La poesia proposta all’esame di maturità 2025 è un testo breve, scritto da Pier Paolo Pasolini negli anni Quaranta e tratto dall’“Appendice I” dei Diari 1943-1944. Il brano, assegnato come traccia per l’analisi del testo, ha posto agli studenti una domanda che va oltre la letteratura: cosa resta di noi, quando tutto attorno è fermo? Attraverso immagini limpide e versi privi di artifici, Pasolini racconta l’illusione di possedere un tempo proprio e lo svelamento, brusco e silenzioso, che segue ogni illusione.
Una stanza immobile, tre volti che non si somigliano più
Pasolini si ritrova in una stanza. La stessa di sempre. Ma è solo nella forma che le cose sembrano identiche. Attorno, nulla è cambiato: i muri bianchi, la luce ferma, il silenzio. Dentro, invece, il cuore è diventato altro. Lo dice senza retorica, senza pietà. Il tempo non ha portato saggezza, ma disincanto. “Mi ritrovo in questa stanza / col volto di ragazzo, e adolescente, / e ora uomo.” Ecco i tre momenti in cui ciascuno si è creduto eterno. Poi, all’improvviso, si scopre che tutto quel tempo non era mai stato nostro.
Un paesaggio che non consola, ma osserva senza reagire
La campagna non accoglie. La luna non illumina. Pasolini guarda fuori e ciò che un tempo sembrava fonte di luce ora è “stanco”. Non è la natura a cambiare, ma lo sguardo che l’osserva. Mille lune non bastano per riportare un senso di appartenenza. Il poeta registra il vuoto, senza tentare di colmarlo. Le immagini sono semplici: la luna come un arco nel cielo, il paesaggio scuro e quieto. Nessuna esplosione lirica, nessun simbolismo esasperato. La realtà non è metafora: è un riflesso sbiadito della propria solitudine.
Il cuore muta, ma la luna finge di tornare
Il momento più sottile arriva proprio alla fine. Quando sembra che tutto sia davvero esausto, che anche l’inganno della bellezza si sia dissolto, accade qualcosa. “Ed ecco pare / farsi nuova la luna, e – all’improvviso – / cantare quieti i grilli il canto antico.” Pasolini non dice che crede di nuovo. Dice che pare. È un inganno consapevole, ma non per questo meno efficace. Il poeta non si lascia trascinare. Registra, ancora una volta, un piccolo movimento del mondo, che sembra riaccendersi nonostante tutto.
Un testo giovanile che anticipa la frattura definitiva
La poesia è stata scritta prima del Pasolini corsaro, prima delle invettive, prima del cinema. Ma contiene già la frattura tra individuo e storia, tra realtà e memoria, che percorrerà tutta la sua opera. Qui non c’è ancora la rabbia. C’è solo un ragazzo che ha perso l’illusione troppo presto. La stanza immobile diventa allora una gabbia. E il passato non è più un luogo da abitare, ma un ricordo che respinge. Pasolini si interroga sul senso del tempo, ma lo fa con una voce che non cerca conferme. Solo verità.
Maturità 2025 cosa ci racconta la poesia di Pasolini oggi
Molti la leggeranno come un esercizio di malinconia. Altri la troveranno “lirica”, nel senso scolastico del termine. Ma questa poesia è una lama sottile. Dice a ogni lettore che il tempo in cui si credeva vivo era solo prestato. E che quando si torna nei luoghi dell’infanzia, dell’adolescenza, dell’inizio, si scopre che l’unico cambiamento è dentro di noi. Non c’è salvezza nella memoria, solo distanza. E forse, nel canto dei grilli che ancora si ostinano, una tregua. Breve, ma reale. Una tregua che non consola, ma permette di restare in piedi. Anche solo per un altro verso. Anche solo per una notte.
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