Tim Berners-Lee, il padre del World Wide Web, dichiara in una intervista The Guardian che il web non è più libero. “Guardo la mia invenzione e mi chiedo: il web è ancora libero oggi? No, non tutto.”
Chi è Tim Berners-Lee il padre del Web
Tim Berners-Lee, londinese, classe 1955, non immaginava certo di riscrivere la storia della comunicazione mondiale quando, tra i corridoi del CERN di Ginevra, iniziò a trafficare con un’idea: creare un sistema capace di mettere in relazione i computer tra loro, per scambiare documenti senza muri e senza gerarchie. Era il 1989. Dalla sua intuizione nacquero tre sigle destinate a entrare nella vita di tutti: HTTP, HTML e URL. Strumenti semplici e rivoluzionari che permisero, per la prima volta, di collegare informazioni sparse nel mondo.
Nel 1991 pubblicò il primo sito della storia, una pagina spoglia che spiegava il funzionamento del suo progetto
Due anni dopo compì il gesto più radicale: rese il codice libero, accessibile a chiunque. Rinunciò a qualsiasi profitto, convinto che la conoscenza dovesse restare un bene comune. È da quella decisione che il Web si diffuse senza confini, trasformandosi in uno spazio condiviso, universale.
Nel 1994 fondò al MIT il World Wide Web Consortium, un laboratorio di idee e regole per mantenere la rete aperta e leggibile da tutti. Da allora è diventato il custode morale del Web, voce critica contro l’invadenza delle piattaforme e il potere dei dati accumulati dalle multinazionali. Berners-Lee osserva con amarezza come il suo sogno di libertà si sia trasformato in una gabbia dorata, dove tutto è misurato, venduto, archiviato.
Da qui nasce Solid, il progetto con cui tenta di ribaltare di nuovo il tavolo
un sistema che restituisce alle persone la proprietà dei propri dati, custoditi in spazi digitali personali, fuori dal controllo delle grandi aziende. L’obiettivo è far tornare Internet a ciò che doveva essere, un luogo di scambio e conoscenza, non di sorveglianza e manipolazione.
Ma torniamo alle dichiarazioni di Tim Berners-Lee
Vediamo una manciata di grandi piattaforme che raccolgono i dati privati degli utenti per condividerli con broker commerciali o persino con governi repressivi. Vediamo algoritmi onnipresenti che sono progettati per creare dipendenza e danneggiare la salute mentale dei nostri adolescenti. Lo scambio di dati personali per il loro utilizzo non corrisponde certamente alla mia visione di un web libero”.
“Scambiare dati personali per usarli non si adatta certo alla mia visione di un web libero. Su molte piattaforme non siamo più i clienti, ma siamo diventati il prodotto”, osserva Berners Lee che ha ideato negli anni scorsi una sistema chiamato Solid, che permette agli utenti di avere il controllo dei propri dati.
“Da qualche parte tra la mia visione originale del web 1.0 e l’ascesa dei social media come parte del web 2.0, abbiamo imboccato la strada sbagliata – afferma il padre del web -. Ora ci troviamo ad un nuovo bivio, in cui dobbiamo decidere se l’intelligenza artificiale verrà utilizzata per il miglioramento o a scapito della società. Come possiamo imparare dagli errori del passato?
Innanzitutto, dobbiamo garantire che i decisori politici non finiscano per giocare la stessa partita decennale di rincorsa ai social media. Il momento di decidere il modello di governance per l’IA è ieri, quindi dobbiamo agire con urgenza”, conclude.
Francesca Rampazzo
Leggi anche
- Le fabbriche dei like: cosa sono le click farm che truccano il web
- Google ha reso indispensabile il web e ora rischia di distruggerlo
- Oltre 1.500 esperti chiedono di fermare lo sviluppo della vera intelligenza artificiale (AGI)
- Jony Ive l’uomo che ha “inventato” gli iphone sarà l’uomo che con openAi li distruggera?
- Wikipedia perde l’8 per cento di traffico a causa delle iA
- Dead Internet Theory: ChatGPT distruggerà il web?
- Google Zero: i riassunti generati dalle AI stanno distruggendo il traffico dei siti web
- Gemini, l’IA di Google, impazzisce e scrive: “Per favore muori”

