Cultura aziendale 996. L’equilibrio tra vita privata e lavoro è già passato di moda?

giovani e lavoro

Sembrava essere lasciata al passato la cultura del lavoro basata sul controllo, sulla produttività e l’abnegazione ad ogni costo. Soprattutto in seguito allo scoppio della pandemia da Covid-19, gli scenari lavorativi sono stati permeati da nuovi concetti, quali la flessibilità, la fiducia, la valorizzazione delle persone. Per molte organizzazioni questi concetti vigono tuttora e sono applicati, ma in molte altre si sta adottando una cultura insostenibile. Si tratta della cultura aziendale 996, nata in Cina, che consiste nel lavorare dalle nove del mattino alle nove di sera, per sei giorni a settimana. Ma è possibile che l’equilibrio vita privata-lavoro sia già passato di moda?

Il modello 996 trova terreno fertile anche nella Silicon Valley

Per competere con un rivale come la Cina, alcune aziende americane hanno sperimentato il modello 996. Nella Silicon Valley è infatti diffuso da qualche anno, ma in modo meno drastico rispetto al continente cinese. Megan Paterson, CEO dell’azienda Kinaxis, ha affermato che in alcune circostanze questo sistema sia utile, specie in alcuni periodi dell’anno o se si tratta di start-up che hanno bisogno di affermarsi sul mercato del lavoro. 

Nelle big tech cinesi però, questo sistema non è occasionale, è ordinario e prevede 72 ore di lavoro settimanali. Sebbene nel 2021, la Corte Suprema del Popolo cinese, abbia dichiarato illegale il sistema 996, le aziende che continuano ad adottarlo sono ancora tante e rischiano di diventare un modello da seguire anche in Occidente. Elon Musk per esempio, negli ultimi anni ha imposto ai dipendenti orari di lavoro più rigidi e ha affermato che per ottenere risultati bisognerebbe lavorare almeno 80 ore a settimana.

Inoltre, alcune aziende e start-up IT della Silicon Valley, durante i processi di selezione, stanno chiedendo ai candidati se sono disposti a lavorare oltre le 40 ore settimanali.

Più lavori, più vali?

Insomma, per queste realtà, incentrate unicamente sulla produttività, più si è disposti al sacrificio e al duro lavoro, più si incarna l’immagine del dipendente perfetto e sempre pronto ad assolvere alle richieste dell’azienda e dei manager. Tutto questo, a discapito della propria salute mentale e del proprio tempo libero. E soprattutto a discapito dei bisogni delle nuove generazioni, che non intendono accettare compromessi, né trascurare famiglia e amici.

Dov’è l’etica del lavoro in questi modelli che celebrano la produttività estrema, che decentrano i bisogni delle persone e che calpestano la loro dignità? Non c’è etica, ma solo una logica di de-umanizzazione che ha l’obiettivo di raggiungere risultati performanti e competitivi.

L’etica c’è laddove il lavoratore è al centro dei processi aziendali, risiede in una cultura organizzativa capace di essere efficiente senza obbligare le persone a lavorare in condizioni di stress. C’è etica del lavoro dove ci sono dipendenti sereni, che non hanno l’ansia di non essere né fare mai abbastanza. Dove le persone hanno il tempo di coltivare le proprie passioni e i propri affetti senza rischiare di perdere il lavoro o di subire gaslighting.

Cosa ne pensano in Italia i professionisti del mondo IT del modello 966?

Sebbene in Italia, diversi contesti organizzativi abbiano intrapreso processi di innovazione che puntano al benessere dei dipendenti, alcune ricerche rilevano che i casi di malessere sul luogo di lavoro restano un problema da affrontare.

Un’indagine condotta da Unobravo su oltre 1.500 italiani, ha messo in evidenza che il 44% versa in una condizione di stress a causa del lavoro. Tra le cause legate allo stress vi sono i lunghi orari di lavoro, l’assenza di riconoscimenti e di un equilibrio tra la vita privata e la vita lavorativa.

Fausto Iannuzzi, IT Project Manager con oltre dieci anni di esperienza all’interno di aziende tecnologiche, osserva:

“La concorrenza globale mette sotto pressione i sistemi regolamentati occidentali, incentivando la riduzione delle conquiste sociali. Il lavoro non è più visto come elemento di progresso civile e sociale, ma si trasforma, riportando indietro le lancette del tempo, in una narrazione collettiva, portatrice di un valore nazionale da promuovere come nuovo “modello vincente”.​

Dunque, mentre da un lato, le trasformazioni del mondo del lavoro puntano l’accento sulla flessibilità e sull’integrazione tra spazio personale e spazio lavorativo, dall’altro la concorrenza e la competitività minacciano la qualità della vita dei dipendenti.

“Più lavori, più vali: il tempo sacrificato all’azienda diventa una medaglia sociale, dove la resistenza alla fatica equivale ad appartenenza e riconoscimento.  Si crea così una cultura che premia il sacrificio estremo e la dedizione, mentre indebolisce la percezione del diritto al tempo libero, e, progressivamente, della dignità stessa del lavoratore.” (Fausto Iannuzzi).

La paura di restare umani

Restare umani sembra essere uno sforzo insostenibile quando si tratta di raggiungere profitti e di rincorrere le logiche della globalizzazione. Anzi, come direbbe David Foster Wallace, si ha paura di essere umani, perché significherebbe essere troppo sentimentali per i codici imposti dalla società.

“Ciò che passa per trascendenza cinica e alla moda del sentimento è in realtà una sorta di paura di essere veramente umani, poiché essere veramente umani significherebbe essere ‘sdolcinati’ o ‘sentimentali’, il che, in base ai codici attuali, è la cosa più imperdonabile che si possa essere” (Infinite Jest, David Foster Wallace).

Dunque, il futuro del mondo del lavoro subirà una spinta all’indietro, verso modelli basati sulla sopraffazione, come il sistema 996, oppure lo slancio verso la rivendicazione del tempo libero e della dimensione umana ed etica del lavoratore, si rivelerà incontestabile?

Emanuela Mostrato

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