La grandezza e i luoghi comuni su Gabriele D’Annunzio nella critica della stampa italiana e internazionale

D'Annunzio non era fascista. Dobbiamo difenderlo dalle appropriazioni delle destre ma anche dalla Cancel Culture e dal politicamente corretto

L’eredità di Gabriele D’Annunzio somiglia a un prisma le cui facce, a distanza di oltre ottant’anni dalla scomparsa, continuano a riflettere luci contrastanti e spesso accecanti. Se per decenni la figura del “Vate” è rimasta prigioniera di una sorta di damnatio memoriae di matrice ideologica, la critica più avvertita ha oggi il compito di scrostare il fango dei luoghi comuni, dal superomismo di maniera alla caricatura del seduttore calvo, per restituirci la statura di un artista che ha inventato la modernità proprio mentre pretendeva di restaurare l’antico. Analizzare come la stampa colta italiana e internazionale affronti questo “monumento instabile” significa immergersi in un dibattito che dice molto più su di noi, e sul nostro rapporto con il potere della parola, che sul poeta stesso.

Gabriele D’Annunzio e il restauro critico in Italia: oltre il tunnel dell’oblio ideologico

Nel panorama editoriale italiano, il recupero di D’Annunzio ha finalmente superato la fase della rimozione post-bellica. Testate come il Corriere della Sera, attraverso le pagine de La Lettura, e il supplemento Domenica de Il Sole 24 Ore, hanno guidato un’operazione di revisionismo rigoroso che punta a separare chirurgicamente il “gesto” politico dal “testo” letterario.

La critica nostrana non vede più nell’Immaginifico un semplice precursore del regime, bensì un pioniere assoluto della comunicazione di massa. Gli esperti che intervengono sul Corriere sottolineano con enfasi come D’Annunzio abbia compreso, prima di chiunque altro, i meccanismi della reputazione nell’era della riproducibilità tecnica. Il poeta non è solo l’autore di Alcyone, ma un intellettuale totale che ha saputo dialogare con il misticismo, la musica barocca e la tecnologia bellica. Persino la vecchia accusa di “plagio”, sollevata a suo tempo da Enrico Thovez, viene oggi riletta sotto una luce diversa: non mancanza di originalità, ma una raffinatissima pratica di intertestualità e contaminazione, dove il “mosaico” dannunziano diventa un colloquio fecondo con i grandi spiriti europei come Nietzsche e Wagner.

Sul Sole 24 Ore, l’analisi si sposta spesso sulla lingua. D’Annunzio è celebrato come colui che ha modernizzato l’italiano, dotandolo di una musicalità lirica e di un vocabolario tecnico e sensuale capace di strappare la nostra prosa alle secche dell’accademismo ottocentesco. È l’ “uomo della soglia”, colui che abita la crisi di valori del Novecento cercando rifugio in una bellezza che è, al contempo, arma e scudo.

La severità francese e l’estetica del controllo

In Francia, la ricezione di D’Annunzio conserva una sfumatura di aristocratico sospetto. Sebbene il poeta abbia vissuto un esilio dorato tra Parigi e Arcachon, diventando protagonista della Belle Époque accanto a figure del calibro di Marcel Proust e Sarah Bernhardt, la stampa culturale d’oltralpe, con in testa Le Monde, tende a guardare all’autore attraverso la lente del decadentismo e della psicologia delle folle.

Il pragmatismo britannico e l’invenzione della celebrità

Spostandoci nel Regno Unito, l’approccio cambia drasticamente. Grazie anche al successo della biografia di Lucy Hughes-Hallett, la stampa britannica (da The Guardian allo Spectator) ha smesso di interrogarsi sui meriti poetici per concentrarsi sulla costruzione del mito. Per gli inglesi, D’Annunzio è il primo, vero prototipo della “celebrity culture” moderna.

La prospettiva americana: tra avanguardia e utopia politica

Oltreoceano, la figura di D’Annunzio gode di un interesse accademico e giornalistico più distaccato e, per certi versi, più analitico. Negli Stati Uniti, si tende a ricordare l’ammirazione che giganti del modernismo come James Joyce avevano per lui. Henry James ne lodava il senso visivo, e questa stima da parte dei padri della letteratura del Novecento funge da salvacondotto per lo studio delle sue opere nelle università americane.

Un aspetto che affascina particolarmente la stampa statunitense è l’esperienza di Fiume. Mentre in Europa Fiume è spesso ridotta a preludio del fascismo, negli USA viene talvolta riletta come un esperimento libertario e quasi utopico. La Carta del Carnaro, con il suo mix di sindacalismo rivoluzionario, suffragio universale e centralità della musica, attira l’attenzione di chi cerca in D’Annunzio le tracce di un radicalismo che sfugge alle rigide etichette di destra e sinistra. Tuttavia, non mancano analisi più critiche sulla sua visione gerarchica delle razze, che la stampa americana inserisce in un discorso più ampio sulla genesi delle ideologie escludenti del XX secolo.

In definitiva, D’Annunzio rimane un nodo non sciolto della nostra cultura

Se la stampa italiana ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla straordinaria sapienza tecnica della sua pagina, le voci straniere ci ricordano la pericolosità del suo “gesto”, capace di trasformare la realtà in una finzione collettiva.

I luoghi comuni che lo circondano non sono errori di valutazione, ma spesso le scorie prodotte dalla sua stessa macchina mitopoietica. D’Annunzio è stato, ed è tuttora, un “uomo della soglia”: metà bestia e metà dio, pioniere della comunicazione e custode della parola arcaica. La sua grandezza, forse, risiede proprio in questa sua natura irriducibile, che ci costringe ancora oggi a chiederci quanto della nostra modernità, nel bene e nel male, sia nata tra le stanze cariche d’incenso del Vittoriale.

Giovanni Scafoglio

Nda: La rassegna e la selezione delle fonti critiche italiane ed estere sono state effettuate, su precise direttive dell’autore, mediante l’impiego di un’intelligenza artificiale specializzata in Deep Research.

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