Suicida in carcere l’assassino di Sara Campanella

Suicida in carcere Stefano Argentino, l'assassino di Sara Campanella che l'accoltellò più volte nei pressi dell’università uccidendola.

Si è tolto la vita in carcere Stefano Argentino, il ventisettenne accusato dell’omicidio di Sara Campanella, la studentessa universitaria di Misilmeri uccisa a coltellate nel marzo del 2025 a Messina. La notizia del suicidio è arrivata nel pomeriggio del 6 agosto 2025, dalla casa circondariale di Gazzi. Argentino si sarebbe impiccato con un lenzuolo, approfittando di un momento di assenza dei compagni di cella. Quando gli agenti lo hanno trovato, era già privo di sensi. Inutile il tentativo di rianimazione. La mamma della ragazza: “Epilogo terribile di una fine terribile”.

Stefano Argentino non si trovava più in regime di sorveglianza rafforzata

La vicenda ha suscitato grande clamore, non solo per la violenza del delitto iniziale, ma anche per la dinamica del suicidio, che ha riacceso una polemica mai sopita sullo stato delle carceri italiane. Argentino si trovava in regime di sorveglianza rafforzata, misura revocata appena quindici giorni prima. Il suo gesto appare oggi come la tragica conseguenza di un sistema che non è stato in grado di prevenire due morti: quella della vittima e quella del carnefice.

Il delitto di Sara Campanella: un’escalation ignorata

Sara Campanella, ventidue anni, era una studentessa brillante. Frequentava l’università di Messina e sognava una carriera nell’ambito della psicologia. Stefano Argentino, suo compagno di corso, aveva iniziato a molestarla mesi prima. Messaggi insistenti, pedinamenti, continue pressioni psicologiche. Sara aveva confidato alle amiche di sentirsi in pericolo. In un messaggio vocale, poco prima di morire, aveva detto: “Il malato mi segue”. Nessuno ha fatto abbastanza per proteggerla.

Il 31 marzo 2025, in pieno giorno, Argentino l’ha accoltellata più volte nei pressi dell’università. Il delitto è stato ripreso da una telecamera di sorveglianza. Non c’è mai stato alcun dubbio sulla responsabilità dell’imputato.

L’attesa del processo e la mancata perizia psichiatrica

Il processo a carico di Argentino sarebbe dovuto iniziare il 10 settembre. L’avvocato difensore, Giuseppe Cutrera, aveva chiesto una perizia psichiatrica. La richiesta non è mai stata accolta. Dopo la morte del suo assistito, il legale ha dichiarato: “Lo Stato doveva salvarlo. Così come ha fallito nel proteggere Sara, ha fallito anche con lui”. Parole destinate a dividere l’opinione pubblica. La famiglia Campanella, attraverso l’avvocata Concetta La Torre, ha espresso dolore e amarezza: “Siamo di fronte alla fine tragica di una vicenda già devastante. Sara non tornerà e la giustizia, ancora una volta, resta sospesa”.

Il carcere e le sue falle: alta sorveglianza revocata

Argentino era entrato nel carcere di Gazzi in condizioni psicologiche instabili. Inizialmente gli era stata concessa l’alta sorveglianza. Tuttavia, dopo poche settimane, la misura è stata revocata. Gli agenti penitenziari avevano più volte segnalato la criticità del caso, ma le risorse erano insufficienti.

Il sindacato di polizia penitenziaria SAPPE ha denunciato l’accaduto come “una tragedia annunciata”. Secondo il segretario Donato Capece, “le carceri italiane sono ormai al collasso, prive di personale e strumenti per affrontare situazioni ad alto rischio. Nessuno ascolta. Poi ci si indigna”.

Il femminicidio di Sara Campanella: nessuna sentenza, solo silenzi

Con la morte di Argentino, il processo non si celebrerà. Non ci sarà una condanna. Non ci sarà una parola finale pronunciata da un giudice. Resterà solo una verità mutilata. E una ragazza uccisa in strada da un uomo che non ha mai voluto accettare un rifiuto.

Il caso Campanella è lo specchio di un’Italia che non protegge le donne, che non ascolta i segnali, che ignora la sofferenza psicologica degli imputati. Un Paese che si affida alle prigioni come ultimo rimedio e che poi si stupisce se anche lì, come fuori, si muore.

Cristina Ferrari

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