Mao Zedong ha ucciso più di Hitler e Stalin? La verità a 50 anni dalla sua morte

Mao Zedong

Il 9 settembre 2026 ricorrono i 50 anni dalla morte del fondatore della Cina comunista. Tra riforme vere, carestie enormi e un culto della personalità che il presidente Xi Jinping non ha mai smesso di sfruttare, ecco cosa raccontano davvero gli storici, senza slogan da una parte o dall’altra. Il 9 settembre 1976, poco dopo la mezzanotte, moriva a Pechino Mao Zedong, il fondatore della Repubblica Popolare Cinese. Oggi sono passati esattamente cinquant’anni da quel giorno, e in questi giorni migliaia di persone si stanno mettendo in fila a Shaoshan, il suo paese natale nello Hunan, per deporre fiori davanti alla sua statua di bronzo. Nel resto del mondo il suo nome continua a evocare due cose opposte allo stesso tempo: da un lato le riforme che hanno trasformato un paese poverissimo in una potenza mondiale, dall’altro uno dei bilanci di morti più pesanti di tutto il Novecento. Capire chi fosse davvero Mao non serve solo a sistemare un capitolo di storia. Serve anche a capire meglio la Cina di oggi, quella guidata da Xi Jinping, che di Mao ha ripreso più cose di quanto sembri, dagli slogan al modo di presentarsi al popolo. Il paragone nasce da due ragioni diverse, ed è importante distinguerle bene Cercheremo anche di comprendere perché e se è vero che il comunismo e in particolare Mao ha ucciso più di Hitler e Stalin.

Partiamo dai lati oscuri di Mao Zedong

Dietro al soprannome di “Grande Timoniere” si nasconde un uomo che non sopportava di avere torto, nemmeno quando i fatti erano sotto gli occhi di tutti. Nel 1959, mentre le prime notizie sulla carestia provocata dalle sue riforme economiche cominciavano ad arrivare a Pechino, il maresciallo Peng Dehuai, uno degli eroi della rivoluzione cinese, scrisse a Mao una lettera privata per avvertirlo che il paese stava andando verso il disastro. Non ottenne un ripensamento. Ottenne l’espulsione da ogni incarico e anni di persecuzioni, che lo perseguitarono fino alla morte. Da quel momento in poi, chiunque nel partito avesse dubbi preferì tenerseli per sé.

Questo è forse il tratto più oscuro del personaggio: la certezza di avere sempre ragione, al punto da considerare accettabile la sofferenza di milioni di persone pur di non ammettere un errore. Mentre nelle campagne si moriva di fame, Mao e i vertici del partito continuavano a vivere in residenze riservate, con un livello di comodità che il resto della popolazione non poteva nemmeno immaginare. Un contrasto piuttosto stridente con l’uguaglianza che il comunismo prometteva.

C’è poi un lato più privato, raccontato dal suo medico personale Li Zhisui in un libro pubblicato dopo la morte di Mao: uno stile di vita molto lontano dall’immagine di padre della patria austero e quasi asessuato costruita per decenni dalla propaganda ufficiale. Anche qui, insomma, tra l’immagine pubblica e la realtà privata la distanza era enorme.

Quali riforme ha realizzato Mao Zedong in Cina?

Per essere onesti fino in fondo, non tutto quello che ha fatto Mao è stato un disastro, ed è giusto dirlo. Prima del 1949 la Cina era un paese devastato da decenni di guerre e invasioni straniere, dove circa otto persone su dieci non sapevano né leggere né scrivere. Con Mao arrivano alcune riforme che cambiano davvero la vita quotidiana di centinaia di milioni di persone.

  • La prima riguarda la terra: ai grandi proprietari terrieri vengono tolti i campi, che vengono poi redistribuiti ai contadini poveri, spesso per la prima volta proprietari di qualcosa. Il metodo, come vedremo tra poco, fu tutt’altro che pacifico, ma il risultato pratico segnò comunque un cambiamento profondo nelle campagne cinesi.
  • La seconda riguarda le donne. Fino ad allora, in gran parte della Cina, un matrimonio combinato dai genitori era la norma e chiedere il divorzio era quasi impensabile per una donna. Mao introduce leggi che permettono di scegliere il proprio partner e di separarsi, e cancella lo stigma sociale legato ai figli nati fuori dal matrimonio. Non è un caso se ancora oggi in Cina si cita spesso una sua frase, “le donne reggono metà del cielo”.
  • Poi c’è l’istruzione: grazie anche a una semplificazione dei caratteri cinesi, più facili da imparare per chi parte da zero, la percentuale di persone che sanno leggere e scrivere passa dal 20% del 1949 a oltre il 65% trent’anni dopo. Un salto enorme, se si pensa che stiamo parlando di centinaia di milioni di persone che imparano a leggere nel giro di una generazione.
  • Infine l’economia: sotto Mao la Cina si industrializza, con una crescita del prodotto interno lordo tra il 4 e il 9% l’anno. Va detto però che buona parte di quella crescita serviva semplicemente a tenere il passo con una popolazione che, nello stesso periodo, quasi raddoppiava, passando da circa 550 a 900 milioni di persone.

Il problema, come vedremo nei prossimi paragrafi, è che queste riforme concrete convivono con alcune delle pagine più sanguinose del secolo scorso.

Cos’è il Libretto Rosso di Mao?

Stiamo parlando del libro considerato tra i più distribuiti e stampati della storia umana, secondo solo alla Bibbia.

  • Copie distribuite: Si stima che siano state stampate tra 1 e 5 miliardi di copie dal 1966 in poi.
  • Obbligo di lettura: Durante la Rivoluzione Culturale, il possesso e lo studio del libro erano obbligatori per ogni cittadino cinese.
  • Le copie non venivano propriamente “vendute” nel senso capitalista odierno, ma distribuite massicciamente dallo Stato e dal Partito Comunista Cinese.

Il titolo originale è “Citazioni del presidente Mao Tse-tung”, ed è una raccolta di frasi tratte da discorsi e scritti compresi tra il 1927 e il 1964. A metterlo insieme in questa forma, però, non fu tanto Mao in persona, quanto Lin Biao, allora ministro della Difesa e uno dei suoi collaboratori più fedeli. Lin aveva un obiettivo preciso: costruire attorno al capo un culto quasi religioso. Nella prefazione che scrisse per il libro lo definì “il più grande marxista leninista della nostra epoca”. Una mossa che, tra le altre cose, gli valse il ruolo di successore ufficiale di Mao, anche se poi la sua storia finì malissimo: nel 1971 morì in un incidente aereo mentre, secondo la versione ufficiale, stava fuggendo dopo aver tentato un colpo di stato contro lo stesso Mao.

Durante la Rivoluzione Culturale, tra il 1966 e il 1976, il libretto smette di essere un semplice testo politico e diventa una sorta di amuleto collettivo. Solo nel primo anno ne vengono stampate più di 700 milioni di copie, probabilmente il libro più diffuso della storia dopo la Bibbia. Portarlo con sé, sventolarlo durante i comizi, saperne recitare a memoria le frasi giuste al momento giusto: tutto questo serviva a dimostrare la propria fedeltà. Chi non lo faceva rischiava di essere segnalato come nemico della rivoluzione, con conseguenze anche molto pesanti.

Più che un libro di teoria politica, quindi, il Libretto Rosso ha funzionato soprattutto come strumento di controllo delle persone: bastavano poche frasi semplici, ripetute all’infinito, per tenere in riga un intero paese. Con la fine della Rivoluzione Culturale e l’ascesa di Deng Xiaoping nel 1978, il governo cinese ha fortemente ridotto l’uso politico del testo

Quali crimini ha commesso il regime di Mao?

Qui si arriva alla parte più difficile da raccontare, quella dei numeri. E quando si parla di Mao, i numeri fanno davvero impressione.

Il crimine più grande, quello su cui quasi tutti gli storici concordano, riguarda la carestia legata al Grande Balzo in Avanti, il piano lanciato da Mao nel 1958 per trasformare la Cina in una potenza industriale in pochissimi anni. L’idea, già di per sé, era campata in aria: contadini che smettevano di coltivare i campi per fondere metallo in altoforni improvvisati nei cortili di casa, con l’obiettivo dichiarato di superare la produzione di acciaio dell’Inghilterra in pochi anni. Il risultato fu che i raccolti crollarono, mentre i funzionari locali, terrorizzati all’idea di essere puniti, continuavano a comunicare a Pechino cifre di produzione gonfiate e false. Milioni di persone morirono di fame proprio mentre, sulla carta, la Cina sembrava produrre cibo in abbondanza.

Quante furono le vittime? Le stime cambiano parecchio da uno storico all’altro, e vanno da 15 fino a 55 milioni di morti. Lo storico olandese Frank Dikötter, che ha passato anni negli archivi locali cinesi per ricostruire quel periodo, parla di almeno 45 milioni di morti tra il 1958 e il 1962. Per farsi un’idea di cosa significhi questo numero: è come se sparisse dalla faccia della terra l’intera popolazione della Spagna.

Poco dopo arriva la Rivoluzione Culturale, lanciata da Mao nel 1966 per eliminare i suoi rivali politici e ogni traccia di pensiero considerato borghese. Milioni di giovani, organizzati nelle Guardie Rosse, vengono spinti a umiliare pubblicamente insegnanti, vicini di casa, intellettuali, in certi casi persino i propri genitori, accusati di essere nemici della rivoluzione. Gli studi più accurati, basati sugli archivi locali di oltre 1500 contee cinesi, parlano di circa un milione e mezzo di morti e di 36 milioni di persone colpite in qualche modo da persecuzioni politiche: arresti, umiliazioni pubbliche, licenziamenti, esilio nelle campagne.

Ancora prima, tra il 1949 e il 1953, c’era stata la riforma agraria citata poco fa tra i risultati positivi. Il problema è che, oltre a redistribuire le terre, quella riforma portò all’esecuzione di centinaia di migliaia, forse alcuni milioni, di proprietari terrieri, spesso attraverso veri e propri processi di piazza organizzati nei villaggi, dove la condanna a morte era già decisa prima ancora di ascoltare l’imputato.

Nel 1957 arriva invece la Campagna Anti Destra. Mao invita pubblicamente intellettuali e studenti a criticare apertamente il governo, con la celebre frase “che sboccino cento fiori”. Chi lo fa in buona fede, convinto di poter davvero contribuire a migliorare il paese, viene poco dopo arrestato e spedito nei laogai, i campi di lavoro forzato cinesi, l’equivalente dei gulag sovietici. Le vittime di questa sola campagna furono almeno 550 mila.

Bisogna infine ricordare il Tibet, invaso dall’esercito cinese nel 1950 e sottomesso definitivamente dopo la rivolta del 1959, con la distruzione di numerosi monasteri buddisti e una repressione durissima della popolazione locale, ancora oggi al centro di denunce internazionali.

Mao ha davvero tradito il comunismo?

È una delle domande più discusse, e la risposta cambia parecchio a seconda di chi la interroghi.

Per alcuni la risposta è sì, e in modo piuttosto netto. Il ragionamento è questo: il comunismo, nella teoria di Marx, dovrebbe portare a una società senza classi sociali, senza un capo assoluto, dove sono i lavoratori a decidere collettivamente il proprio destino. Mao invece costruisce un potere personale fortissimo, punisce duramente chiunque lo critichi, e mentre il popolo muore di fame lui vive con privilegi che il resto del paese non può nemmeno sognare. Alcuni storici usano un paragone efficace per descrivere questo fenomeno: lo chiamano “bonapartismo”, prendendo in prestito un termine coniato per Napoleone, cioè un capo che si mette al di sopra di tutto e tutti proprio in nome del popolo, tradendo così gli ideali per cui dice di combattere.

C’è però anche chi sostiene il contrario, cioè che non ci sia stato nessun vero tradimento, semplicemente perché il Partito Comunista Cinese non ha mai smesso di considerare Mao una guida sostanzialmente giusta. Ancora oggi la posizione ufficiale del partito è che Mao abbia avuto ragione nel 70% dei casi e torto nel restante 30%, soprattutto per gli eccessi della Rivoluzione Culturale. Per il partito, insomma, non ci sono stati tradimenti dell’ideologia, solo errori pratici dentro un percorso giusto nel complesso.

Esiste poi una terza lettura, forse la più semplice da capire per chi non mastica teoria politica: al di là delle etichette, se si guarda ai fatti (carestie, milioni di morti, un’élite di partito piena di privilegi) è difficile non notare una distanza enorme tra quello che il comunismo prometteva, cioè uguaglianza e benessere diffuso, e quello che è realmente successo. Che lo si chiami tradimento della teoria oppure no, quel divario tra parole e fatti resta lì, evidente.

C’è infine un paradosso che vale la pena raccontare: il vero cambio di rotta verso l’economia di mercato, in Cina, arriva proprio dopo la morte di Mao, con le riforme lanciate dal suo successore Deng Xiaoping. Alcuni storici di sinistra sostengono che sia stato proprio questo, e non Mao, il vero tradimento del comunismo: un’apertura al capitalismo spacciata per continuità con il pensiero del Grande Timoniere.

Perché Mao viene paragonato a Stalin e Hitler? Il confronto è corretto?

Il paragone nasce da due ragioni diverse, ed è importante distinguerle bene prima di rispondere.

La prima ragione riguarda il modo di governare. Tutti e tre hanno costruito un potere assoluto e senza opposizione, con un culto della personalità fortissimo (pensiamo proprio al Libretto Rosso) e un sistema che puniva duramente chiunque osasse dissentire. Da questo punto di vista, mettere Mao, Stalin e Hitler nello stesso gruppo di dittature totalitarie del Novecento è un confronto comune tra gli storici e abbastanza fondato.

La seconda ragione, molto più controversa, riguarda i numeri delle vittime. Lo studioso americano Rudolph Rummel ha dedicato buona parte della carriera a calcolare quante persone siano state uccise dai vari governi del mondo. Nel 2005 rivide le sue stime su Mao, portandole fino a 77 milioni di morti, un numero che, se confermato, metterebbe Mao al primo posto assoluto, davanti ai circa 62 milioni attribuiti a Stalin e ai circa 21 milioni attribuiti a Hitler.

C’è però un problema piuttosto serio con quel numero. Rummel arrivò a quella cifra basandosi soprattutto su un libro molto famoso, “Mao: The Unknown Story”, scritto nel 2005 da Jung Chang insieme al marito Jon Halliday. Il libro ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, ma la maggior parte degli storici accademici che studiano la Cina lo considera poco affidabile: secondo loro gli autori avrebbero usato fonti impossibili da verificare, tratto conclusioni affrettate, e costruito un ritratto di Mao più simile a una caricatura del male assoluto che a una ricostruzione storica onesta. Il professore americano Andrew Nathan, uno dei critici più severi, ha paragonato il metodo degli autori a quello di una gazza ladra, che raccoglie tutto ciò che luccica senza preoccuparsi di verificarne il valore reale.

Anche togliendo di mezzo le cifre più esagerate, restano comunque stime più prudenti, tra i 40 e i 45 milioni circa sommando carestia, Rivoluzione Culturale e altre campagne, che collocano ugualmente Mao tra i governanti che, in tempo di pace, hanno causato più morti nella storia del ventesimo secolo

C’è infine una differenza che molti storici tengono a sottolineare. Lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler fu pianificato a tavolino, con l’obiettivo dichiarato di eliminare un intero popolo. Anche la carestia provocata da Stalin in Ucraina, secondo molti studiosi, aveva un obiettivo simile: piegare e punire una popolazione precisa. Le morti causate da Mao con il Grande Balzo in Avanti nascono invece soprattutto da una politica economica disastrosa, portata avanti con testardaggine anche quando era ormai chiaro che stava uccidendo milioni di persone. È un po’ la differenza che si farebbe in tribunale tra un omicidio premeditato e chi, guidando in modo spericolato, causa la morte di qualcuno senza averlo pianificato: il risultato finale è tragico in entrambi i casi, ma il percorso che ci porta fino a quel risultato non è lo stesso. Questo non rende Mao meno responsabile di quello che è successo, ma rende il paragone diretto con Hitler leggermente più complicato di come viene raccontato di solito.

Cosa resta oggi di Mao nella Cina di Xi Jinping?

Cinquant’anni dopo la sua morte, Mao non è affatto sparito dalla Cina, anche se il suo ruolo è cambiato parecchio nel tempo.

Il suo corpo, imbalsamato, è ancora esposto in un mausoleo nel cuore di piazza Tienanmen, a Pechino, visitato ogni anno da milioni di persone. Il suo ritratto gigante continua a guardare la piazza da uno dei palazzi più importanti della città. Nelle campagne cinesi la sua immagine è appesa in moltissime abitazioni, e capita ancora di vederla incollata sul cruscotto dei taxi, quasi fosse un portafortuna più che un simbolo politico.

Ufficialmente il giudizio del Partito Comunista Cinese su Mao non cambia da una risoluzione approvata nel 1981: i suoi meriti sarebbero “principali”, i suoi errori “secondari”. Da quella formula è nata l’espressione diventata poi popolare del “70% giusto, 30% sbagliato”, anche se quella percentuale precisa, curiosamente, non compare da nessuna parte nel testo ufficiale del 1981: è più che altro un modo di dire diffuso col tempo.

Il presidente Xi Jinping ha un rapporto tutto suo con questa eredità, e per certi versi contraddittorio. Da una parte riprende volentieri lo stile di Mao: usa slogan che ricordano da vicino i suoi, si è fatto scrivere il proprio pensiero politico dentro la Costituzione cinese proprio come era già successo con quello di Mao, ha reso omaggio al suo mausoleo, e ama presentarsi come il terzo grande leader della storia cinese moderna, dopo Mao, che ha fondato il paese, e Deng Xiaoping, che lo ha riformato aprendo al mercato. Dall’altra parte, però, il progetto politico di Xi è quasi l’opposto di quello di Mao: mentre Mao combatteva il confucianesimo e il capitalismo, considerandoli nemici della rivoluzione, Xi ha rimesso al centro proprio i valori tradizionali confuciani e continua ad allargare un’economia di mercato, sempre però sotto il controllo stretto del partito.

Tra la gente comune, il rapporto con Mao cambia parecchio a seconda dell’età. I giovani delle grandi città, cresciuti con lo smartphone in mano, spesso sanno pochissimo di lui e della Rivoluzione Culturale, più interessati ai social media che alla storia del partito. Nelle campagne, invece, e tra chi quegli anni li ha vissuti davvero, sta crescendo una certa nostalgia, alimentata anche dal rallentamento dell’economia cinese degli ultimi tempi: si ricorda un’epoca in cui, come si sente dire spesso da quelle parti, si era “poveri ma uguali”, in contrasto con la Cina di oggi, dove le disuguaglianze tra ricchi e poveri sono tornate enormi. Non è un caso se proprio in questi giorni migliaia di persone si sono messe in fila a Shaoshan per portare fiori nel giorno del cinquantesimo anniversario della morte.

Resta infine una ferita che la Cina non ha mai davvero curato fino in fondo:

riguarda la Rivoluzione Culturale la ricerca storica libera è ancora oggi limitata, e chi ha subito persecuzioni in quegli anni, comprese le piccole comunità religiose del paese, aspetta ancora un riconoscimento pieno di quello che ha passato. Forse è proprio questo il modo migliore per riassumere Mao Zedong: non un eroe, non un mostro, ma un uomo che ha cambiato per sempre la vita di un quarto della popolazione mondiale, lasciandosi dietro un paese che, cinquant’anni dopo la sua morte, continua a celebrarlo e a rimuoverlo allo stesso tempo.

Ginevra Leone

Per scrivere questo articolo sono stati usati strumenti di Deep Research gestite da iA

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