Cinque grandi, meravigliosi, classici che la scuola ci ha insegnato ad odiare

cinque grandi classici della letteratura che la scuola ci ha insegnato ad odiare da I promessi sposi a Orgoglio e pregiudizio

A scuola, invece di insegnarci ad amare la grande letteratura, ce l’hanno fatta odiare. Ce l’hanno servita come una medicina per poi stupirsi se la sputavamo. Eppure non ci hanno mai insegnato la cosa più importante: perché quei libri fanno ancora male, perché emozionano, perché ossessionano. Ci hanno parlato di correnti letterarie, figure retoriche, date e contesti storici. Tutto giusto, tutto ordinato, tutto morto. Stessa storia oggi. Nessuno racconta alla Gen Z, che dentro quei romanzi ci sono gli stessi temi che cercano su booktok: amori impossibili, ossessioni, vendette, glow up, scelte sbagliate, desiderio, fallimento. Se qualcuno avesse detto loro che Il Conte di Montecristo è una delle revenge story più potenti mai scritte, che Cime Tempestose è toxic love allo stato puro, che Orgoglio e Pregiudizio è un enemies to lovers lento e crudele, forse non li avrebbero approcciati come un dovere. Forse li avrebbero letti come storie. I classici non sono lontani dai ragazzi. Siamo noi, adulti, che li abbiamo allontanati da loro, togliendo le chiavi emotive per entrarci dentro. E allora non sorprendiamoci poi se nessuno legge più. Intanto ecco cinque grandi classici della letteratura che la scuola ci ha insegnato ad odiare.

Cinque grandi classici della letteratura che la scuola ci ha insegnato ad odiare

Per scegliere questi dieci grandi classici ho seguito un metodo molto semplice: prima ho messo dentro quelli che hanno fatto odiare la letteratura a me, quando li leggevo con la sensazione di stare scontando una pena. Poi ho incrociato quella lista con sondaggi e discussioni su siti letterari, insieme ai trend su TikTok, BookTok compreso, che segnalano quali romanzi e quali personaggi la Gen Z tende a detestare o a trovare particolarmente ostici. Quasi sempre succede per due motivi: lettura imposta a scuola, quindi rifiuto automatico, e distanza emotiva, perché nessuno ti passa le chiavi per immedesimarti nei valori, nelle scelte e nelle ferite di chi sta sulla pagina.

I promessi sposi – Alessandro Manzoni – 1827

Ce lo hanno spiegato come romanzo storico. Ok, ci sta. Ma fondamentalmente è la storia di due ragazzini perseguitati, di un abuso di potere, di un amore impossibile che sopravvive a tutto.
Don Rodrigo vuole Lucia. E cerca di prendersela in tutti i modi come fosse un oggetto. Usa i Bravi, due cazzo di bulli pericolosi e senza sentimenti. Don Abbondio è un vigliacco, uno di quei vigliacchi con cui i ragazzi hanno a che fare tutti i giorni. Abuso di potere, consenso calpestato, istituzioni che si piegano, comunità che fa finta di non vedere, reputazioni distrutte per sentito dire. I personaggi sono magnifici: Renzo e Lucia che provano a tenere in piedi un amore mentre intorno si muovono ricatti, silenzi e “consigli” che suonano come minacce. La Monaca di Monza. L’Innominato è il villain che domina tutto finché una notte qualcosa si incrina e cambia traiettoria, con una conversion arc epica. La peste e il lazzaretto, la storia diventa fisica, attuale, sporca. È pieno di tropes che su BookTok funzionano sempre, slow burn, star-crossed lovers, trauma bonding, villain obsessed, faith vs injustice. Solo che qui sono carne, rischio, conseguenze.

La coscienza di Zeno – Italo Svevo – 1923

Salute mentale, dipendenza, autosabotaggio, relazioni incasinate: Zeno prova a raccontarsi allo psicoanalista e finisce per mandare una raffica di scuse e autoassoluzioni, come vocali su Wup sparati a mitragliatrice. Zeno scrive per il suo psicoanalista e si difende mentre racconta, taglia, aggiusta, si autoassolve. È il narratore inattendibile per eccellenza, uno che ti chiede fiducia ma dei cui non ti puoi fidare. Dentro c’è: l’ultima sigaretta che non è mai l’ultima, il proposito, la ricaduta, la giustificazione, e poi di nuovo da capo. Ci sono le relazioni, che sono un disastro tossico: lui vuole Ada, non la ottiene, ripiega su Augusta, intanto si infila in una storia con Carla, e ogni scelta diventa l’ennesima auto giustificazione scritta bene. Un narratore inaffidabile che ti fa entrare nel suo cervello senza filtro.

Orgoglio e pregiudizio – Jane Austen – 1813

Lizzy Bennet incontra Darcy e lo archivia come uno snob tossico, Wickham le vende la versione perfetta, poi una lettera ribalta tutto e, tra balli, gossip e il disastro Lydia, l’enemies to lovers più cattivo di sempre diventa una storia d’amore potente, tra figuracce e verità. In mezzo ci sono temi molto attuali e sentiti: quanto pesa lo status, quanto contano le prime impressioni, quanto ti manipola uno che racconta bene la propria versione, e quanto una famiglia può finire in mezzo al fango per una scelta impulsiva e due chiacchiere messe in giro. Non è una “true story”, ma è una romance autentica nel senso più crudele: niente draghi, solo persone, orgoglio, pregiudizi, e il prezzo che paghi quando comprendi la verità troppo tardi.

Il conte di Montecristo – Alexandre Dumas – 1844

La revenge story più potente mai scritta: un ragazzo innocente viene incastrato rinchiuso in prigione per 14 anni, alla sua promessa sposa dicono che è morto. Riesce a evadere con una nuova identità e un tesoro, e torna nel mondo per distruggere uno a uno quelli che gli hanno rubato tutto. La storia è memorabile: mentre pensa a come togliersi la vita, nel buio del castello d’If, Edmond incontra l’Abate Faria, che gli insegna a ragionare, a reggere, a diventare qualcun altro, e gli lascia una mappa, il tesoro, la via d’uscita. Quando Edmond evade è trasformato, con un glow up che non è estetica, è potere, identità nuova, sangue freddo, e una vendetta raffinata che avrà bisogno di molti anni per esser portato a termine. Si ripresenta come il Conte di Montecristo e comincia a colpire uno a uno quelli che lo hanno tradito, usando soldi, informazioni, maschere sociali, e la stessa società che prima lo aveva schiacciato.

La lettera scarlatta – Nathaniel Hawthorne – 1850

Hester viene marchiata con una A perché ha una figlia fuori dal matrimonio, regge la gogna, la vergogna, il padre della bambina resta pulito in pubblico ma crolla dentro, il marito torna e lo mangia vivo con una vendetta chirurgica. E’ la storia di una comunità che si compatta e trasforma la morale in arma. È slut-shaming istituzionalizzato, con doppio standard: lei paga in piazza, lui si nasconde dietro il ruolo. Salute mentale sotto pressione, colpa, ansia, facciata, e quel logorio che ti spezza anche se nessuno ti tocca. È anche una storia di controllo: Chillingworth non urla, entra nella testa dell’altro e lo consuma, stalking psicologico in versione puritana. Se ti sembra un mattone puritano, lontano, prova a guardare l’America di Trump.

Li chiamo classici, a scuola li hanno imbalsamati come santi in una teca. Poi cresci, ti si spacca qualcosa, e capisci che erano vivi, veri, dannatamente attuali

I promessi sposi non è “il Seicento”, è la tua vita quando qualcuno più forte di te decide che può commettere ogni sopruso contro di te mentre tutti gli altri fanno finta di nulla. La coscienza di Zeno è la notte in cui ti prometti che domani smetti, domani ricominci, domani ti sistemi, e intanto ti parli addosso come se le parole potessero sostituire una scelta. Orgoglio e pregiudizio è la prima impressione che ti fotte, è lo sguardo che giudica e la lingua che ferisce, finché ti tocca imparare a leggere le persone, non le maschere. Il conte di Montecristo è quel buco nero che si chiama vendetta, ti dà energia e ti ruba pace, ti fa sentire giusto e ti rende feroce, e quando finalmente colpisci capisci che il colpo torna sempre indietro. La lettera scarlatta è il marchio che ti mettono addosso per farti stare al tuo posto, e la tua decisione di restare in piedi anche quando la piazza, i social, gode nel vederti a terra.

Questi libri chiedono contatto, che tu smetta di studiarli e inizi a riconoscerti. Perché i classici, quando smetti di odiarli, non diventano belli. Diventano necessari.

Giovanni Scafoglio

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