Feudalesimo delle intelligenze artificiali in nome del progresso: OpenAI, Big Tech e il dominio dell’AI: tra sfruttamento umano, consumo energetico e appropriazione indebita di dati e creatività. Qualcuno parla di nuovo colonialismo, nel mio saggio “Intelligenza Criminale” parlo di una forma ibrida di feudalesimo delle intelligenze artificiali. Accumulano potere espropriando lavoro, risorse, dati. E lo fanno giustificandosi con la promessa di “progresso”. Nonostante non ricorrano alla stessa violenza dei vecchi imperi o dei signori dei Feudi, i colossi delle Ai estraggono valore da:
Opere di artisti e scrittori; Dati personali condivisi online; Risorse fisiche come energia, acqua e terra; Lavoro umano sottopagato per la pulizia e preparazione dei dati.
Feudalesimo delle intelligenze artificiali in nome del progresso: tutto è cominciato con una finta promessa
Una storia da garage californiano, di quelle con le felpe grigie, le lavagne bianche e le parole grosse sparate sui post-it. OpenAI doveva essere l’anti-Google, la mosca che punge il gigante, la no-profit che difende l’umanità dal mostro dell’intelligenza artificiale. Invece si è rivelata come la prima tessera del domino. In effetti sarebbe bastato guardare negli occhi Sam Altman, troppo sorridente per essere un rivoluzionario, troppo elegante per essere un visionario. E infatti non lo era. Per non parlare di uno dei suoi soci… un tale Elon Musk.
Nel giro di pochi anni, la baracca no-profit è diventata una macchina da guerra a scopo di lucro. Niente più etica, niente più trasparenza. Solo brevetti, contratti, chiusure, alleanze, investimenti miliardari e sguardi bassi. A chi parlava di apertura e bene comune, oggi viene dato in pasto un bot con risposta predefinita. E a nutrire tutto questo, come benzina di un motore affamato, c’è la corsa senza freni alla capacità computazionale. Una religione nuova, con chip e GPU al posto delle reliquie.
Accumulo di potere e saccheggio delle risorse
Nel frattempo, le big tech si sono mangiate tutto. Come un esercito di locuste digitali hanno razziato lavoro, testi, dati, fotografie, creatività, memorie. Si sono presi tutto, a costo zero, e ci hanno costruito sopra il futuro. Lo hanno chiamato progresso. Lo hanno avvolto in termini come “sviluppo sostenibile”, “tecnologia per tutti”, “democratizzazione dell’AI”. Poi sono spariti con il bottino.
Perché la verità è questa: il progresso è diventato un alibi. Una coperta corta che non copre più nessuno, se non i soliti noti. Gli altri? Spogliati, venduti, ignorati.
Una razzia globale, dove l’esproprio avviene senza spargimento di sangue ma con la stessa brutalità coloniale. I colossi dell’AI estraggono valore da ogni fonte disponibile: opere di artisti e scrittori, che finiscono nei database senza averli autorizzati e senza un centesimo di ritorno; dati personali, raccolti ovunque online, offerti inconsapevolmente in cambio di una app di tendenza; risorse fisiche come energia, acqua, terra, consumate da data center famelici; e lavoro umano sottopagato, necessario per la pulizia e l’annotazione dei dati. Il colonialismo è tornato in una versione ibrida di feudalesimo e futuro distopico: solo più ordinato, più silenzioso, più connesso in fibra ottica.
Lo sfruttamento del lavoro invisibile
Sai chi ha addestrato i modelli linguistici? Gente. Persone vere, con le mani, gli occhi, lo stomaco. In Kenya, nelle Filippine, in altri luoghi dimenticati da Dio e amati dalla fibra ottica. Persone pagate meno di un pacchetto di chewing gum per catalogare migliaia di immagini violente, per pulire i contenuti, per rendere umano ciò che umano non è.
Ex colonie trasformate in data factory, dove giovani connessi a internet accettano salari da fame per sopravvivere. Le condizioni non migliorano mai. Peggiorano non appena l’azienda consolida la propria posizione. Come un vecchio schema coloniale: più il padrone diventa ricco, più la manodopera vale meno.
Il vero carburante dell’intelligenza artificiale non è il silicio. È la miseria. La loro. E quando le aziende si rafforzano, tagliano proprio lì. Più dominio, meno salari. Più investitori, meno dignità. È una matematica che conosciamo bene. Solo che oggi ha il volto di una start-up. Poi andrebbe aperto un capitolo a parte sul lavoro minorile, su come vengono dati appezzamenti di “terreno digitale” a milioni di aspiranti influencer e baby influencer che lavorano gratis con la chimera di trasformare questo sfruttamento in ricchezza. Ma ne parleremo in un articolo a parte.
Modelli allenati con contenuti sottratti senza averne il diritto
Ti è mai capitato di scrivere qualcosa con l’anima? Una poesia, una canzone, una confessione? Ecco, probabilmente adesso è dentro un modello. Senza che tu lo sappia. Senza che tu l’abbia concesso. Senza che nessuno ti abbia pagato. Raccolgono tutto. Lo chiamano “scraping”. Come se fosse neutro. Ma è furto, solo più silenzioso. Ogni parola online è benzina per i loro motori. Ogni nostro frammento diventa uno zero o un uno. I loro modelli sono obesi di bellezza rubata. E noi restiamo qui, a guardare i nostri fantasmi parlarci con voce sintetica.
Testi, immagini, audio: tutto “nutre” l’IA. Senza consenso, senza compenso, senza diritti. L’intera produzione culturale degli ultimi trent’anni viene triturata e rimasticata in risposte precompilate. Il lavoro di artisti, scrittori, utenti comuni è diventato carburante per tecnologie chiuse e brevettate. Però puoi farti la tua foto profilo in versione Simpson o farti un selfie con Superman. Vuoi mettere?
Il costo ambientale nascosto dell’AI
Poi c’è il deserto che si allarga. I data center. Le nuove cattedrali del potere. Mangiano elettricità come un jet in picchiata, bevono acqua come cammelli allucinati e restituiscono solo calore, rumore e fumo. Nessun lavoro, nessuna utilità per le comunità intorno. Solo cancelli chiusi e condizionatori accesi 24 ore su 24.
Queste infrastrutture offrono pochi benefici alle popolazioni locali. Prosciugano risorse, ma non generano occupazione. Sono buchi neri energetici che risucchiano tutto e non restituiscono nulla. Entro il 2030, l’AI potrebbe consumare più energia dell’intera India. Un colosso digitale con la fame di un continente.
La sostenibilità, quella vera, è stata espulsa dalla stanza. Al suo posto, solo server bollenti e dichiarazioni corporate.
feudalesimo delle intelligenze artificiali in nome del progresso: una nuova forma di colonialismo digitale
Nel mio saggio, Intelligenza Criminale, l’ho scritto senza mezzi termini. Stiamo vivendo un nuovo colonialismo. I nuovi imperi non hanno cavalli o castelli, ma GPU e NDA. Non assediano città, ma siti. Non impongono tasse, ma condizioni d’uso.
Sottraggono, accumulano, brevettano. Il loro bottino? La nostra memoria, il nostro tempo, la nostra fatica. Lo fanno nel nome del “futuro”, ma è un futuro chiuso, asettico, blindato. Ci hanno convinti che fosse inevitabile. Ma niente lo è. Tranne forse una cosa: che se non reagiamo, diventeremo solo materiale d’addestramento.
Ma tu questo non vuoi leggerlo. Meglio aprire la tua app preferita e generare la foto che segua il trend del momento. Vuoi mettere?
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