Sgombero del Leoncavallo e il caso CasaPound: due pesi e due misure

Sgombero del Leoncavallo a Milano e il caso CasaPound a Roma: due pesi e due misure tipicamente all'italiana

Sgombero del Leoncavallo e il caso CasaPound: due pesi e due misure: il paradosso tra legalità e politica. Il 21 agosto 2025 la storica sede del Leoncavallo, centro sociale simbolo della Milano antagonista, è stata sgomberata dopo oltre cinquant’anni di occupazione, concerti, dibattiti e attività sociali. L’operazione, definita dal ministro Piantedosi come esempio di “tolleranza zero” e dalla premier Giorgia Meloni come “una vittoria della legalità”, è stata gestita con rapidità ed enorme visibilità mediatica. Lo stesso giorno, a Roma, restava intatto un altro edificio occupato da oltre vent’anni: la sede di CasaPound in via Napoleone III, un immobile pubblico trasformato in cittadella privata del movimento neofascista. La contraddizione tra le due situazioni mette in luce il doppio standard con cui le istituzioni affrontano le occupazioni urbane. Va anche specificato che a differenza della sede di CasaPound, trasformata in cittadella privata a spese dello Stato con un danno erariale stimato in milioni di euro, il Leoncavallo si è insediato in un immobile di proprietà privata dismesso.

CasaPound e il danno erariale da oltre 4,5 milioni di euro

Nel dicembre 2003 un gruppo di militanti neofascisti guidati da Gianluca Iannone occupò l’edificio di via Napoleone III, a pochi passi dalla stazione Termini. Nei locali dell’ex Ministero dell’Istruzione furono ricavati appartamenti, una sala conferenze e spazi destinati all’attività politica. Sul mercato immobiliare, un appartamento in quella zona supera i duemila euro mensili di affitto. Il valore complessivo degli spazi occupati è stimato in oltre 300mila euro l’anno. Secondo l’Agenzia del Demanio il danno erariale per lo Stato, legato al mancato utilizzo dell’immobile e alla mancata riscossione dei canoni, ha superato i 4,5 milioni di euro. Nel 2023 il Tribunale di Roma ha condannato dieci esponenti del movimento, tra cui Iannone e i fratelli Di Stefano, a due anni e due mesi per occupazione abusiva aggravata, imponendo una provvisionale di ventimila euro a testa. Nonostante la sentenza e gli anni di polemiche, lo sgombero non è mai stato eseguito.

Sgombero del Leoncavallo fatto, Casapound: un’occupazione intoccabile

CasaPound rappresenta un’anomalia evidente: l’edificio è formalmente abusivo, riconosciuto come tale dai tribunali, ma continua a restare nella disponibilità degli occupanti. Dal 2016, quando l’allora commissario di Roma Francesco Paolo Tronca lo inserì tra gli immobili da liberare, ogni tentativo si è arenato. I governi successivi hanno preferito non intervenire, ufficialmente per ragioni di ordine pubblico e per evitare scontri, ma anche per non aprire un fronte delicato con l’area della destra radicale. L’immobile è così rimasto intoccabile, al contrario di altre occupazioni che, pur essendo irregolari, hanno trovato forme di mediazione istituzionale o percorsi di riconoscimento sociale.

A differenza della sede di CasaPound, trasformata in cittadella privata a spese dello Stato con un danno erariale stimato in milioni di euro, il Leoncavallo si è insediato in un immobile di proprietà privata

Lo stabile di via Watteau apparteneva alla famiglia Cabassi, attraverso la società L’Orologio s.r.l., e fu occupato nel 1994 dopo la perdita della storica sede di via Leoncavallo. In questo caso non si trattava di un bene pubblico sottratto all’uso collettivo, bensì di un ex complesso industriale dismesso, per il quale lo stesso proprietario aveva tollerato, con una sorta di via libera non ufficiale, la presenza del centro sociale. Questa differenza ha contribuito alla lunga permanenza del Leoncavallo, che ha potuto svilupparsi per decenni in un contesto di sostanziale tolleranza, a fronte invece della totale mancanza di regolarizzazione che caratterizza l’occupazione di CasaPound.

Il destino del Leoncavallo a Milano

Il Leoncavallo, fondato nel 1975, è stato sgomberato più volte e altrettante rioccupato. Dal 1994 aveva sede in via Watteau, diventando un punto di riferimento culturale e politico, capace di ospitare artisti internazionali e di trasformarsi in laboratorio sociale. Dopo 133 rinvii e decenni di contenziosi, lo sgombero è arrivato all’improvviso. L’operazione è stata presentata dal governo come simbolo di fermezza e ripristino della legalità, mentre il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha lamentato di non essere stato informato preventivamente. L’azione ha messo fine a uno degli spazi più longevi della controcultura urbana italiana.

Sgombero del Leoncavallo e il caso CasaPound: due pesi e due misure: Il paradosso Salvini

Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha salutato lo sgombero con toni trionfalistici, parlando di “decenni di illegalità finalmente interrotti”. Molti hanno però ricordato un episodio del 1994, quando lo stesso Salvini, appena entrato in Consiglio comunale a Milano, definì il Leoncavallo “il mio ritrovo”, raccontando di averlo frequentato da ragazzo come luogo di discussione e confronto. Un passato che stride con l’attuale posizione politica e che evidenzia il cambio di narrazione attorno agli spazi occupati: da luoghi di aggregazione giovanile a simboli di illegalità da cancellare.

Due Italie davanti alle occupazioni

Il confronto tra il destino del Leoncavallo e quello di CasaPound solleva interrogativi sulla coerenza delle istituzioni. Da una parte, uno sgombero mediatico celebrato come affermazione di legalità; dall’altra, un’occupazione neofascista che resiste da oltre vent’anni nonostante condanne e danni economici. La disparità di trattamento alimenta il sospetto che la gestione delle occupazioni non sia solo una questione di diritto, ma anche di opportunità politica. In assenza di decisioni uniformi, la credibilità delle istituzioni rischia di essere compromessa, lasciando aperto un interrogativo che pesa sul dibattito pubblico: la legalità vale per tutti o solo per alcuni?

Ginevra Leone

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