Il 14 ottobre 2026, in Israele, Ronen Bar, ex direttore dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, ha fatto causa per diffamazione al primo ministro Benjamin Netanyahu. Chiede tre milioni di shekel, circa 970.000 dollari, per le accuse ricevute sulla mancata prevenzione dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Al centro dello scontro ci sono gli avvertimenti trasmessi al governo e le responsabilità per il fallimento della sicurezza israeliana. Sullo sfondo si intrecciano altre vicende: il Qatargate, la fuga di documenti militari e il processo per corruzione del premier. Netanyahu, come afferma, Ronen Bar era stato avvertito sette volte poco prima del 7 ottobre, questo è il fatto più eclatante che a, cascata, si riversa sugli altri. Sono casi distinti, anche quando coinvolgono le stesse persone ma che danno in quadro di quanto il primo ministro israeliano sia sotto scacco e probabilmente, sotto ricatto.
Perché Ronen Bar ha fatto causa a Netanyahu
Una telefonata avrebbe potuto salvare molte vite. Questa è l’accusa rivolta da Netanyahu all’uomo che guidava la sicurezza interna israeliana durante l’attacco di Hamas. Il premier sostiene che Bar avesse riconosciuto segnali di pericolo nelle ore precedenti l’assalto, senza chiamarlo per avvisarlo. Bar respinge l’accusa di aver nascosto volontariamente informazioni e ha chiesto l’intervento del tribunale.
Secondo l’ex direttore dello Shin Bet, il suo servizio aveva informato la segreteria militare del primo ministro. Si tratta dell’ufficio che tiene i contatti tra il capo del governo e gli apparati di sicurezza. La differenza conta: un’informazione può raggiungere un ufficio senza arrivare subito alla persona che deve decidere. Proprio su questo passaggio le versioni dei due uomini divergono.
Netanyahu sostiene che Bar avrebbe potuto contattarlo attraverso altri canali. Il tribunale dovrà valutare le accuse di diffamazione: la presentazione della causa non dimostra, da sola, che una delle due versioni sia vera.
Gli allarmi prima del 7 ottobre: che cosa sostiene Bar
La disputa riguarda anche i mesi precedenti all’attacco. Bar afferma di aver presentato a Netanyahu avvertimenti, raccomandazioni e proposte operative in decine di occasioni. Uno dei pericoli segnalati riguardava le divisioni interne a Israele. Nel 2023, il progetto del governo per modificare il sistema giudiziario aveva provocato grandi proteste. Secondo Bar, Hamas interpretava quella frattura come un segnale di debolezza e una possibile occasione per colpire.
Occorre però capire che tipo di informazioni fossero disponibili. Avvertire che il rischio di guerra sta aumentando è diverso dal sapere quando inizierà un attacco, con quali forze e contro quali obiettivi.
Lo stesso Bar ha riconosciuto che, nelle ore precedenti all’assalto, lo Shin Bet non aveva previsto un’operazione delle dimensioni poi raggiunte. La sua ricostruzione contiene dunque due elementi: il servizio avrebbe trasmesso segnali di pericolo, ma avrebbe sottovalutato la portata della minaccia.
Le responsabilità dello Shin Bet nell’attacco di Hamas
La causa contro Netanyahu non cancella gli errori dell’intelligence, cioè degli organismi incaricati di raccogliere e interpretare informazioni sulla sicurezza. L’indagine interna dello Shin Bet, pubblicata nel marzo 2025, ha riconosciuto gravi mancanze. Il servizio aveva trascurato segnali importanti e aveva creduto che Hamas non volesse affrontare una guerra su vasta scala.
Anche l’esercito israeliano ha ammesso di aver sottovalutato le capacità dell’organizzazione e di aver fallito nella protezione dei civili. Bar ha riconosciuto la propria responsabilità alla guida dello Shin Bet. Contesta invece l’accusa di aver scelto consapevolmente di nascondere informazioni al premier. Un errore di valutazione e un occultamento volontario sono condotte diverse: confonderle impedisce di capire il motivo della causa.
Qatargate e documenti segreti: due inchieste diverse
Il nome Qatargate viene talvolta associato alla fuga di documenti militari verso la stampa. In realtà, le indagini riguardano fatti differenti.
Il Qatargate israeliano riguarda i sospetti rapporti economici tra il Qatar e persone vicine a Netanyahu. Gli investigatori hanno esaminato l’ipotesi che alcuni collaboratori abbiano ricevuto denaro per migliorare l’immagine del Paese del Golfo mentre lavoravano nell’ambiente del premier. La vicenda è particolarmente delicata perché il Qatar ha svolto un ruolo di mediazione nei negoziati sugli ostaggi.
L’altra inchiesta riguarda la diffusione non autorizzata di informazioni militari classificate, ossia riservate per ragioni di sicurezza, al quotidiano tedesco Bild. Tra i nomi coinvolti nelle due vicende figurano Jonatan Urich ed Eli Feldstein. La presenza delle stesse persone spiega il collegamento, ma non rende identici i casi.
Il caso Bild e il peso delle notizie sugli ostaggi
Per capire la fuga di documenti bisogna tornare al 2024. In Israele crescevano le pressioni sul governo perché raggiungesse un accordo per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas. L’uccisione di sei ostaggi aveva provocato proteste e nuove critiche alla gestione dei negoziati. Secondo l’accusa, la diffusione delle informazioni a Bild avrebbe dovuto influenzare il dibattito pubblico a vantaggio di Netanyahu.
Il materiale pubblicato sosteneva la tesi secondo cui Hamas ostacolava un accordo e la pressione militare fosse necessaria per ottenere la liberazione degli ostaggi. Il presunto obiettivo politico riguardava quindi soprattutto la conduzione della guerra e delle trattative. Presentare questa vicenda soltanto come un tentativo di nascondere le responsabilità per il 7 ottobre sarebbe impreciso.
Nel maggio 2026, la procura ha annunciato la decisione di incriminare Urich per la trasmissione di informazioni classificate e altre contestazioni. Si tratta di accuse da valutare in tribunale, non di una condanna.
Il processo a Netanyahu: che cosa sono i casi 1000, 2000 e 4000
Accanto alle inchieste sui collaboratori, Netanyahu affronta un processo penale iniziato nel maggio 2020 e ancora in corso nelle udienze documentate dell’ottobre 2026. Il procedimento riunisce tre casi. Il premier nega ogni illecito.
Caso 1000: i regali ricevuti dagli imprenditori
L’accusa sostiene che Netanyahu e sua moglie Sara abbiano ricevuto regali di grande valore, soprattutto sigari e champagne, dagli imprenditori Arnon Milchan e James Packer.
I magistrati contestano inoltre al premier interventi a favore degli interessi di Milchan. Netanyahu risponde di aver ricevuto doni nell’ambito di rapporti personali.
In questo caso è accusato di frode e violazione della fiducia pubblica. Quest’ultima espressione indica, in termini semplici, una condotta con cui un rappresentante delle istituzioni tradisce i doveri legati al proprio incarico.
Caso 2000: le conversazioni con un editore
Il secondo caso riguarda le discussioni con Arnon Mozes, editore del quotidiano Yedioth Ahronoth.
Secondo l’accusa, Netanyahu avrebbe discusso una copertura giornalistica più favorevole in cambio di misure capaci di danneggiare il giornale concorrente Israel Hayom.
Il punto è il possibile scambio tra potere politico e trattamento sulla stampa. Parlare di un accordo certamente realizzato andrebbe oltre ciò che questa descrizione dell’accusa permette di affermare. Anche qui i reati contestati a Netanyahu sono frode e violazione della fiducia pubblica.
Caso 4000: Bezeq e le notizie del sito Walla
Il terzo caso riguarda Bezeq, una grande società israeliana di telecomunicazioni, e il sito di notizie Walla.
Secondo i magistrati, Netanyahu avrebbe favorito Bezeq attraverso decisioni delle autorità pubbliche. In cambio avrebbe ottenuto interventi sulla copertura giornalistica dedicata a lui e alla sua famiglia.
Qui compare anche l’accusa di corruzione, oltre a frode e violazione della fiducia pubblica. La contestazione riguarda la possibilità di influenzare un mezzo d’informazione attraverso il suo proprietario, interessato a ottenere vantaggi dal governo.
Perché Netanyahu è sotto ricatto politico dei partiti ultraortodossi e dell’estrema destra
Netanyahu ha dovuto fare i conti con partiti capaci di mettere a rischio la sua maggioranza. Gli ultraortodossi hanno preteso garanzie sull’esenzione dal servizio militare degli studenti religiosi, arrivando a ritirare ministri o sostegno. Sul fronte della guerra, Ben-Gvir e Smotrich, leader dell’estrema destra, hanno esercitato pressioni contro la fine delle operazioni a Gaza. Il ricatto politico sta in questo meccanismo: accogliere le loro richieste oppure rischiare di perdere il potere. Secondo i critici del premier, il processo per corruzione rende ancora più forte il suo interesse a conservare la guida del governo. Restare in carica, però, non lo sottrae ai tribunali: il processo è proseguito durante il suo mandato.
Che cosa sappiamo sullo scontro tra Netanyahu e Ronen Bar
Chi è Ronen Bar? L’ex direttore dello Shin Bet, il servizio israeliano di sicurezza interna, che guidava al momento dell’attacco del 7 ottobre 2023. La sua causa riguarda le accuse pubbliche rivoltegli da Netanyahu sulla gestione degli allarmi.
Netanyahu sapeva che Hamas avrebbe attaccato proprio quel giorno? Le fonti esaminate non permettono di affermarlo come fatto accertato. Gli avvertimenti sul rischio di guerra non equivalgono alla conoscenza della data e del piano dell’assalto. Bar stesso riconosce il fallimento nel prevederli.
Una telefonata avrebbe impedito la strage? Netanyahu sostiene che un avviso tempestivo avrebbe salvato vite. Stabilire quali decisioni sarebbero state possibili e con quali risultati richiede una ricostruzione precisa delle informazioni e dei tempi. La sua affermazione resta una posizione nella controversia.
Le inchieste sui collaboratori dimostrano che Netanyahu abbia ordinato attività illegali? Il coinvolgimento di persone vicine al premier non dimostra automaticamente una sua responsabilità personale. Per attribuirgliela servono elementi specifici sulla sua condotta.
Il processo per corruzione riguarda il 7 ottobre? No. I casi 1000, 2000 e 4000 riguardano regali, rapporti con imprenditori e presunti scambi di favori legati ai mezzi d’informazione. Il processo era iniziato oltre tre anni prima dell’attacco.
Si può affermare che Netanyahu abbia sacrificato la sicurezza per salvarsi dai processi? Bar ha denunciato pressioni e comportamenti che, secondo lui, anteponevano gli interessi personali del premier ai doveri istituzionali. Netanyahu ha respinto queste accuse. Trasformarle in una spiegazione già dimostrata dell’attacco significherebbe confondere una denuncia con il suo accertamento.
Ginevra Leone
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