Doveva andare in onda il prossimo 7 ottobre, in prima serata su Rai Tre, ma la trasmissione di No Other Land è stata improvvisamente cancellata dal palinsesto. Il documentario vincitore del premio Oscar 2025No Other Land è un documentario collettivo, diretto da Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor, che ha saputo conquistare pubblico e critica internazionale. La sua particolarità non sta soltanto nella tematica trattata, ma nel fatto che nasce dentro il conflitto israelo-palestinese, non come osservazione esterna. La comunità al centro della narrazione è quella di Masafer Yatta, un’area della Cisgiordania dichiarata “zona militare” dalle autorità israeliane, dove centinaia di famiglie palestinesi sono a rischio espulsione. In questo scenario, i registi decidono di unire i loro sguardi e di trasformare la macchina da presa in strumento di resistenza.
Israele, Gaza e la questione palestinese sullo schermo
Il titolo del film, “No Other Land”, suggerisce l’impossibilità di pensare a una terra diversa: per i palestinesi di Masafer Yatta non esiste alternativa, né luogo dove ricostruire altrove. Questa scelta lessicale non è casuale: nel film emerge il legame inscindibile con la terra, la memoria e le radici. Non si tratta di un documentario che vuole illustrare l’intero conflitto israelo-palestinese, ma di un’opera che concentra l’attenzione sul microcosmo di una comunità che vive l’occupazione giorno dopo giorno. La connessione con Gaza non viene affrontata con dati o spiegazioni storiche, ma attraverso la logica della testimonianza: ciò che accade in Cisgiordania e ciò che avviene nella Striscia fanno parte di un unico scenario di precarietà e assedio.
Linguaggio visivo e rigore formale
La fotografia, affidata a Rachel Szor, si distingue per la sua essenzialità. La scelta di non ricorrere a filtri o artifici estetici accentua l’effetto di realtà: la luce naturale, le inquadrature strette e ravvicinate restituiscono la sensazione di essere presenti nelle scene di demolizione, nelle stanze ridotte in macerie, nei volti segnati dalla fatica. Il montaggio alterna momenti di caos improvviso a pause contemplative, costruendo un ritmo irregolare che obbliga lo spettatore a confrontarsi con la violenza delle immagini. Non c’è musica di sottofondo che alleggerisca, non c’è narrazione didascalica che spieghi: sono le immagini a parlare.
Una regia senza neutralità
La cifra stilistica di No Other Land è la sua assenza di neutralità. Basel Adra è parte della comunità palestinese di Masafer Yatta, e questo legame conferisce al film un’urgenza emotiva. Yuval Abraham, israeliano, porta invece uno sguardo dall’altra parte del confine, assumendosi la responsabilità di documentare ciò che accade. La loro collaborazione è carica di tensione e produce un doppio registro: da un lato la cronaca diretta della violenza, dall’altro la consapevolezza critica di chi, pur appartenendo al contesto dominante, decide di schierarsi con la parte oppressa. È questo intreccio che rende l’opera unica nel panorama dei documentari contemporanei.
Momenti che colpiscono lo spettatore
Tra le scene più forti c’è quella in cui una donna urla disperata mentre i bulldozer si avvicinano alla sua casa, gridando che le figlie sono ancora all’interno. La risposta di un soldato è lapidaria: “Non importa”. Questo breve scambio di battute condensa l’essenza del film: la disumanizzazione quotidiana, la sproporzione di potere, l’indifferenza istituzionalizzata. Altri momenti mostrano le ricostruzioni notturne delle abitazioni distrutte, piccoli gesti che diventano simbolo di resistenza. La macchina da presa non cerca di trasformare queste immagini in metafora, ma le lascia così come sono: crude, dirette, impossibili da ignorare.
Accoglienza e controversie
La forza del film è stata riconosciuta da numerosi festival internazionali. Alla Berlinale 2024 ha ottenuto il premio del pubblico Panorama e il premio per il miglior documentario, mentre nel 2025 ha conquistato l’Oscar come miglior documentario. La critica europea, da Le Monde a The Guardian, ha sottolineato la sua urgenza politica e la sua capacità di trasformare il cinema in atto militante. Al tempo stesso, non sono mancate polemiche: alcuni hanno accusato il film di essere sbilanciato e di non dare voce in modo articolato alla parte israeliana. Altri, invece, hanno visto proprio in questa scelta di campo la sua coerenza. In ogni caso, l’opera ha diviso, discusso e mobilitato, dimostrando che il documentario può ancora avere un impatto politico.
Un cinema che diventa resistenza
No Other Land non è solo un film da guardare, ma un’esperienza che interroga lo spettatore. Dopo la visione, resta la sensazione di non poter tornare indietro alla neutralità. Il cinema qui non è intrattenimento, ma testimonianza, denuncia, strumento di memoria. Israele, Gaza e Palestina diventano coordinate di un racconto che rifiuta la distanza e pretende una presa di posizione. Per questo il film resterà come una delle opere più significative di questi anni: un atto di resistenza filmata, destinato a incidere nel dibattito politico e culturale ben oltre le sale cinematografiche.
Ginevra Leone
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