Lo urlavate a ogni dibattito, lo twittavate con la bava alla bocca: “Parlateci di Bibbiano”. Ora non fiata più nessuno.

Parlateci di Bibbiano. Dai, ora che possiamo. Ora che non c’è più l’alibi del segreto istruttorio, del garantismo a corrente alternata, dei bambini usati come manganelli morali. Ora che il tribunale ha parlato, e ha detto chiaramente: su 14 imputati, 11 assoluzioni. Tre condanne minime, con pene sospese. Nessuna rete criminale, nessun sistema, nessun mostro da prima serata. Solo la solita farsa all’italiana: un’inchiesta montata come un reality, un processo sbranato dall’opinione pubblica prima ancora che iniziasse, e una sentenza che arriva nel silenzio tombale degli stessi che per anni ci hanno fatto a pezzi il timpano con quel mantra ossessivo. Salvini, Meloni, Di Maio…. …Parlateci di Bibbiano. Bene. Ecco. Parliamone davvero. Ovviamente la politica, certa politica, preferisce il silenzio.

Il processo “Angeli e Demoni”: come si è sgonfiato il teorema Bibbiano

L’hanno chiamato “Angeli e Demoni” perché in Italia serve sempre un titolo da fiction per rendere digeribile l’inferno. E l’inferno, stavolta, sembrava perfetto: assistenti sociali che rubano bambini, psicologi che manipolano, sindaci conniventi, elettrodi per indurre falsi ricordi, affidi usati come merce. Uno script da Oscar. O da psichiatria. Il problema è che al processo, quell’impianto accusatorio è esploso. Non come una bomba, no. È collassato come un castello di carte lasciato sotto la pioggia per cinque anni.

Il 9 luglio 2025, il tribunale di Reggio Emilia ha scritto la parola “fine” su un’indagine che di giudiziario aveva ormai solo la toga. Il verdetto è chiaro: 11 assolti su 14 imputati. Tre condanne (Federica Anghinolfi, Nadia Bolognini e Francesco Monopoli), tutte con pene inferiori a quanto richiesto, tutte con pena sospesa. Niente associazione a delinquere, banda o sistema. Le accuse più pesanti: maltrattamenti, manipolazioni mentali, psicologi deviati, si sono sgonfiate alla prova dei fatti. O erano indimostrate, o erano inconsistenti. O erano semplicemente scomparse.

E ora? Ora niente. I titoloni scompaiono. Le aperture dei TG evaporano. I tweet con hashtag tossici diventano archivi digitali. Il processo ha parlato, ma nessuno ascolta più. Perché la verità, in Italia, ha un valore solo quando fa comodo alla narrativa. E questa narrativa, ormai, è fuori produzione.

Politica e fango: Bibbiano come arma elettorale

Settembre 2019. Matteo Salvini partecipa a un comizio nel comune di Cadorago, provincia di Como. Sul palco si presenta con Maricetta Tirrito, attivista del movimento Bambini Strappati, e una bambina chiamata Greta. Al pubblico dice che vengono da Bibbiano, che sono la prova vivente dell’orrore. Ma è falso. Greta non è figlia di Tirrito, non è coinvolta nel caso Bibbiano, non è nemmeno di Reggio Emilia. È una bambina seguita dai servizi sociali locali nel Comasco, in un comune amministrato dalla Lega. Tirrito non è una madre coinvolta nel caso. Non è nemmeno imputata nel processo Angeli e Demoni. Ma in quel momento non conta la verità. Conta l’effetto. L’immagine. Il frame. Bibbiano diventa un simbolo da manipolare. Il palco è l’altare del fango.

Tirrito ha un passato giudiziario. Nel 2001 è stata condannata a quattro mesi per simulazione di reato e procurato allarme. Aveva finto minacce mafiose per ottenere una scorta. Ha ammesso il falso in sede di interrogatorio. Nessun collegamento con il caso Bibbiano. Ma quel giorno a Cadorago, per la politica, bastava evocare. Bastava accendere l’immaginario.

Luigi Di Maio, vicepremier del Movimento 5 Stelle, rincara la dose

Definisce Bibbiano “lo scandalo più grave della Repubblica”. Non serve nemmeno conoscere le carte. Basta cavalcare l’onda. Gianluigi Paragone, ancora nel M5S, parla di colpa morale del Partito Democratico. Nessuna prova, nessuna sentenza, solo slogan. Intanto sui social esplode lo slogan parlateci di Bibbiano, trasformato in manifesto elettorale. Non un’inchiesta, ma una clava.

Giorgia Meloni durante un sit-in a Bibbiano del 5 luglio 2019, organizzato da Fratelli d’Italia davanti al municipio, dichiara pubblicamente che da Bibbiano parte una rete dell’orrore che attraversa l’Italia. Nessun fatto a sostegno. Nessuna cautela. Solo parole pesanti costruite su sabbia. Anni dopo, la sentenza arriva. Undici assoluzioni su quattordici imputati. Tre condanne lievi. Nessun sistema, nessuna rete criminale, nessun orrore organizzato.

E ora? Ora tacciono. Nessuna rettifica, ammissione di responsabilità. Nessuna scusa. Chi ha usato Bibbiano come arma, oggi finge di non averla mai impugnata.

I media non hanno informato. Hanno versato benzina sulla propaganda

Li abbiamo letti quei titoli: “Bambini rubati”, “L’orrore di Bibbiano”. Parole impilate una sull’altra senza filtri, senza cautele, senza atti. Era il trionfo dell’emotività sulla verifica. Libero, Il Giornale, La Verità si sono lanciati in prima fila, con paginate che sembravano già una sentenza. Ma anche i grandi quotidiani hanno seguito l’odore del sangue. Repubblica, Corriere, i TG: tutti dietro alla corrente, nessuno a fare argine. Nessuno che dicesse: calma. Nessuno che chiedesse: dov’è la prova? Possiamo attenerci ai fatti?

I talk show si sono trasformati in tribunali improvvisati. Una madre in lacrime valeva più di un fascicolo processuale. Bastava evocare Bibbiano per ottenere il silenzio in studio. E chi provava a fare una distinzione, chi tentava di ricordare che l’indagine era in corso, che l’impianto accusatorio era fragile, veniva zittito o ignorato. Il frame era già costruito: Bibbiano era il simbolo del male, i servizi sociali erano complici, il Partito Democratico era il mandante morale.

E quando le carte del processo hanno cominciato a raccontare un’altra storia, fatta di errori individuali ma non di reti criminali, fatta di assoluzioni e non di orrori sistemici, il silenzio ha coperto tutto. Nessun titolo in prima pagina per dire: ci siamo sbagliati. Nessuna apertura dei TG per riportare le assoluzioni. Perché il fango, una volta lanciato, fa notizia. La verità no.

Il ruolo dei social network nella diffusione di fake news e teorie complottiste

I social network sono stati l’autostrada su cui la narrazione tossica di Bibbiano ha viaggiato più veloce e più lontano. Facebook, Twitter, Telegram e WhatsApp si sono trasformati in megafoni senza filtri per teorie complottiste e fake news, spesso rilanciate da profili anonimi o da personaggi politici con interesse a mantenere alta la tensione. Meme, video montati ad arte, audio fuori contesto e testimonianze false hanno inondato le bacheche, spingendo milioni di persone a condividere indignazione senza verifica. Il fenomeno non è solo casuale, ma funzionale: ogni post esagerato, ogni messaggio di allarme serve a creare un senso di emergenza permanente, utile a costruire consenso o a denigrare avversari. La polarizzazione sui social ha trasformato Bibbiano in un simbolo di paura e sospetto, spingendo molti a credere più alle fake che alla sentenza, e a considerare qualsiasi voce critica come un nemico da zittire. La disinformazione ha fatto più danni di qualsiasi processo, e i social si sono rivelati terreno fertile per la diffusione di un racconto che il tribunale ha ampiamente smentito, ma che continua a vivere come un virus nei feed e nelle menti.

Sui social circolava un dato che sfidava il buon senso: il numero di bambini “rapiti” a Bibbiano superava quello delle famiglie residenti in tutta la provincia. Nessuno si fermava a chiedersi come fosse possibile una bugia così colossale. Il panico era più comodo della verifica, la paura più contagiosa della ragione. Quel numero assurdo diventava un mantra virale, alimentando un’emergenza finta e spianando la strada ai complottisti. La realtà giudiziaria è un’altra: nessun rapimento di massa, nessun sistema criminale organizzato. Ma quella bufala è sopravvissuta, si è infiltrata nelle menti e nei feed, diventando un virus difficile da debellare. Così funziona la disinformazione ai tempi dei social.

Bibbiano, il caso che ha inchiodato giornalisti, politici e social alle proprie responsabilità

Ecco il colpo di scena più velenoso: non sono stati solo politici o social a sbagliare, ma anche chi dovrebbe raccontare i fatti senza filtri. I media hanno fatto da megafono alle paure, alimentando il fuoco con ogni titolo urlato e ogni talk show scatenato. Hanno preferito la folla isterica alla verifica, la viralità alla responsabilità. Complici anche i lettori, spettatori e utenti che hanno abboccato come polli, divorando ogni bufala, ogni esagerazione, ogni complotto messo in scena con cura. Bibbiano non è solo la storia di un’inchiesta andata male, è la fotografia di un paese incapace di distinguere il vero dal falso, di chi dovrebbe difendere la verità e invece si fa strumento del caos. Chi ha sputato fango, ora resti nel fango.

E chi ha mangiato veleno, si prenda la responsabilità di averlo ingoiato senza masticare.

Giovanni Scafoglio

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