27 Gennaio: la Shoah non è un argomento da tifo da stadio

27 Gennaio: la Shoah non è un argomento da tifo da stadio tra ebrei, questione palestinese, Gaza e analfabetismo

Prima di affrontare il tema della Giornata della Memoria, in tempi di analfabetismo funzionale e di lettori che spesso cercano in un articolo solo la conferma dei propri pregiudizi, è doverosa una premessa. Nella consapevolezza che il ruolo di un giornalista sia, anche, scrivere ciò che il lettore non vorrebbe sentirsi dire. Premetto dunque che il sottoscritto condanna, da sempre, l’attuale governo israeliano per ciò che sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, e considera tale comportamento un crimine di guerra. E’ però urgente analizzare l’errore logico che sta inquinando il dibattito pubblico: sovrapporre la memoria dello sterminio ebraico (e non solo) alle azioni militari di oggi non aiuta a capire la realtà, ma serve solo ad alimentare una polarizzazione cieca. Non è un fenomeno spontaneo. Esiste un vero e proprio business dell’odio: i social e molte testate hanno compreso che spingere gli utenti al litigio genera traffico. Creare fazioni e trasformare la storia in uno scontro tra tifoserie permette di monetizzare l’indignazione, sacrificando l’analisi sull’altare dei click. La conseguenza più grave di questo frastuono mediatico è l’oblio che cala su tutte le altre vittime. Concentrandosi esclusivamente sul binomio Israele-Palestina, si finisce per creare delle vittime di serie B, dimenticando chi oggi non ha “sponsor” politici o militari a difenderne la memoria. I numeri dello sterminio nazi-fascista raccontano una storia più ampia e terribile: oltre agli ebrei, furono assassinati tra i 250.000 e i 500.000 Rom e Sinti, 300.000 disabili fisici, circa 15.000 omosessuali nei lager e un numero incalcolabile di dissidenti politici. Di loro, nel tifo da stadio odierno, non parla quasi nessuno. La riduzione del 27 gennaio a un referendum su Israele è un fallimento sistemico della funzione educativa della storia. Concentrandosi esclusivamente sulla questione ebraica (per difenderla o attaccarla), si dimentica la natura del totalitarismo nazista, che oltre ad essere antisemitia, rappresentava un abominevole progetto di ingegneria biologica e sociale per eliminare ogni “diversità” o “inutilità” (secondo i canoni nazisti). La confusione tra il 27 gennaio e Gaza è un’arma tattica nella guerra cognitiva. Rende impossibile la solidarietà umana trasversale e massimizza i profitti delle piattaforme che ospitano lo scontro.

Perché è sbagliato colpevolizzare gli ebrei per quello che sta facendo il governo israeliano

Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia un cortocircuito mentale che sta avvelenando le nostre piazze, le università, i licei e i nostri social: l’idea che ogni singolo ebreo, ovunque viva, sia responsabile delle decisioni criminali di Benjamin Netanyahu. È un meccanismo perverso, figlio di una pigrizia intellettuale che cerca bersagli facili invece di affrontare la complessità.

Confondere l’identità ebraica con lo Stato di Israele è un errore categoriale imperdonabile. Essere ebrei è una questione di cultura, religione e storia; essere il governo israeliano è una funzione politica temporanea. La stragrande maggioranza degli ebrei nel mondo vive nella Diaspora: sono cittadini italiani, francesi, americani. Pagano le tasse a Roma, Parigi o New York, non a Gerusalemme. Non votano per la Knesset, non hanno voce in capitolo sulle strategie dell’esercito e non decidono dove cadono le bombe. Chiedere a uno studente ebreo di Milano di giustificarsi per Gaza è assurdo tanto quanto chiedere a un cittadino italiano di fede cattolica di rispondere degli investimenti finanziari del Vaticano o per i preti pedofili.

C’è poi un aspetto ancora più subdolo in questa generalizzazione: la cancellazione del dissenso

Trattare “gli ebrei” come un blocco monolitico significa ignorare che proprio all’interno del mondo ebraico, e nello stesso Israele, si levano le voci più feroci contro le politiche di Netanyahu. Ci sono intellettuali, attivisti e semplici cittadini ebrei che da anni denunciano l’occupazione e che oggi scendono in piazza contro la guerra. Quando si attacca “l’ebreo” in quanto tale, si fa un torto proprio a chi, dentro quella comunità, sta lottando per la pace e per i diritti dei palestinesi.

Alla fine, questo processo di attribuzione di una “colpa collettiva” ha un nome preciso: razzismo. Funziona esattamente come l’internamento dei giapponesi-americani durante la Seconda Guerra Mondiale o la caccia al nemico interno in ogni regime totalitario. Criticare un governo è un dovere politico; trasferire quella critica su un’etnia è solo un modo per sdoganare l’odio trovandosi una scusa morale. Chi assalta una sinagoga o insulta un passante per “vendicare” Gaza non sta facendo politica estera, sta solo cercando un capro espiatorio a portata di mano per sfogare istinti che con la giustizia non c’entrano nulla.

Le colpe della politica, dei cattivi maestri e dei media

Perché ci caschiamo così facilmente? Perché milioni di italiani si lasciano trascinare nel tifo da stadio, bevendosi slogan preconfezionati invece di farsi domande? La risposta è culturale e strutturale. L’amara verità risiede in un dato che fa spavento e che ci relega agli ultimi posti in Europa: l’Italia è un paese di analfabeti.

Secondo le stime più recenti (dati OCSE-PIAAC), circa il 28-30% della popolazione italiana tra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale. Se allarghiamo lo spettro alle competenze minime, sfioriamo quasi il 40%. Parliamo di milioni di persone che sanno leggere le parole di un testo, ma non ne comprendono il significato, non sanno distinguere una notizia vera da una falsa, né collegare cause ed effetti. Siamo messi peggio di quasi tutti i nostri vicini europei.

L’accusa vera, quella su cui riflettere, non va rivolta a chi non ha gli strumenti, ma a chi ha deciso di sfruttare questa debolezza

La politica e i media sono i veri colpevoli, i “cattivi maestri” che hanno cavalcato questa situazione. Una classe dirigente degna di questo nome, davanti a una platea così fragile, avrebbe il dovere morale di spiegare la complessità, di elevare il dibattito. Invece, hanno scelto la via più cinica: l’incasso immediato in cabina elettorale.

Politici a caccia di voti e giornali a caccia di click sanno perfettamente che un analfabeta funzionale è il cliente ideale per l’odio. Non gli spiegano la storia del Medio Oriente perché è faticoso e non porta “like”. Gli vendono invece un nemico facile (l’ebreo, l’islamico, l’occidentale), riducendo tragedie immani a slogan da curva sud. Non è sciatteria, è dolo. Hanno trasformato l’ignoranza degli italiani in un asset strategico su cui costruire carriere e fatturati, rendendosi complici morali di ogni ondata di antisemitismo o razzismo che attraversa il Paese.

Perché è ancora molto importante il 27 Gennaio e ricordare la Shoah

Stiamo perdendo gli ultimi testimoni diretti e, con la loro scomparsa, rischiamo di perdere la percezione reale dell’orrore nazi-fascista nella sua interezza. Senza la Memoria, il vuoto viene riempito dalla pigrizia intellettuale che cerca risposte facili. Commemorare serve a impedire che la storia venga riscritta a uso e consumo del presente, ricordando che la macchina dello sterminio non ha colpito solo un bersaglio, ma ha cercato di cancellare dalla faccia della terra ebrei, Rom, Sinti, disabili, omosessuali e oppositori politici, come scritto in precedenza, un abominevole progetto di ingegneria biologica e sociale per eliminare ogni “diversità” o “inutilità”.

Chiudo con una considerazione brutale. Sono stanco dell’idiota di turno che mi chiede se sono “amico di Netanyahu”, o che mi etichetta come “antisemita” o “servo dei sionisti” a seconda di come tira il vento della sua ignoranza. Eppure, ripensandoci a mente fredda, questo fastidio è la prova del nove. Se riesco a scontentare tutti, significa che sto seguendo l’unica regola che conta: l’onestà intellettuale. Credo fortemente che Il mio lavoro sia scrivere esattamente ciò che non volete sentirvi raccontare.

In fondo, se la verità non vi disturba, significa che è solo retorica

Giovanni Scafoglio

il randagio edizioni ecorandagio notizie

Related Post