Emilio Fede è morto a novantaquattro anni. La notizia è arrivata dalle figlie, che hanno parlato di un addio sereno. È la fine di una carriera che ha attraversato mezzo secolo di televisione italiana, lasciando dietro di sé ricordi, polemiche, processi e una pagina che nessuno potrà cancellare: la lunga diretta di Vermicino del 1981. Quel giorno il Paese rimase fermo davanti allo schermo, e da allora il nome di Fede è legato a un’etichetta che pesa come un marchio: la Tv del dolore.
Vermicino, l’Italia inchiodata davanti alla televisione. Emilio Fede inventa la tv del dolore
Il 10 giugno 1981 un bambino di sei anni, Alfredo Rampi, scivolò in un pozzo artesiano a Vermicino, alle porte di Roma. All’inizio sembrava una vicenda di cronaca come tante: un dramma locale, seguito dai giornali e dalle radio. Nel giro di poche ore, invece, divenne un caso nazionale. La Rai decise di collegarsi in diretta, e il TG1, con Fede alla guida, trasformò un soccorso disperato in una maratona che durò quasi diciotto ore. Milioni di persone seguirono la vicenda senza dormire, aspettando un lieto fine che non arrivò mai. Quando i soccorritori annunciarono che Alfredino non ce l’aveva fatta, l’Italia intera si trovò davanti a un dolore condiviso, vissuto in tempo reale.
Da quel giorno si iniziò a parlare di un nuovo modo di fare televisione
Non più solo notizie secche e distaccate, ma il racconto diretto della sofferenza, con le immagini del dolore che entravano nelle case. La definizione di “Tv del dolore” nacque proprio allora, perché quella diretta segnò un confine: prima i tg erano cronaca, dopo divennero anche emozione. Fede, volente o nolente, fu l’uomo che rese possibile quella svolta. La sua intenzione, raccontò più volte, era mostrare la speranza di un salvataggio. Ma il finale tragico trasformò la trasmissione in un dramma collettivo, con la nazione intera spettatrice impotente.
Quella scelta aprì un dibattito che ancora oggi non si è chiuso
Per alcuni Vermicino segnò l’inizio della spettacolarizzazione del dolore, la prova che la tv poteva sfruttare la tragedia per fare ascolti. Per altri fu invece la dimostrazione della potenza del mezzo televisivo, capace di unire milioni di persone in una partecipazione comune. Lo stesso Fede si difese più volte dalle accuse: “Non volevamo mostrare disperazione, ma la solidarietà di un Paese che pregava per un bambino”. Resta il fatto che da quel momento la televisione italiana non fu più la stessa. Ogni grande tragedia trasmessa in diretta porta ancora l’impronta di quella maratona.
Oggi che Emilio Fede non c’è più, il suo nome rimane legato a quella notte del 1981
È lui l’inventore della Tv del dolore perché per primo trasformò una notizia in un racconto continuo, senza filtri, dove il dolore privato diventava dolore pubblico. Non importa se l’etichetta è stata usata in senso critico: quell’esperimento ha cambiato per sempre il linguaggio dell’informazione. Fede ha segnato una svolta che, nel bene e nel male, ha reso la televisione italiana più vicina alle emozioni della gente. È per questo che la sua morte non è solo la fine di un giornalista, ma la chiusura di un capitolo che ha inciso profondamente nella storia dei media.
Per la legge del contrappasso, o forse per quella ironia crudele che accompagna la vita, Emilio Fede si ritrova oggi vittima dello stesso meccanismo che aveva contribuito a innescare. Le ultime settimane hanno visto circolare sul web e in televisione immagini impietose del suo declino: i segni della chirurgia estetica, la fragilità dell’età avanzata, la lenta perdita di autonomia trasformata in spettacolo. È la stessa Tv del dolore che lui aveva inventato a Vermicino, ma piegata verso il basso, ridotta a pornografia del dolore, senza alcun rispetto per la dignità umana.
Cristina Ferrari
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