La notte dell’8 dicembre 1980 a New York, Davanti al Dakota Building, quattro vigliacchi, colpi di pistola raggiungono John Lennon alle spalle. La morte lo trascina via da questa terra consegnandolo alla leggenda. Da allora il suo nome gira come una cometa ostinata sopra le città, entra nelle cuffie, nelle casse e nei cuori di chi crede ancora nel potere della musica. Per ricordarlo non esiste modo migliore che ascoltare la sua musica. Eccole dieci canzoni più belle di John Lennon, forse, se escludiamo quelle scritte con i Beatles. Non necessariamente le più famose.
Le dieci canzoni più belle di John Lennon indicate per cronologia
Give Peace a Chance (1969)
Questo inno alla pace venne registrato durante il “bed-in” di John Lennon e Yoko Ono a Montreal. La stanza del Queen Elizabeth Hotel divenne set, altare e trincea bianca. Il letto si trasformò in palco, le lenzuola in una bandiera improvvisata, e attorno giornalisti, attivisti, curiosi. Bastarono un microfono, una chitarra e un coro disordinato perché Give Peace a Chance parta come pezzo centrale della loro campagna pacifista. Nel novembre 1969, davanti al Washington Monument, mezzo milione di persone canterà Give Peace a Chance durante il Vietnam Moratorium Day. Sul palco c’è Pete Seeger che guida il coro. Tra un ritornello e l’altro infila domande lanciate verso la Casa Bianca. Da quel momento il brano smette di essere una semplice registrazione nata in un hote e veste i panni di inno alla protesta non violenta.
Mother (1970)
Alle soglie del suo primo album solista, John Lennon/Plastic Ono Band, Lennon entra in studio dopo un ciclo di primal therapy con Arthur Janov, lo psicoterapeuta americano che predica la demolizione di ogni difesa per riportare in superficie i traumi sepolti. Nelle sedute, affrontate assieme all’inseparabile Yoko Ono, il centro di gravità è sempre lo stesso: l’abbandono, il padre che sparisce presto dall’orizzonte, la madre Julia che riaffiora in adolescenza e poi viene falciata da un’auto vicino a casa, lasciandolo orfano due volte durante l’infanzia poi trascorsa in gran parte con la famosa zia Mimi. Mother è il grido che resta dopo quella terapia. La canzone si apre con campane funebri, una marcia lenta che porta dritto alla confessione di un figlio che si sente mai mai voluto, rivolgendosi alla madre e al padre con la stessa, feroce mancanza. Il bassista Klaus Voormann ricorderà che sulla versione definitiva di Mother Lennon era a un passo dall’afonia, come se ogni ripetizione di “mama don’t go, daddy come home” consumasse un pezzo di gola insieme al passato.
Love (1970)
Se l’incontro con Janov apre crepe oscure e dolorose nel primo album solista di Lennon, dentro quel disco resta anche qualche granello di zucchero. Love è uno di questi, un dolcificante profondamente lennoniano post-beatlesiano. Qui l’amore scende dal piedistallo, si toglie i vestiti buoni e resta in stanza con la luce bassa. Se in God Lennon dichiara di credere solo in sé e in Yoko, qui mostra il motivo. Love diventa la sua definizione più limpida della parola “amore”. Qualcosa che esiste nella realtà, che si tocca, che chiede risposta, che vive nel “tu e io” e nel bisogno ostinato di sentirsi amati. Lennon ripete queste immagini come un mantra lento, senza giri di parole. La semplicità del testo è solo apparente: ancora oggi è raro trovare una mappa così trasparente del sentimento che tutti fingono di sapere spiegare.
Instant Karma! (1970)
Pubblicata come singolo nel 1970, Instant Karma! è una delle esplosioni più luminose del Lennon solista. Il ritmo incalzante sembra correre dietro a qualcuno che ha qualcosa da farsi perdonare. Il testo parla chiaro: le azioni tornano indietro subito, non in un’altra vita, e il conto arriva in faccia. La voce di Lennon è graffiata e urgente, la produzione di Phil Spector la spinge in avanti come un corteo di manifestanti che occupa la strada. Il titolo non mente: la nascita del pezzo fu quasi istantanea. Lennon raccontò di averlo scritto al mattino al pianoforte, registrato dopo pranzo e mandato in stampa la sera. In studio c’erano George Harrison, Klaus Voormann, Alan White e Billy Preston. Il singolo arrivò nei negozi appena dieci giorni dopo, uno dei gesti più rapidi e spavaldi della sua carriera.
Working Class Hero (1970)
Un inno amaro alla classe lavoratrice, dall’album John Lennon / Plastic Ono Band. Si tratta di una feroce critica alla società capitalista e al modo in cui schiaccia le classi lavoratrici fin dall’infanzia. Con un tono crudo e senza compromessi, Lennon sputa fuori il disgusto per le disuguaglianze sociali e la manipolazione delle masse. La melodia è ridotta all’osso, solo voce e chitarra, ogni rima penetra nella carne come una lama arroventata nel burro e la canzone diventa un inno per disillusi e ribelli. Nel 1973 un deputato americano la segnala alla Federal Communications Commission per via del verso “you’re still fucking peasants as far as I can see”: una radio universitaria rischia sanzioni, alcune emittenti la bandiscono, ma il brano continua a circolare di nascosto.
God (1970)
Lennon apre cantando che Dio è un concetto con cui misuriamo il dolore. Il resto del testo è una lista di cose in cui dice di non credere più. Magia, Bibbia, Buddha, yoga, re, Elvis, Dylan chiamato Zimmerman, fino al colpo più duro per i fan, “I don’t believe in Beatles”. Non è semplicemente un addio alla band, è il funerale del sogno collettivo degli anni Sessanta. Alla fine resta solo una frase asciutta: crede in sé e in Yoko, il sogno è finito. In diverse interviste successive Lennon spiegò che più aumenta il dolore, più gli esseri umani inventano dèi a cui appoggiarsi. Con God Lennon prova a toglierci tutte le stampelle in un colpo solo.
Happy Xmas (War Is Over) (1971)
Happy Xmas (War Is Over) è una canzone di Natale con i pugni alzati. Venne registrata a New York con Yoko Ono e il Harlem Community Choir, un coro di bambini guidati da John e Yoko sul ritornello. Nasce nel pieno delle campagne pacifiste contro la guerra in Vietnam e dell’aria elettrica delle manifestazioni. La frase del titolo riprende i manifesti che Lennon e Ono fecero affiggere nel 1969 in dodici grandi città. Sui cartelloni campeggiava la scritta “WAR IS OVER! IF YOU WANT IT. Happy Christmas from John & Yoko”. La melodia suona come un classico natalizio, tra campanelli e coro infantile, ma il testo chiede conto a chi ascolta. Domanda che cosa sia stato fatto durante l’anno e quale futuro si voglia lasciare ai figli. Per questo il brano è diventato un classico delle feste, usato da chi rifiuta un Natale distratto e preferisce tenere la pace al centro, non sullo sfondo. O così mi piacerebbe (sic!)
Imagine (1971)
Imagine nasce al piano di Tittenhurst Park, una mattina del 1971. Fuori il mondo mostra ancora carri armati in tv. Dentro Lennon distilla tre accordi in tonalità di do e un testo che chiede di cancellare confini, religioni, proprietà, tutto ciò che divide. Non è un sogno ingenuo: è un manifesto politico travestito da ninna nanna. Lennon lo descriverà come una campagna pubblicitaria per la pace, un messaggio contro religione, nazionalismi e capitale, addolcito quanto basta per entrare nelle case. La miccia arriva da Yoko Ono. Molte immagini vengono dal suo libro di istruzioni concettuali Grapefruit. In particolare dalla poesia Cloud Piece, con l’invito a immaginare le nuvole che colano e a seppellirle in giardino.
Decenni dopo Lennon ammetterà che la canzone avrebbe dovuto portare da subito la firma Lennon/Ono. Nel 2017 Yoko otterrà finalmente il credito ufficiale di coautrice.
Angela (1972)
1972, Manhattan sporca, giornali ovunque, sirene fuori dalla finestra del Greenwich Village. Dal trasferimento a New York, nel 1971, lui e Yoko hanno deciso che le canzoni devono contaminarsi con la politica. Entrare nei cortei, dare nome e cognome alle ingiustizie. Intanto l’FBI lo tiene d’occhio, i dossier si accumulano, il telefono probabilmente è sotto controllo: Lennon lo dice in tv da Dick Cavett, mezzo pubblico che ride, mezzo che pensa stia esagerando. Dentro questo clima arriva Angela, infilata in un disco massacrato dalla critica e guardata con sospetto da chi non ha mai sopportato la coppia Ono–Lennon. Una ballata dolceamara che porta dentro il nome di Angela Davis, filosofa, comunista, militante delle Black Panthers, finita in carcere nel 1970 e trasformata in bersaglio pubblico dal governo Nixon.
(Just Like) Starting Over (1980)
Autunno 1980, Lennon prova a tornare in studio dopo cinque anni di silenzio discografico. Double Fantasy è il nome scelto per il ritorno in coppia con Yoko Ono, un album in cui matrimonio, stanchezza e desiderio di fuga dividono lo stesso cuscino. L’apertura è affidata a (Just Like) Starting Over, titolo che promette di riavvolgere il nastro: ricominciare da capo quando tutti sanno che il tempo non torna indietro. Le prime a entrare sono le campane giapponesi, piccoli fantasmi di metallo che rispondono alle campane funebri di Mother, dieci anni prima. Subito dopo esplode un pop lucidissimo costruito su un arrangiamento anni cinquanta che strizza l’occhio a Elvis Presley e Roy Orbison; in studio Lennon si diverte a imitarli, a metà tra parodia e autoincoronazione da vecchio ragazzo del rock and roll. Il titolo originario, Starting Over, viene allungato con quel “Just Like” per evitare confusione con un altro brano in classifica e finisce per suonare ancora più ironico: sembra l’annuncio di un nuovo inizio.
Purtroppo, diverrà cattivo auspicio dell’ultimo giro di giostra.
Giovanni Scafoglio
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