16 marzo 1978: sequestro Aldo Moro

16 marzo 1978: sequestro Aldo Moro, allora presidente della Dc, ad opera di un commando delle Brigate Rosse in via Fani, a Roma

Il 16 marzo 1978 viene sequestro Aldo MoroIl in seguito assassinato dalle Brigate Rosse. Presidente della Democrazia cristiana. Il suo sequestro è uno degli episodi più intricati e drammatici dell’Italia contemporanea: un evento che ancora provoca speculazioni e sospetti sulla sua esecuzione.

Dopo il sequestro il cadavere di Aldo Moro fu trovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa il 9 maggio 1978

cinquantacinque giorni dopo il suo rapimento. La polizia rinvenne il corpo del politico rannicchiato sotto una coperta, con undici proiettili nel cuore. Il luogo dove fu lasciato era strategico: si trovava a 150 metri dalla sede del Partito comunista e a duecento da quella della Democrazia cristiana, il suo partito. Ancora oggi molti dubbi ed enigmi avvolgono l’omicidio più eccellente dell’Italia moderna.

La notizia del rapimento del presidente della Dc, Aldo Moro, fu data dall’ANSA in un lancio nella mattinata del 16 marzo 1978.

Il sequestro di Aldo Moro

Nove del mattino del 16 marzo 1978: quel giorno il parlamento avrebbe votato la fiducia al quarto governo di Giulio Andreotti, che per la prima volta avrebbe avuto l’appoggio del Partito comunista italiano. Quattro membri delle Brigate rosse, un’organizzazione terroristica rivoluzionaria, con indosso delle uniformi di piloti Alitalia, tesero un’imboscata al presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro e alla sua scorta. Durante la sparatoria i terroristi assassinarono i cinque membri della scorta e sequestrarono il politico per condurlo in un nascondiglio all’interno della capitale. La notizia stravolse il Paese, che spontaneamente scese in piazza a manifestare.

Durante la sparatoria i terroristi assassinarono i cinque membri della scorta e sequestrarono il politico per condurlo in un nascondiglio all’interno della capitale.

L’agguato di via Fani fu definito un’operazione «geometrica» e presenta ancora diversi interrogativi

Durante lo scontro a fuoco i terroristi abbatterono i cinque uomini della scorta senza arrecare alcun danno a Moro, anche se in seguito l’autopsia avrebbe rilevato una ferita alla natica che forse fu prodotta nel corso dell’agguato. La precisione dei colpi fece dubitare del fatto che a manovrare le armi fossero stati dei giovani con scarsissima formazione militare. Dalla prime indagini sembrò emergere che quarantanove dei novantuno spari effettuati provenissero da un’unica arma e fu suggerito che si trattasse di un membro della ‘ndrangheta connesso ai servizi segreti. In seguito si chiarì che i quarantanove spari venivano sì dallo stesso tipo di arma, ma da due esemplari diversi. Un testimone affermò anche di aver sentito gridare degli ordini in una lingua straniera e altri dichiararono di aver visto fuggire due uomini a bordo di una moto Honda.

Ci furono altri due elementi che sollevarono sospetti

In primo luogo, in via Fani, il luogo del sequestro, quel giorno transitò un agente dei servizi segreti, che in seguito dichiarò di essere passato di lì per andare a casa di un amico da cui era invitato a pranzo. In secondo luogo, quella mattina nell’area della sparatoria ci fu una caduta repentina delle linee telefoniche, che però fu probabilmente dovuta al sovraccarico di chiamate provocate dall’evento.

Per quasi due mesi, più precisamente cinquantacinque giorni, nella società italiana si scatenò un intenso dibattito sulla possibilità o meno di negoziare con i terroristi. Durante il sequestro lo stesso Moro ebbe modo di comunicare con le alte sfere politiche del Paese. Anzi, il 30 marzo i suoi rapitori fecero pubblicare una lettera rivolta a Francesco Cossiga, allora ministro degli interni. Nelle missive inviate ai suoi compagni di partito Moro rinfacciava il loro rifiuto di trattare per la sua liberazione, un atteggiamento «influenzato», secondo le sue parole da «altre persone». Secondo il giornalista catalano Enric Juliana, «il sequestro di Moro si trasformò in una tragedia greca: l’ansia di sopravvivenza umana contro la ragion di stato». Solo il Partito socialista italiano si dichiarò favorevole a esplorare la via della trattativa.

Il cadavere di Aldo Moro fu trovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa il 9 maggio 1978

Ancora oggi molti dubbi ed enigmi avvolgono l’omicidio più eccellente dell’Italia moderna

Ginevra Leone

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