Ottantacinque anni fa nasceva Fabrizio De André, e se fossi uno di quei parrucconi che amano le celebrazioni sterili, mi fermerei qui. Ma non si può parlare di Faber senza sporcarsi le mani, senza infilarsi nel labirinto delle sue contraddizioni e dei suoi tormenti.
Fabrizio De André, l’ho amato, visceralmente. Lo amo ancora
Lo amo come si amano gli esseri imperfetti, quelli che nella loro umanità sanno raccontare l’intero spettro del nostro essere miserabili e grandiosi allo stesso tempo. Perché De André non è mai stato un’icona immacolata, un monumento da incensare: era un uomo irrisolto, un anarchico con la casa in Sardegna, un predicatore della libertà con il cuore imprigionato da mille paure.
Ma non è stato solo un cantautore, è stato un evangelista della sconfitta. Lo dimostrano I Vangeli apocrifi, i suoi vangeli, non quelli che ascolti in chiesa, a messa la domenica mattina. No. Quelli degli ultimi, dei poveri cristi che nessuno vuole sentire. È lì che De André scava, nei margini, nelle ombre, tra le parole mai dette dai profeti ufficiali. E io quelle parole le ho divorate, me le sono scolpite nell’anima.
E poi c’è Anime salve, il capolavoro scritto con Ivano Fossati
un testamento in musica che odora di salsedine, di notte, di addii. De André e Fossati insieme hanno partorito una creatura che ti culla e ti spacca in due allo stesso tempo. Un disco che non consola, che non giudica, che lascia aperta la ferita. Perché non è vero che il tempo cura tutte le ferite. Non tutte almeno.
Faber cantava l’amore e se vogliamo parlare di amore – e io voglio parlarne – non si può dimenticare Fernanda Pivano
Lei che di Faber è stata musa, amica, forse qualcosa di più nella sua mente inquieta. Ebbene, io, attraverso di lei, ho ascoltato De André con orecchie nuove. Perché Pivano è stata per me che ero ragazzino maestra. Per l’artista genovese e per chi ebbe la fortuna di frequentarla: sacerdotessa e traghettatrice di bellezza. Mi ha insegnato a leggerlo, a capirlo nei suoi silenzi, nei suoi dubbi, nelle sue fughe.
E allora, in questo anniversario, niente celebrazioni che lui detestava
Solo musica, vino rosso, sigarette consumate e un vinile di Anime salve che gira senza fine. Perché Fabrizio De André non è mai stato una statua da venerare, ma un uomo che ha cantato il dolore di essere vivi.
E io, come sempre, continuerò ad ascoltarlo.
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