l’arroganza dei geni, ha trasformato nella Bibbia del “Cool”. Tutto in Miles era fuga e urgenza. Da ragazzino fissò la fiamma azzurra di una stufa a gas: bruciava, terrorizzava, ma lo sfidava. La sua deduzione filosofica? Muovi il culo sempre in avanti, o finisci in cenere. l seme dell’originalità assoluta gli fu instillato in gioventù dal padre, il quale, facendogli ascoltare il canto di un uccello beffeggiatore (mockingbird), lo ammonì severamente: quell’uccello non possedeva un proprio suono, ma si limitava a copiare quello degli altri. “Devi essere padrone di te stesso, avere il tuo suono”, gli disse, delineando così il manifesto programmatico della futura carriera di Miles. In occasione dei suoi cento anni dalla nascita, ecco dieci dischi per comprendere come Miles Davis ha preso la musica, l’ha fatta sanguinare e ce l’ha risputata in faccia, cambiandoci per sempre.
Dieci dischi di Miles Davis per comprenderne il genio
La discografia di Miles Davis è un vasto e labirintico ecosistema che documenta le plurime metamorfosi del jazz, dal tramonto del bebop all’alba della fusion elettronica. Stilare una classifica dei suoi dieci lavori fondamentali non significa semplicemente elencare i suoi successi commerciali, ma tracciare una mappa concettuale che permetta all’analista e all’ascoltatore di decifrare i meccanismi del suo genio trasformativo.
Kind of Blue (1959)
Primavera del ’59, New York. Nei cavernosi 30th Street Studio si consuma un’eresia magnifica. Miles prende le gabbie asfissianti e matematiche del bebop e butta via la chiave. Illuminato dalle visioni di George Russell e dai tasti impressionisti di Bill Evans, sbatte sul leggio dei suoi pesi massimi gente del calibro di Coltrane, Adderley, Chambers e Cobb, solo un pugno di scale nude. Modali, le chiamano. È un invito al volo libero. Mentre il pianista Wynton Kelly suona solo nell’iconica “Freddie Freeloader” per dare al pezzo un sapore decisamente più blues, tutto il resto del disco viaggia su un’atmosfera calma, profonda e magnetica. In questo album Miles Davis dimostra che gli spazi vuoti e i silenzi contano esattamente quanto le note suonate. Non siamo di fronte a un semplice disco di jazz, ma al ritratto più intimo e naturale di cosa significhi fare musica.
2. Bitches Brew (1970)
Se Kind of Blue è un quadro perfetto, Bitches Brew è un candelotto di dinamite. Già dal titolo, un’idea sfacciata di sua moglie Betty, si intuisce che Miles voleva fare a pezzi le vecchie regole del gioco. Per questo doppio disco, Miles mette in piedi una vera e propria tribù elettrica: doppie batterie, percussioni africane e un muro di tastiere spaziali suonate da fuoriclasse come Chick Corea e Joe Zawinul. Eppure, la vera rivoluzione scoppia dopo aver suonato. Miles e il suo produttore Teo Macero prendono i nastri registrati e iniziano a tagliuzzarli con le forbici. Fanno letteralmente un copia-incolla, creano ritmi che si ripetono all’infinito (i famosi “loop”) e ci buttano dentro un mare di eco.
Per la prima volta, lo studio di registrazione diventa uno strumento musicale a tutti gli effetti. Fine della vecchia storia del jazz in cui uno fa l’assolo e gli altri accompagnano in silenzio: qui tutti gli strumenti si mescolano in una giungla di suoni densa, selvaggia e impossibile da fermare.
3. In a Silent Way (1969)
Spesso analizzato in dittico con il successivo Bitches Brew, di cui hai letto sopra, In a Silent Way è l’album che traghetta Miles Davis nell’era elettrica. L’opera si distingue per un’estetica profondamente ipnotica e rarefatta. L’interazione tra i tre pianoforti elettrici di Hancock, Corea e Zawinul, unita ai fraseggi chitarristici sinuosi e taglienti di un giovane John McLaughlin, crea un’atmosfera liquida e avvolgente. Anche in questo caso, probabimente per la prima volta, il genio compositivo di questo disco risiede nel montaggio: le lunghe sessioni di improvvisazione aperta furono minuziosamente riassemblate in post-produzione per assumere una forma strutturale che ricorda la sonata classica, conferendo ordine e ciclicità a un materiale di partenza estremamente fluido e destrutturato.
4. Miles Smiles (1967)
Vertice insormontabile e e insuperatot del quintetto formato da Davis, Wayne Shorter (sax tenore), Herbie Hancock (pianoforte), Ron Carter (contrabbasso) e il prodigioso Tony Williams (batteria). In Miles Smiles, l’ensemble raggiunge una perfezione telepatica in cui la linea di demarcazione tra accompagnamento e assolo svanisce completamente. Il gruppo porta all’esasperazione il concetto di “time, no changes”, dove l’impulso ritmico e la tensione emotiva sostituiscono la rigorosa osservanza dei cambi armonici. Le composizioni, in gran parte firmate dal genio ellittico di Wayne Shorter, fungono da pretesti per esplorazioni di ferocia inaudita. La batteria di Williams incalza, destruttura e dialoga con la tromba di Miles, spingendo il leader a produrre alcune delle improvvisazioni più aggressive e vitali della sua carriera.
5. A Tribute to Jack Johnson (1971)
Nella galassia della discografia davisiana, Jack Johnson occupa il ruolo di opera esplicitamente rock e muscolare. Concepito come colonna sonora per un documentario sul primo pugile afroamericano campione dei pesi massimi, l’album è un omaggio alla fisicità, alla forza e alla ribellione nera. Il disco è dominato dai pesanti e distorti riff di chitarra di John McLaughlin, ancorati a groove di basso inesorabili e granitici, sui quali Davis si lancia in assoli di tromba acuti, fendenti e marziali. L’album dimostra come Davis avesse internalizzato non solo l’estetica del rock psichedelico, ma anche e soprattutto la cruda potenza del funk primordiale.
6. Sketches of Spain (1960)
Pietra angolare del filone noto come “Third Stream” (Terza Corrente), Sketches of Spain vede Miles Davis ricongiungersi con l’alter ego arrangiatore Gil Evans. In questo ambizioso progetto, l’obiettivo fu fondere le strutture e le orchestrazioni della musica classica europea, in particolare i lavori di Joaquín Rodrigo (il celebre Concierto de Aranjuez) e Manuel de Falla, con l’idioma jazzistico e le asperità del folklore andaluso. Davis approccia le complesse partiture non come un tipico solista jazz, ma come un “cantaor” di flamenco, utilizzando il timbro dolente della sua tromba per esprimere il “duende”, ovvero lo spirito profondo, tragico e ineffabile della cultura spagnola, piegando le note con microtonalità e inflessioni quasi vocali.
7. On the Corner (1972)
Al momento della sua pubblicazione, On the Corner fu accolto con ostilità dalla critica jazz istituzionale, che lo considerò un tradimento commerciale o un incomprensibile coacervo di rumore. Con il senno di poi, “On the Corner” si rivelerà una delle opere più chiaroveggenti del Novecento. Davis volle intenzionalmente ibridare il funk urbano e viscerale di James Brown e Sly Stone con i concetti formali della musica elettronica d’avanguardia del compositore Karlheinz Stockhausen. Costruito su loop ritmici ossessivi, linee di basso alienanti, percussioni stratificate e chitarre wah-wah, On the Corner anticipa in modo sbalorditivo le pratiche produttive dell’hip-hop, del breakbeat e della cultura dei DJ, trasferendo il baricentro estetico dal solista virtuoso alla massa ritmica compatta.
8. Filles de Kilimanjaro (1968)
Album ponte tra il jazz acustico modale e l’elettrificazione totale degli anni Settanta. La copertina, che immortala il volto dell’allora consorte Betty Davis (Mabry) , è emblematica del rinnovamento estetico ed esistenziale del trombettista. Registrato in due fasi che vedono l’avvicendamento tra Herbie Hancock/Ron Carter e i più inclini all’elettrico Chick Corea/Dave Holland, il disco propone groove sincopati che risentono palesemente delle influenze soul, rock e rhythm and blues. Il brano di chiusura, “Mademoiselle Mabry”, dedicato a Betty, chiarisce in modo definitivo questa transizione, innestando stilemi che diverranno cruciali nelle future esplorazioni del leader
9. Birth of the Cool (1957)
Nonostante l’anno di rilascio discografico ufficiale come LP sia il 1957, i brani che compongono Birth of the Cool furono incisi in tre sedute storiche tra il 1949 e il 1950. Questo progetto sancì la prima vera rivoluzione operata da un giovanissimo Davis. In aperta reazione alla frenesia e al calore bruciante del bebop parkeriano, Davis radunò un nonetto che comprendeva strumenti inusuali per le formazioni jazz, come il corno francese e la tuba. Con il supporto teorico e pratico di arrangiatori formidabili come Gil Evans e Gerry Mulligan, l’ensemble produsse una musica dai timbri pastello, dinamiche contenute e strutture contrappuntistiche di derivazione europea, tenute insieme da un respiro rilassato. L’album diede formalmente vita e nome al movimento del “cool jazz”.
10. Live-Evil (1971)
A chiudere la classifica dei lavori paradigmatici non posso non inserire Live-Evil, un maestoso e inquietante mostro a due teste che cattura il caos vitale della fusion dei primi anni Settanta. L’album è un collage schizofrenico che alterna infuocate performance dal vivo (registrate al club Cellar Door di Washington) e dense sessioni in studio manipolate da Teo Macero. Dominato dal formidabile e funkissimo basso elettrico di Michael Henderson, dal chitarrismo distorto di McLaughlin e dalle tastiere di Keith Jarrett, Live-Evil è un carnevale oscuro, carico di influenze rock e di ritmiche pesanti, che testimonia la definitiva volontà di Davis di abbandonare le convenzioni del jazz da camera per abbracciare l’energia sudaticcia dei grandi festival rock
Giovanni Scafoglio
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