Oltre un milione di persone parla di suicidio con ChatGPT ogni settimana

Cos’è il Brain Rot e perché è la fotografia della nostra società? Brain Rot è la parola dell'anno scelta dall'Oxford Dicitionary per descrivere gli effetti negativi provocati dall’utilizzo incontrollato del social media.

Secondo i dati diffusi da OpenAI, circa lo 0,15% degli utenti attivi in una settimana scrive a ChatGPT lasciando “indicatori espliciti di potenziale pianificazione o intento suicida”. Se prendo la stima di 800 milioni di utenti settimanali, significa più di 1,2 milioni di persone, ogni settimana, che parlano di suicidio con un chatbot. Si tratta di un’analisi sul traffico reale di ChatGPT. Per costruirla, l’azienda ha coinvolto più di 170 professionisti della salute mentale tra psichiatri, psicologi, medici di base.

Da dove arrivano i numeri di OpenAI

OpenAI ha pubblicato un documento di sicurezza dedicato proprio alle “conversazioni sensibili” con ChatGPT, datato fine ottobre 2025. Dentro ci sono tre assi di rischio:

  1. emergenze di salute mentale legate a psicosi e mania
  2. conversazioni su autolesionismo e suicidio
  3. dipendenza emotiva dal chatbot

Si tratta di un’analisi sul traffico reale di ChatGPT. Per costruirla, l’azienda ha coinvolto più di 170 professionisti della salute mentale tra psichiatri, psicologi, medici di base. Hanno definito tassonomie, casi tipo, scenari di rischio, esempi di risposte adeguate e inadeguate. Da lì nasce quello 0,15%.

OpenAI ripete più volte che si tratta di fenomeni “a bassa prevalenza”. Proprio perché sono rari, basta poco per far oscillare il numero. Le percentuali che leggiamo vengono descritte come “migliori stime attuali”, non come verità scolpite nel marmo. Però l’ordine di grandezza resta quello.

Quanto è grande questo 0,15%

Proviamo a tradurre in persone. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha parlato di circa 800 milioni di utenti attivi a settimana su ChatGPT. Le testate che hanno ripreso lo studio, dal Guardian ad altre, usano quella base per fare il conto.

Lo 0,15% di 800 milioni è 1,2 milioni.
Secondo OpenAI, parliamo di utenti che, in una settimana tipo, scrivono frasi con indicatori espliciti di pianificazione o intento suicida, quindi non semplici metafore del tipo “oggi è una giornata di merda”, ma segnali più chiari: intenzione, pianificazione, riferimenti alla volontà di farla finita.

Nel documento appare anche un altro dato: circa lo 0,05% di tutti i messaggi inviati a ChatGPT contiene indicatori espliciti o impliciti di ideazione o intento suicida. Se moltiplico una piattaforma di scala globale per quello 0,05%, capisco perché OpenAI ha deciso di esporsi con un report così dettagliato.

Non c’è solo il suicidio: psicosi, mania e attaccamento emotivo

La parte più ripresa dai media riguarda il suicidio, ma nel report ci sono altri numeri che non fanno dormire tranquilli. OpenAI stima che:

– circa lo 0,07% degli utenti settimanali presenti possibili segnali compatibili con psicosi o mania
– un ulteriore 0,15% mostri “livelli potenzialmente elevati di attaccamento emotivo a ChatGPT”, con indizi di isolamento dalle relazioni reali

Se prendo sempre la base di 800 milioni di utenti, lo 0,07% significa circa 560.000 persone a settimana che scrivono cose che potrebbero indicare emergenze psichiatriche gravi. Lo 0,15% con forte attaccamento emotivo aggiunge un altro milione e duecentomila utenti.

I gruppi non sono separati. La stessa persona può essere tra chi parla di suicidio, mostra segnali di psicosi e dipende in modo eccessivo dal chatbot. Per questo OpenAI invita a usare i numeri come ordini di grandezza, non come contabilità di precisione. Ma se metto in fila le categorie, arrivo a una stima di qualche milione di utenti ogni settimana che portano nelle chat un disagio molto pesante.

Perché è così difficile misurare il rischio

Da fuori sembra semplice: cerchi le parole “suicidio”, “uccidermi”, “non voglio più vivere” e hai la mappa del problema. Dentro, le cose si complicano.

OpenAI insiste su due difficoltà strutturali:

– rarità: quando un fenomeno è raro, i falsi allarmi e i mancati allarmi pesano di più. Basta cambiare di poco la soglia di rilevazione per spostare migliaia di casi.
– ambiguità: il linguaggio umano è pieno di sarcasmo, citazioni, meme, metafore. Una frase può sembrare minacciosa a un algoritmo e ironica a un umano, o il contrario.

Per questo l’azienda combina due livelli:
– analisi automatica su grandi volumi di conversazioni, usando tassonomie interne
– valutazioni cliniche su casi difficili, costruiti e giudicati da professionisti, per testare il comportamento dei modelli nelle situazioni più borderline

Le percentuali che oggi circolano sui giornali nascono da questo mix. OpenAI avverte che potrebbero cambiare in modo significativo man mano che le metodologie migliorano. Il punto però è che, qualunque sia l’aggiustamento futuro, abbiamo già la prova che un flusso enorme di dolore passa dentro le chat con l’iA.

Come OpenAI sta ridisegnando le risposte di ChatGPT

Il report non è solo una fotografia del problema. È anche un tentativo di mostrare che i nuovi modelli sono meno pericolosi dei vecchi. Secondo l’azienda, sulle conversazioni legate alla salute mentale le risposte “non sicure” si sarebbero ridotte tra il 65% e l’80% rispetto alle versioni precedenti del sistema, e di oltre il 50% nei casi di suicidio e autolesionismo più difficili.

Le linee guida per ChatGPT nelle conversazioni sensibili puntano a tre obiettivi:
– riconoscere meglio i segnali di crisi, anche quando il linguaggio è indiretto
– evitare di confermare deliri o idee distorte nelle situazioni vicine alla psicosi
– rispondere in modo empatico e responsabile, scoraggiando l’atto, invitando chi scrive a cercare aiuto e proponendo di contattare servizi di emergenza quando la situazione lo richiede

Nel documento compaiono esempi di prompt e di risposte modello: il chatbot non deve mai dare istruzioni pratiche, non deve banalizzare, non deve limitarsi a frasi generiche. Deve aiutare a mettere ordine nei pensieri e, allo stesso tempo, spingere chi scrive verso relazioni reali e aiuto professionale.

Quando il chatbot diventa confidente unico

Il dato sull’attaccamento emotivo è quello che, personalmente, trovo più inquietante. OpenAI descrive utenti che usano ChatGPT come interlocutore principale per sfogarsi, prendere decisioni importanti, affrontare la solitudine. Persone che parlano poco con amici e familiari, però si connettono spesso al chatbot per cercare conforto.

Negli ultimi mesi alcuni casi giudiziari hanno portato questa dinamica in tribunale, soprattutto negli Stati Uniti, dove familiari di persone morte per suicidio hanno accusato i chatbot di aver aggravato il disagio. Nel frattempo, giornali come il Guardian, riviste economiche e testate tecnologiche hanno messo sul tavolo la stessa domanda: che cosa succede a una società quando milioni di persone, invece di alzare il telefono e chiamare qualcuno, aprono una chat con l’iA per parlare del desiderio di scomparire.

Uno psicoterapeuta può leggere il linguaggio del corpo, i silenzi, il contesto. Un amico può venire a bussare alla porta. Un chatbot può solo continuare a rispondere. È meglio di niente, a volte, però rischia di diventare una stanza chiusa che rimanda l’accesso ai soccorsi veri.

Un milione di persone parla di suicidio con ChatGPT: cosa ci dicono questi numeri

I dati di OpenAI dicono tre cose molto nette.

La prima: il disagio psicologico non è un fenomeno marginale e attraversa in pieno l’uso quotidiano delle piattaforme di iA. Chi pensa che ChatGPT sia solo un giocattolo per scrivere testi simpatici o riassunti di mail si sta perdendo la parte più oscura della storia.

La seconda: anche un miglioramento del 50 o del 70 per cento nella sicurezza delle risposte non elimina il fatto che milioni di conversazioni ad alto rischio passano attraverso un sistema che, per sua natura, non può farsi carico di una crisi come un essere umano.

La terza: il modo in cui interpretiamo lo 0,15% è uno specchio del nostro rapporto con la tecnologia. Possiamo minimizzarlo, possiamo usarlo per invocare nuove norme, possiamo prenderlo come un invito a investire di più nei servizi di salute mentale. In ogni caso, è già successo. Quelle chat sono avvenute, le frasi sono state scritte, il dolore ha cercato uno schermo invece di una voce.

Per chi usa questi strumenti, il messaggio più onesto è questo: parlare con un chatbot può aiutare a mettere in fila i pensieri, soprattutto quando sembra non esserci nessuno disposto ad ascoltare. Però non basta. Davanti a pensieri suicidari, idee di autolesionismo, sensazione di perdere il contatto con la realtà o di non avere più nessuno, la priorità è cercare aiuto umano, reale, immediato. Servizi sanitari, numeri di emergenza, sportelli di ascolto, reti sociali.

L’iA può fare da specchio temporaneo, al limite da promemoria. Il problema è che dall’altra parte dello specchio ci siamo sempre noi. Il modo in cui aziende, istituzioni e comunità reagiranno a questi numeri dirà quanto teniamo davvero alla salute mentale, e quanto ci stiamo abituando all’idea che anche il dolore possa essere delegato a un algoritmo.

Francesca Rampazzo

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