Dare un giudizio su quanto accaduto a Palmoli, ai tre bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco”, senza aver letto le carte del Tribunale per i minorenni dell’Aquila è scorretto e manipolatorio. Non è un dettaglio tecnico, è il punto di partenza: senza ordinanze, relazioni dei servizi sociali e verbali, ogni opinione rischia di trasformarsi in propaganda. Proprio per questo la vicenda è stata già strumentalizzata in modo “vergognoso”, per usare un termine tanto amato da certi politici senza vergogna. Definire un provvedimento di un tribunale minorile come “sequestro di bambini” è una forzatura. Un messaggio sovversivo nei confronti dello Stato di diritto, perché delegittima in blocco l’operato della magistratura davanti all’opinione pubblica. Nella realtà dei fatti, quei figli non sono stati “portati via” ai genitori per punire una scelta di vita alternativa, ma allontanati da un luogo privo di servizi igienici adeguati e con condizioni abitative giudicate poco salutari, per essere trasferiti in una comunità protetta insieme alla madre. L’obiettivo dichiarato del provvedimento è verificare in modo indipendente lo stato di salute, la crescita e la tutela di tre minori. Di certo non è quello di cancellare d’un colpo il legame con la loro famiglia.
Bambini tolti alla famiglia nel bosco ecco cosa è davvero accaduto
Il caso esplode a Palmoli, piccolo comune dell’entroterra abruzzese, quando il Tribunale per i minorenni dell’Aquila firma un provvedimento che dispone il trasferimento dei tre figli di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham in una comunità educativa di Vasto, insieme alla madre. La coppia, lui britannico di cinquantun anni con alle spalle lavori da cuoco, tassista e boscaiolo tra Europa e Asia, lei australiana di quarantacinque anni, ex istruttrice di equitazione, da circa due anni vive con una bambina di otto anni e due gemelli di sei in un vecchio casolare immerso nel bosco, privo di allacci alle reti idriche e fognarie, senza bagno interno, affiancato da una roulotte e da piccole strutture artigianali. La decisione dei giudici arriva dopo sopralluoghi dei carabinieri, segnalazioni dei servizi sociali e un precedente ricovero in ospedale per un’intossicazione da funghi; gli atti descrivono una famiglia che rivendica una scelta “off-grid”, basata su autoproduzione, istruzione parentale e rifiuto di molte comodità urbane, mentre per l’autorità giudiziaria la combinazione tra isolamento, carenze strutturali dell’abitazione e incertezze su controlli sanitari e percorso scolastico giustifica l’inserimento dei minori in una struttura protetta, con la presenza della madre e un sistema di visite regolato per il padre.
Dal punto di vista del diritto, sì: rientra nei poteri del Tribunale per i minorenni, quindi è un atto legittimo finché un giudice superiore non lo annulla o lo modifica
In Italia i giudici minorili possono sospendere la responsabilità genitoriale e disporre l’inserimento dei figli in una comunità quando ritengono che esista un pregiudizio attuale o un rischio serio per la crescita equilibrata dei minori (articoli 330 e 333 del codice civile, legge 184/1983 sull’affidamento e l’adozione). In questo caso c’è stata: segnalazione sanitaria, intervento dei servizi sociali, istruttoria, motivazione scritta, nomina di un tutore, possibilità di ricorso. La legittimità formale quindi c’è; il punto davvero controverso riguarda l’opportunità e la proporzionalità della misura, tema che verrà rimesso ai giudici del reclamo e sul quale, al di fuori del processo e senza accesso integrale agli atti, chiunque si esprime sta facendo soprattutto politica, non giurisprudenza.
La contraddizione più evidente riguarda la politica che oggi urla al “sequestro di bambini”
La vicenda parte da una segnalazione dei carabinieri, intervenuti dopo il ricovero in ospedale per un’intossicazione da funghi: proprio quell’Arma che la destra celebra a ogni comizio come baluardo di legalità. Quando però la magistratura minorile raccoglie quella segnalazione, la trasforma in un procedimento e firma un’ordinanza motivata, gli stessi leader gridano al complotto dei giudici. In mezzo restano tre figli che, fino a pochi giorni fa, vivevano in un casolare senza bagno interno, senza allaccio elettrico, senza acqua corrente stabile e senza un percorso scolastico verificabile dall’istituzione competente. Chi parla di “sequestro” evita di spiegare quale alternativa garantirebbe diritti basilari, igiene, salute, istruzione, e preferisce instillare il solito benaltrismo da talk show con il ritornello “e allora i rom?”, come se un’ingiustizia vera o presunta potesse giustificare la rinuncia a qualsiasi intervento su un’altra situazione critica.
Cosa accadrà ora ai bambini tolti alla famiglia nel bosco
Nel breve periodo la famiglia resterà divisa tra la comunità di Vasto e il casolare di Palmoli. I tre bambini continueranno a vivere nella struttura protetta insieme alla madre, seguiti da pediatri, psicologi e assistenti sociali incaricati di valutare salute fisica, equilibrio emotivo e livello di istruzione. Il padre resterà nel bosco e li incontrerà in orari stabiliti, secondo le indicazioni dei servizi e del tutore nominato dal Tribunale.
Parallelamente il legale dei genitori prepararerà il reclamo contro l’ordinanza del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il giudice che esaminerà il ricorso potrà confermare le misure attuali, alleggerirle oppure revocarle, prevedendo eventualmente condizioni diverse: abitazione più sicura, percorso scolastico verificabile, controlli sanitari periodici.
L’esito dipenderà dalle relazioni tecniche su salute, istruzione e condizioni di vita e dalla valutazione finale dei giudici minorili. Non di certo, in uno stato di diritto, dalla propaganda politica o dalle voci di popolo.
Ginevra Leone
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