David Gilmour compie 80 anni: perché è tra i chitarristi più influenti della storia e le canzoni che lo hanno reso leggenda

David Gilmour compie 80 anni: perché è tra i chitarristi più influenti della storia e le canzoni che lo hanno reso leggenda

A volte mi capita di entrare nel mio studio, mettere uno dei suoi vinili nel mio lettore a valvole, alzare a manetta il volume dell’amplificatore per poi fissare le mie vecchie e mastodontiche casse JBL e i coni dei miei monitor Yamaha HS8 sanguinare. Non metaforicamente. Gocce di suono denso e analogico, ogni volta, colano dai tweeter. Macchiano il miei tappeti comprati a Baghdad di un blu elettrico, viscoso come catrame incandescente. Ogni assolo è sempre identico a se stesso. Ogni suo assolo è dannatamente bello e ipnotico. Ogni volta mentre vengo rapito da quella cazzo di pentatonica potente quanto i cavalieri volanti di Apocalipse Now mi chiedo: Qual è il segreto del suono di David Gilmour? Me lo chiedo mentre un bending di due toni mi perfora la ghiandola pineale come un bisturi di cristallo. L’uso della compressione su quella Stratocaster nera è puro sadismo. Satura il segnale con un pedale Big Muff fino a sgretolarne i contorni. Eppure il transient iniziale, l’attacco spietato del plettro sulla corda, resta chirurgico. È un fottuto miracolo di ingegneria acustica al banco mixer e magia tra le mani. In occasione dei suoi 80 anni ecco dieci suoi 10 capolavori per capire perché è tra i chitarristi più influenti della storia della musica rock.

Ecco perché David Gilmour è tra i chitarristi più influenti della storia della musica rock

Le quattro note di “Shine On You Crazy Diamond”

Gilmour posiziona il selettore del pickup della sua Fender Stratocaster al manico. Cerca un tono rotondo, profondo. Fa passare il suono in un compressore e aggiunge il respiro fluttuante di un pedale Phase 90 o di un Uni-Vibe. Il trucco sta nell’intervallo armonico di quelle quattro note. Creano una tensione irrisolta, una dissonanza sottile che rifiuta di chiudersi. Il suono resta in bilico sul cornicione del palazzo. Non salta. Non rientra. Le note smettono di essere onde sonore. Gocciolano letteralmente dal soffitto. Assumono una consistenza fisica, densa come catrame e si condensano in una figura: il fantasma di Syd Barret che ti fissa con occhi dilatati e vuoti. L’aria odora di LSD e genialità. La chitarra di Gilmour è un lamento spaziale. Tutti cercano la formula magica nascosta in sala di registrazione. Ma la potenza di questo arpeggio non sta in quante note vengono plettrate. Sta nell’enorme cratere di silenzio che Gilmour scava tra un rintocco e l’altro. Accarezza le corde d’acciaio. Le lascia respirare fino allo sfinimento. Quelle quattro note ti masticano lentamente e ti sputano in un buco nero fatto di malinconia.

L’uso della steel guitar

Il metallo freddo di un tonebar scorre sulle corde. Manda in cortocircuito il sistema nervoso. Amo questo suono. È puro sadismo sonoro travestito da carezza. Dimenticate il blues noioso da pub. L’uso della steel guitar di David Gilmour trascende la logica. È un’arma impropria per distruggere le leggi della termodinamica con la sua famigerata accordatura ibrida preferita: la DGDGBE. Accade così che Gilmour manipoli l’acciaio per piegare l’inconscio collettivo. Prendiamo Breathe (in the Air). L’aria qui non è ossigeno. È gas esilarante, saturo di riverbero. Utilizzata per creare le atmosfere sonore slide, la lap steel secerne resina vischiosa. Ti si attacca ai polmoni. Odio chi pensa sia “musica da meditazione”. È tensione cronica allo stato puro. Poi c’è The Great Gig in the Sky. Suonata interamente con la slide bar. Una scia di condensazione dorata che taglia a metà la traccia vocale straziante di Clare Torry. Il mixaggio ti isola nel vuoto assoluto del cosmo. In Shine On You Crazy Diamond (Parti 1-5)? L’intro è un bisturi. Le parti soliste sventrano letteralmente la nostalgia. Il feticismo per la slide non nasce dal nulla. Parte da Atom Heart Mother. Il suo uso pionieristico della pedal steel piange lacrime di mucca psichedelica. È un suono rurale. Fortemente lisergico. Ha l’esatta consistenza della terra bagnata pochi minuti dopo un’apocalisse nucleare. Infine, High Hopes. Gilmour utilizza una lap steel in slide per l’assolo finale, il suono morde le caviglie dell’infinito e ti mastica l’anima. La nota finale ti schiaccia il petto come una pressa idraulica. Fine della corsa. Tutti a casa a piangere sulle proprie chitarre.

Il caos psichedelico

Il mondo è pieno di intenditori pronti a giurare che Gilmour sia melodia, sound e pentatonica. Un reato di lesa maestà. Balle da sbirro corrotto. Quel ragazzo è nato terrorista sonoro. Nei primi anni non voleva la nota perfetta. Voleva squarciare lo spaziotempo e nasconderci i cadaveri. In A Saucerful of Secrets (Ummagumma) il delay viene spinto contro il muro, torturato oltre il punto di rottura logico. I feedback si strangolano da soli in un’autoscillazione assassina. Una voragine nera nel vinile. Ci cadi dentro e scompari. Ma è a Pompei che si consuma il delitto perfetto. Vera stregoneria alla luce del sole. Imbraccia la chitarra come un animale da sacrificare. Picchia le corde. Le violenta senza pietà. La mano sinistra scassina i potenziometri dei pedali come un ladro esperto. Altera il tempo di ritardo, ruba i secondi al cronometro in tempo reale. Il risultato è una melma acustica che puzza di zolfo, transistor fusi e rovine romane. Psichedelia cruda. Estirpata a mani nude dal ventre del silicio. Oggi vedi questi ragazzini usare pedaliere digitali da migliaia di euro per suonare assoli immacolati, pettinati per TikTok, chiusi a chiave nelle loro camerette sicure. Gilmour sedeva nella cenere, armato di tre circuiti analogici messi in croce. E ci evocava demoni che questi mocciosi non avrebbero il fegato di guardare in faccia.

Il basso di “One of These Days”

Quel riff martellante che striscia fuori all’inizio di “One of These Days” non è roba per gente tranquilla. È un battito scuro, roba che ti entra dritta nelle ossa. Tutti pensano sia un uomo solo a tirare quei fili nell’ombra. Sbagliato. E’ Gilmour che apre il brano, presto raggiunto da quello di Waters in un’accoppiata di strumenti fatti risuonare grazie a un eco Binson. Roger Waters e David Gilmour. Due bassi plettrati duri, affilati come rasoi, lanciati a rotta di collo contro un vecchio Binson Echorec. Quell’aggeggio a disco magnetico ha fatto il resto. Ha preso i loro colpi e li ha rimbalzati indietro, tessendo quell’eco galoppante che non ti lascia via di scampo. Non è solo psichedelia, era un agguato perfetto nel buio dello studio di registrazione.

Wish You Were Here

Tutto inizia con un fruscio statico. Una radio gracchiante. Qualcuno gira la manopola, cercando una traccia di vita in mezzo al rumore bianco. Poi, una chitarra. Lontana, soffocata, come se suonasse dal cruscotto di una vecchia berlina abbandonata ai bordi della strada. E all’improvviso, una seconda chitarra le risponde, chiara, vicina, tagliente. Due solitudini che si sfiorano nel buio, cercando di capire se sono ancora vive. Poi arrivano le parole, dritte al punto come un pugno allo stomaco. Ti fissano negli occhi e ti chiedono se sei ancora capace di distinguere il paradiso dall’inferno, un cielo azzurro da un mare di dolore. È la solita vecchia truffa: hai scambiato i tuoi eroi con dei fantasmi? Hai preferito fare il capobanda dentro una prigione dorata piuttosto che camminare libero e rischiare la pelle là fuori? Siamo solo due anime perse, ti dicono, che nuotano in tondo nella stessa maledetta boccia per pesci, anno dopo anno, inciampando sulle stesse vecchie paure. Alla fine della fiera, nel fumo del locale, rimane solo un bicchiere mezzo vuoto e un unico, dannato pensiero: vorrei che fossi qui. Ah… non è una cazzo di canzone d’amore, smettetela di usarla per dediche a San Velentino.

Il Whammy di Marooned

Gli avevano appena allungato questa scatola di metallo rosso, un aggeggio chiamato Whammy pedal. Roba che un dilettante userebbe per fare un po’ di caciara in un club di quart’ordine. Ma Gilmour non è mai stato tipo da giochetti da circo. L’ha collegato alla sua Stratocaster, ci ha piantato sopra la suola e l’ha fatto sanguinare. Ciò che ne è scaturito è un lamento ammaliante, disperato canto di sirene abbandonate. Con un movimento del piede prende la nota e la strangola, tirandola su di un’intera ottava fin quasi a graffiare il soffitto dello studio di registrazione. L’ha chiamata “Marooned”. Abbandonato. Mentre l’elettronica geme, la sua chitarra ti sbatte in faccia l’immagine di un uomo lasciato a marcire da solo su uno scoglio, circondato da un oceano nero e senza fondo. Pura, fottuta poesia.

Echoes il delitto perfetto

“Echoes” non è una canzone, è il delitto perfetto. Anzi il colpo perfetto. Ventitré minuti di strada buia dove ogni frammento si incastra senza lasciare impronte. Gilmour guida l’auto della fuga e ci scarica dentro tutto il suo arsenale. Inizia mormorando nel buio insieme a Wright, due complici che si scambiano segreti a mezza voce. Poi tira fuori la lama: un assolo lento, freddo, calcolato. Note rade, sospese come fumo di sigaretta in una stanza chiusa. Quando la base si fa sporca, roba funk da vicolo cieco e fumoso, la sua chitarra inizia a tagliare di netto, senza pietà. Ma il vero trucco da scassinatore arriva dopo. Prende un pedale wah-wah, lo monta al contrario e ne tira fuori lamenti che suonano come gabbiani fantasma sopra un molo abbandonato. Pura paranoia incisa su nastro. Verso la fine, un battito ossessivo su una sola corda. Come il ticchettio di una bomba sotto il tavolo. La tensione ti sale alla gola, finché non salta tutto in aria in un arpeggio elettrico, spalancando a calci l’unica porta d’uscita rimasta.

L’assolo in The Final Cut

Dicono che quel disco sia un affare di poco conto, un colpo solitario architettato da Waters per fare il capo assoluto. Ma Gilmour non è tipo da farsi mettere all’angolo nel suo stesso giro. Quando arriva il momento di piazzare la firma sulla traccia che dà il titolo a tutto il dannato pacchetto, estrae la Stratocaster come un’arma a bruciapelo. Meno di un minuto, giusto il tempo che va dal minuto tre e ventisette al quattro e zero cinque. Gli basta quello. Tira fuori un assolo così solenne e disperato da gelarti il sangue nelle vene. L’ultima, definitiva parola in una stanza ormai piena di fantasmi.

Il fardello dell’eredità di Barret

A Cambridge erano solo due ragazzi che si scambiavano accordi. Poi Syd ha ingoiato troppi acidi e la fama gli ha presentato il conto, mandandogli la mente in frantumi. I Pink Floyd chiamarono Gilmour per fargli da balia sul palco. Per coprire i buchi neri di un uomo che stava svanendo sotto i riflettori. Ma non puoi rattoppare un fantasma. Quando, un giorno, semplicemente, il resto della band decise che non ne poteva più di Barret, Gilmour si è caricato sulle spalle la sua dannata eredità. Non l’ha scaricato. Si è chiuso in studio con lui per mettere insieme i cocci dei suoi fragili dischi solisti. Questione di lealtà, roba che nello show biz non si vede quasi mai. E quel dolore, il peso di dover sostituire un genio impazzito, gli è rimasto incollato alle dita. Ha forgiato un suono lento, disperato, immenso, che ha cambiato le regole del gioco. Da quel giorno, ogni chitarrista con un po’ di sale in zucca, dai pivelli nei garage fino a gente come The Edge, ha passato ore ad ascoltarlo suonare per rubargli il segreto: sei corde di metallo per riempire il vuoto lasciato da chi non ce l’ha fatta.

L’assolo perfetto

Comfortably Numb è il colpo grosso. Quello che nei film noir viene indicato come “il colpo con il quale ci si sistema per sempre. Comfortably Numb è il pezzo in cui Gilmour mette tutte le carte sul tavolo in una partita truccata a metà con Waters. Roger gestisce le strofe, sputando cinismo e amarezza. Poi entra David nel ritornello, con una voce chiara che suona come una mezza assoluzione in una stanza senza finestre. Le parole servono anche per preparare l’artiglieria. L’assolo centrale è un avvertimento, ma è al minuto quattro e trentadue che si fa sul serio. Quello che ne esce non è solo musica, è una fuga a fari spenti nella notte. Fraseggi affilati che salgono di intensità, tagliando l’aria fino a farti perdere il respiro. Dal vivo è un’apoteosi, un delirio collettivo in cui ti lasci scivolare. Una corsa disperata che vorresti non finisse mai. È, molto semplicemente, l’assolo perfetto. E non c’è nient’altro da dire.

Perché David Gilmour è tra i chitarristi più influenti della storia

In fin dei conti, la vera influenza di David Gilmour non si annida nei circuiti dei suoi amplificatori, ma nell’antica stregoneria delle sue dita. Egli è l’alchimista solitario che ha saputo strappare frammenti dal Dark Side of the Moon per illuminare le stanze chiuse dei nostri cuori. Quando chiude gli occhi e piega le corde della sua chitarra, non produce note, ma evoca spiriti. Ha il potere di renderci Comfortably Numb di fronte alle tragedie terrene, cullandoci con un nettare di echi che addormenta il dolore. Come un curandero dell’anima, ha guardato nei nostri occhi velati dicendoci che, in fondo, siamo tutti two lost souls swimming in a fish bowl, condannati a rincorrerci in cerchio. Eppure, proprio in quella prigione d’acqua, ha fatto risorgere il fantasma di un Crazy Diamond, facendolo brillare ancora sulle ceneri del passato. E mentre il demone implacabile del Time divora i nostri giorni, la sua chitarra rilascia Echoes che si arrampicano come edera sulle rovine del mondo, sussurrando all’orecchio di chi ascolta che ci fu un’epoca in cui the grass was greener. È per questo miracolo continuo, per questa sua ostinata magia di tramutare il legno in respiro e il lutto in luce, che la sua voce senza parole ci spingerà eternamente a sospirare verso il cielo: Wish You Were Here.

Giovanni Scafoglio

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