Il mostro di Firenze dal punto di vista della Generazione Z

La vicenda del mostro di Firenze ha compiuto ormai trent’anni. I giovani della Generazione Z hanno però il desiderio di analizzarla dal proprio punto di vista. Tra l’ avvicinamento generale al true crime e queste vicende in suolo Italiano, è infatti comprensibile un interesse verso vicende a noi geograficamente vicine. Sono proprio i più giovani ad avvicinarsi e ad essere incuriositi da realtà che sembrano lontane nel tempo ma al contempo attualissime.

Il punto di vista della generazione Z riguardo il Mostro di Firenze

Il fenomeno del true crime è ormai noto e consolidato. Negli ultimi anni infatti ha attirato un pubblico sempre più ampio che, nella propria quotidianità, si rapporta con il mistero e la morte. Questo fenomeno sfrutta la cosiddetta morbid curiosity ovvero una forma di curiosità che spinge ad esplorare il macabro e il proibito. Alcuni studi neurocognitivi hanno dimostrato che le storie di violenza attivano aree del cervello legate sia all’empatia sia al piacere, creando un mix emotivo potente. Anche la nostra cultura enfatizza e ricerca il true crime. In una società dominata dai media, il modo in cui i crimini vengono raccontati riflette e amplifica i valori e le paure collettive. I casi di omicidio affrontati spesso coinvolgono dinamiche di genere, razza o classe sociale, collegandosi allora a discussioni più ampie sulla giustizia sociale.

È proprio la generazione Z che alimenta e si avvicina ancora di più a tali curiosità, proprio come nel caso del Mostro di Firenze. Il true crime diventa allora un momento di interesse e un’attività di lettura e ascolto attiva. 

La storia, ormai leggenda, dell’assassino fiorentino 

Tra il 1968 e il 1985 otto duplici omicidi avvenuti nei dintorni di Firenze sconvolgono l’Italia. I crimini ripetevano quasi tutti lo stesso rituale: coppie di amanti sorprese nell’intimità in luoghi isolati, uccise a colpi di pistola. L’assassino poi infieriva sul corpo della donna colpendolo con un coltello e mutilandolo, con particolare aggressività verso il seno sinistro. Molte le ipotesi avanzate: riti satanici, omicidi su commissione di natura esoterica, un gruppo di maniaci assassini o ancora un serial killer mosso da delirio religioso. L’inchiesta della Procura di Firenze ha portato alla condanna nell’anno 1994 del maggiore indiziato Pietro Pacciani. Nel 1998 invece dei suoi «compagni di merende» Mario Vanni e Giancarlo Lotti. L’arma utilizzata in tutti i delitti, una Beretta calibro 22, non è tuttavia mai stata ritrovata. Il caso sembra avere incertezze e buchi di trama che di conseguenza aumentano la curiosità verso la vicenda fiorentina. 

L’attrazione fatale tra la Generazione Z e il True crime

Oggi i contenuti audio a tema True Crime hanno un tasso di completamento superiore all’80% e l’ascolto di questa categoria è aumentato del 133% rispetto al report precedente. Anche la TV è testimone di questo fenomeno generazionale, così anche YouTube e Netflix. I programmi a tema cronaca nera registrano un tasso di ascolti sempre più in crescita tra le nuove generazioni, che interagiscono con commenti sulle piattaforme social. Se un tempo la passione per il true crime era un hobby personale, riservato a una nicchia di investigatori della domenica, ora qualsiasi ventenne appartenente alla Generazione Z conosce a memoria la poesia di Pietro Pacciani e ha una teoria su chi sia il Mostro di Firenze. Teoria che ci tiene ovviamente a condividere con altri online. Questo fenomeno ha portato una sempre crescente richiesta dei giovani nei percorsi di studi affini alla criminologia, come corsi di laurea specialistica o master. Le nuove generazioni oggi occupano il tempo libero in questo modo, indagando e ipotizzando pensieri propri e altrui. E quando i pensieri sono oscuri e perversi, proprio come quelli di alcuni criminali come il fiorentino, l’interesse aumenta e allora si creano una serie di network. 

Venuti a conoscenza di quest’interesse tra i giovani è necessario non preoccuparsi in quanto per la scienza il fascino per il true crime è per lo più innocuo. Il disclaimer però è che come qualsiasi infatuazione ha il potenziale per sfuggire al controllo, e diventare allora fatale.

Come ci si può sentire così vicini ad un caso di oltre trent’anni fa?

L’uomo che ha smosso le acque e diffuso terrore negli anni ‘70 e ‘80 continua oggi ad invadere podcast, giornali e video. Ma perché siamo interessati alla mente e ai meccanismi psicologici di serial killer? Sicuramente il nostro desiderio umano ci porta ad essere attratti  dal bisogno di adrenalina e dalla curiosità psicologica. D’esempio è il fatto che il mostro si avventasse e scatenasse la propria rabbia sul seno sinistro delle vittime facendo sì che nel nostro cervello di lettori o ascoltatori si creino questioni irrisolvibili. Queste destano curiosità, caratteristica peculiare e costante dell’essere umano, che ci porta a farci altre domande e a cercare nuove informazioni. Anche gli ultimi femminicidi ci ricordano di come le donne siano da sempre state catalogate come vittime facili e sessualizzabili. I crimini di uno degli uomini italiani più temuti del seguente secolo ci ricordano di come le donne fossero vittime allora e di come lo siano anche adesso. 

La sensibilizzazione delle ultime generazioni ha portato ad una crescente fama a favore del True Crime, dove il pubblico è per il 45% femminile. Nella fascia d’età tra i 18 e i 29 anni, la percentuale sale però al 61%. Le donne, in particolare quelle della generazione Z, ascoltando queste esperienze estremamente negative e macabre, sanno cosa può succedere. Dunque mantengono questa attività come forma di informazione e di protezione.

Micol Landi

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