Perché Trump odia Zelensky. Il conto aperto che pesa sull’Ucraina

Un attore, un palazzinaro e un marine entrano nello Studio Ovale. Sembra una barzelletta ma sono Zelensky, Trump e Vance ed è una tragedia

C’è un’immagine che è già nella storia. E’ scattata nello Studio Ovale, Trump seduto con il solito ghigno tra il divertito e il condiscendente. Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, davanti a lui, mentre il presidente degli Stati Uniti gli fa segno di stare zitto. Alla sua sinistra, il vicepresidente USA J.D. Vance, replica lo stesso gesto con l’aria di chi si gode una vittoria imminente. Silenzio. Questa scena rappresenta il momento esatto in cui l’Occidente si è incrinato definitivamente, l’Atlantico è diventato più largo e l’idea stessa di alleanza ha subito un duro colpo. Non importa da che parte si stia, ammesso che quando si tratti di guerra sia accettabile fare il tifo, chi abbia acceso la miccia e chi abbia premuto il detonatore. Il punto non è neanche chi ha vinto o perso in quello Studio Ovale. Il punto è capire perché Trump odia Zelensky, i motivi di tanto livore. E’ molto importante comprendere come questo scontro non è nato quel giorno, ma è un conto aperto che pesa sull’Ucraina da anni e di conseguenza sulla Russia e Putin.

Perché Trump odia Zelensky. Dagli usa all’Ucraina passando dalla Russia

Spoiler. Le inimicizie, come vedremo sono due. La prima è quella di Trump verso Zelensky, che inizia nel luglio del 2019 con una telefonata destinata a lasciare il segno. La seconda è il fastidio, quasi il disprezzo, che il vicepresidente Vance nutre nei confronti dell’Ucraina e della guerra con la Russia.

Tutto comincia con quella telefonata di Trump. Luglio 2019. Zelensky è appena diventato presidente, Trump è alla Casa Bianca da due anni e già fiuta la battaglia per la rielezione. Il primo mandato si avvicina alla scadenza e la campagna elettorale è dietro l’angolo. All’orizzonte si staglia il nome del candidato democratico più forte: Joe Biden.

Trump chiama Zelensky, lo riempie di frasi di circostanza, gli fa i complimenti per la vittoria. Dall’altra parte, Zelensky coglie l’occasione e avanza due richieste: la prima è quella che si trascinerà fino ai giorni nostri, la fornitura di armi per rafforzare l’Ucraina. Il Paese non è ancora stato invaso dalla Russia, la Crimea, invece, è già caduta nelle mani di Putin. Il governo di Kiev sa benissimo che la guerra è solo questione di tempo. La seconda richiesta è più politica: un invito ufficiale alla Casa Bianca, come da prassi tra alleati.

Trump ascolta, sorride, poi cala il suo asso. Una strana richiesta. Prima che io ti sblocchi i fondi militari e prima che noi due ci vediamo, mi devi fare un favore.

Ecco il punto in cui tutto cambia. Trump non parla di difesa, non parla di strategie, ma di affari. Gli racconta che girano voci sul figlio di Biden, Hunter, che in Ucraina lavora con una società energetica, Burisma. Sostiene che se ne parli fin troppo, che ci sia qualcosa da scoprire e che, in fondo, anche tutte le accuse di ingerenze russe nelle elezioni americane potrebbero avere un’altra origine. I servizi segreti Ucraini. Un’accusa pesante, mascherata da richiesta. Un favore in cambio di armi. Trump non lo dice esplicitamente, ma il messaggio è chiaro: se vuoi aiuto, prima aiutami tu.

Trump odia Zelensky perché a causa sua si è beccato l’impeachment

Ebbene si. Anche se molti analisti non lo ricordano, o fanno finta di non ricordare, a causa di quella telefonata il Presidente USA si è beccato un impeachment. Perché? La causa è il gioco di parole, un sottotesto sottile che sarà analizzato per mesi. Il messaggio è chiaro: fino a quando non sarebbero arrivati quei “documenti”, i fondi militari per l’Ucraina sarebbero rimasti bloccati.

All’inizio, questa telefonata resta riservata, chiusa nei cassetti del potere, protetta dal segreto. Nessuno ne sa nulla. Poi, da un momento all’altro, esplode. A farla emergere è un agente della CIA, e da lì inizia a rotolare come una valanga. Più cresce, più diventa pericolosa. Non è più una semplice conversazione tra due leader, ma il cuore di un’inchiesta. Rapidamente diventa il capo d’accusa con cui i democratici cercano di far saltare Trump. I democratici ci sguazzano. Letteralmente.

Quando il caso esplode, i democratici non si fanno sfuggire l’occasione. Partono all’attacco e avviano alla Camera la procedura di impeachment contro Trump.

L’impeachment: il meccanismo per rimuovere un presidente USA

Fino a quel momento, colpì solo due presidenti nella storia americana: Andrew Johnson nel XIX secolo e Bill Clinton negli anni ’90. Entrambi ne uscirono prosciolti. Vale la pena ricordare che l’impeachment fu minacciato anche contro Richard Nixon per lo scandalo Watergate, ma lui preferì dimettersi prima di finire sotto processo. Nixon, a differenza di Clinton e di Trump, sapeva di non avere più la maggioranza dalla sua parte. Controllava il Senato con i repubblicani, ma in pieno Watergate anche il suo stesso partito era pronto a scaricarlo.

Nessun presidente è mai stato rimosso con l’impeachment, ma solo uno è riuscito nell’impresa di subirlo due volte: Donald Trump. Quello legato all’Ucraina è il primo impeachment della sua carriera politica. La procedura parte dalla Camera, che conduce l’inchiesta e poi trasmette i risultati al Senato. Siamo ormai nel febbraio 2020. Manca poco all’inizio della pandemia, l’America sta per chiudere tutto. Nel caos generale il Senato mette la parola fine alla prima grande battaglia tra Trump e Zelensky.

Zelensky è l’intruso, l’elemento di disturbo tra Trump e la sua visione della politica estera. Un sassolino nella scarpa mentre lui punta dritto al bersaglio grosso. Per Trump, il nemico non è la Russia. Il nemico è la Cina.

La Russia non è più percepita come una minaccia per gli Stati Uniti

Non lo è militarmente, visto che non è riuscita a piegare l’Ucraina. Non lo è economicamente, perché non ha abbastanza peso per impensierire Washington. Ma soprattutto, non ha il controllo sulle tecnologie del futuro: nessun colosso dell’intelligenza artificiale, nessun monopolio sui brevetti strategici, nessuna carta da giocare nella corsa al dominio digitale.

La Cina, invece, è tutta un’altra storia. Trump lo sa benissimo. E lo ha capito ancora meglio nelle prime sei settimane dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, quando tutto sembrava procedere secondo i suoi piani, tra ordini esecutivi firmati a raffica e un ribaltamento dell’era Biden. Poi è arrivata la vera doccia fredda: la Cina ha annunciato una nuova intelligenza artificiale più veloce, meno costosa e meno energivora di quella americana.

Ecco dove si concentra la vera sfida. Non in Europa, non con la Russia, ma nell’Oceano Pacifico. Per Trump, perdere tempo con l’Ucraina è solo una distrazione. La sua strategia è chiara: riportare la Russia al tavolo con gli Stati Uniti, sganciarla dalla Cina e spezzare l’asse Mosca-Pechino.

Non è solo una sua idea, ma la visione dei think tank che hanno plasmato la sua politica estera. Gli USA devono concentrarsi sulla sfida nel Pacifico. Ogni distrazione atlantica va eliminata. E Zelensky, con la sua guerra che continua a bruciare risorse, è proprio questo: una distrazione da eliminare.

Giovanni Scafoglio

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