Roma, 17 febbraio 1965. In una capitale ancora intrisa dell’eco della Dolce Vita, nasce il Piper Club, destinato a diventare il centro nevralgico della cultura giovanile italiana. Il locale, aperto da Alberigo Crocetta, insieme ai soci Giancarlo Bornigia e Alessandro Diotallevi, si trovava in via Tagliamento, nel cuore del quartiere Coppedè. E’ una data che scotta come un marchio sul cuore della musica italiana.,La data di nascita del Piper, il club che ha fatto da incubatore per un’intera generazione di sognatori, di ribelli, di folli, di ragazzi che credevano che la musica potesse cambiare il mondo.
Il Piper non è un luogo fisico, è mitologia
Una leggenda che ha visto i mostri sacri del beat italiano calcare il suo palco. La culla dove si sono mescolati sogni, alcolici e fumi di sigarette. Dove le note hanno fatto ruggire la città e le luci stroboscopiche hanno illuminato le facce dei discepoli di una rivoluzione musicale che non voleva essere “normale”.
Fin dal principio, il Piper si afferma come un fenomeno senza precedenti: un luogo in cui musica, arte e moda si fondono, trasformandolo in un’icona generazionale. è stato per l’Italia esattamente quello che altri club sono stati per la Swingin’ London o per New York, San Francisco e Los Angeles: un luogo di incontro dove i nuovi giovani, “i capelloni”, lontani dai “matusa”, potevano finalmente trovare un luogo dove ascoltare dal vivo i gruppi beat.
Il Piper: il mondo beat, lo ye ye, i Pink Floyd e Patty Pravo
Sin dalla sua inaugurazione, il Piper diventa la culla di un nuovo linguaggio musicale. È qui che una giovanissima Patty Pravo, soprannominata “la ragazza del Piper”, inizia la sua carriera. Ma il club non è solo il trampolino di lancio per le star italiane: negli anni ospita l’Equipe 84, i Rokes, Renato Zero, Loredana Bertè e numerosi altri artisti destinati a lasciare un segno indelebile nella musica italiana, una tra tutti: Mina.
Ed è quasi inevitabile la traiettoria che trasforma un luogo rivoluzionario in una fabbrica del ricordo: quelle canzoni che all’epoca erano la colonna sonora di un evento epocale come la scoperta del “giovane” e che imponeva il mondo beat, lo ye ye, nuovi balli, nuove mode, in breve l’universo giovanile per la prima volta completamente nuovo rispetto alle generazioni precedenti, quelle canzoni dicevamo oggi sono nostalgia, soprattutto in un Paese poco avvezzo a costruire miti sulla propria cultura dell’intrattenimento.
Il Piper non si ferma ai confini nazionali. Nel 1968 i Pink Floyd suonano qui, portando in Italia il suono psichedelico che sta rivoluzionando la musica mondiale. Nei suoi anni d’oro, il club vede esibirsi anche Genesis, David Bowie, Nirvana e i Rockets, trasformandosi in un punto di riferimento per il rock internazionale.
Non solo musica. Il Piper diventa il simbolo di una rivoluzione culturale
Il Piper è sempre stato un campo di battaglia, non solo per il beat, ma per tutto ciò che era vivo, per ciò che sfidava la convenzione, la noia e la normalità. Quel palco, messo al centro della sala, con lo spazio tutto intorno per ballare, non era solo un’opera di design: era un colpo di genio che sfidava la tradizione, scardinava la balera e la metteva al rogo. La scena del Piper non era solo fatta di musica, era un racconto visivo, un’installazione artistica che cambiava ogni sera, con luci psichedeliche che sembravano frantumare il tempo stesso.
E non solo musica, anche arte. Il Piper diventa una galleria, una fucina di creatività dove passano artisti come Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Mario Schifano, Piero Manzoni. Questi mostri sacri fanno del Piper un laboratorio, un luogo dove la cultura visiva e quella musicale si fondono in una potenza esplosiva. È il primo posto in Italia dove la musica diviene un esperimento che sposa l’arte visiva, con tendenze che, all’epoca, sembrano follia pura: la pietra angolare di una rivoluzione culturale.
Da Moravia a Schifano ai pischelli qualunque: l’unica regola era il look
Al Piper andavano TUTTI. Da Moravia a Schifano, passando per i pischelli qualunque, l’unica regola che esisteva nel Piper era che il look doveva essere impeccabile. Per le ragazze, la minigonna era d’obbligo. I ragazzi si facevano fare i pantaloni dal sarto, risparmiando per mesi. Altri compravano i vestiti e gli accessori a Carnaby Street. E poi, la rivalità con il Titan, il club più rock e alternativo della città, quello delle leggendarie jam session di Jimi Hendrix dopo i concerti al Teatro Brancaccio. Quegli anni sono leggendari, forse inarrivabili.
L’Italia ha alle spalle una grande storia di night club, ma il Piper non ha confronti e mai ne avrà in futuro
O meglio il Piper degli anni ’60 e ’70 perché la sua storia successiva è quella di un locale che ha goduto della meritata fama acquisita con lampi di grandezza e che di fatto è vissuto tra serate come discoteca e concerti, soprattutto negli anni ’80 e ’90. I già citati Nirvana ad esempio. Per non parlare di quando discografici e addetti ai lavori da tutta Italia pregavano per poter entrare e poter sentire il concerto di una sconosciuta ragazza americana dal nome ingombrante: Madonna.
Giovanni Scafoglio
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