Venerdì 28 novembre, a Torino, c’era il corteo per lo sciopero generale. Dal corteo dei sindacati si è staccato un gruppo di manifestanti pro Palestina. Ha puntato la sede della Stampa in via Lugaro. Ha lanciato letame oltre i cancelli, ha imbrattato i muri con minacce ai cronisti, ha forzato un ingresso laterale ed è entrato negli uffici vuoti. Su questo assalto, dal palco di Rebuild Justice, è intervenuta Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati. Ha detto testualmente: «È necessario che ci sia giustizia per quello che è successo alla redazione, ma al tempo stesso questo sia anche un monito alla stampa». L’ennesima dichiarazione ambigua dell’Albanese, tra l’altro incompatibile con il ruolo che ricopre. L’assalto alla Stampa e il “monito alla stampa” di Francesca Albanese non sono gli anni di piombo né il Ventennio, ma ne richiamano un riflesso pericoloso: trasformare chi informa in “nemico interno” da rieducare con la paura.
Partiamo dal raid alla redazione e dal perché è un atto molto grave
Il gruppo che lascia il corteo arriva davanti al palazzo del giornale e si dispone in modo organizzato: una parte resta in strada a fare da copertura, con cori e fumogeni, mentre il nucleo più deciso supera i cancelli e imbocca gli ingressi laterali. Dentro percorre corridoi e scale, rovescia faldoni, giornali e oggetti di lavoro, stacca almeno una telecamera di sorveglianza e ricopre i muri di slogan.
Oltre alle frasi contro i cronisti compaiono riferimenti a Mohamed Shahin, imam torinese detenuto in un centro di permanenza per il rimpatrio dopo un decreto di espulsione per presunta radicalizzazione: agli occhi degli assalitori la Stampa viene indicata come responsabile del clima creato intorno alla sua figura. L’azione dura pochi minuti, il tempo sufficiente perché la vigilanza avvisi la questura e la Digos inizi a lavorare sulle immagini per identificare i partecipanti.
Le Parole di Francesca Albanese e quel “monito alla stampa”
l problema etico è il “ma al tempo stesso”. Messa così, subito dopo un assalto fisico a una redazione, quella formula produce tre effetti tossici:
Sottintende una corresponsabilità morale
Anche se lei non lo dice esplicitamente, il frame è: “la violenza è sbagliata, però la stampa se l’è un po’ cercata, ora impari la lezione”. È la stessa struttura argomentativa che si contesta in altri contesti: “condanno la violenza, ma…”. Dal punto di vista etico, dopo un’aggressione, la condanna non può stare nella stessa frase del “monito alla vittima”.
Legittima, almeno simbolicamente, la logica dei colpisti
Se un gruppo assalta una redazione per “punire” la sua linea editoriale e tu definisci quell’episodio un “monito alla stampa”, stai accettando la cornice concettuale degli aggressori: l’idea che il loro gesto contenga un messaggio politico utile. Puoi anche dire mille volte “sono contro la violenza”, ma quel “monito” finisce per riconoscere al raid un senso politico, invece di delegittimarlo completamente.
È incompatibile con il ruolo che ricopre
Una relatrice speciale dell’ONU ha tra i suoi riferimenti proprio la tutela dei diritti fondamentali, tra cui libertà di stampa e integrità fisica. In quel ruolo, il messaggio dovrebbe essere: “L’assalto è inaccettabile, punto. Le critiche alla stampa si fanno con altri mezzi, non intimidendo le redazioni”. La critica anche durissima ai media è legittima, ma sganciata temporalmente e simbolicamente da un episodio di violenza concreta contro quei media.
L’assalto alla Stampa e il “monito alla stampa” di Francesca Albanese non sono gli anni di piombo né il Ventennio, ma ne richiamano un riflesso pericoloso
l’idea che il giornale sgradito si possa colpire e poi additare come colpevole. È la stessa logica che stava dietro alle redazioni devastate dallo squadrismo fascista e ai giornalisti presi di mira dal terrorismo degli anni Settanta: trasformare chi informa in “nemico interno” da rieducare con la paura. Oggi il contesto istituzionale è diverso e le condanne sono state nette, ma il messaggio implicito resta disturbante, perché sposta l’attenzione dalla violenza di chi aggredisce alla presunta colpa di chi scrive.
Giovanni Scafoglio
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