Zelensky, Trump e Vance entrano nello Studio Ovale. Il primo ha bisogno di armi, il secondo di applausi e il terzo di sembrare più intelligente di quello che è. Un ex attore, un ex palazzinaro e un marine con velleità da intellettuale. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma non c’è niente da ridere. Siamo a Washington, nella stanza più potente del mondo, e sta per andare in scena la più grottesca farsa politica che chi vi scrive ricordi.
Un attore, un palazzinaro e un marine entrano nello Studio Ovale: Zelensky, Trump e Vance
Zelensky arriva con il solito sguardo tra il disperato e il determinato. La sua faccia racconta la stanchezza di chi è costretto a ripetere sempre lo stesso copione: “Abbiamo bisogno del vostro aiuto.” Solo che questa volta il pubblico è cambiato, e Trump non è certo il tipo da commuoversi davanti a un presidente in abiti militari. Trump lo squadra dall’alto in basso, il sorrisetto a metà tra il divertito e il condiscendente. Lui è il padrone di casa, il boss del casinò, quello che tiene in mano le fiches e decide chi può ancora giocare. E non ama chi arriva a mani vuote. E poi c’è J.D. Vance, la spalla, il marine che ha cambiato il fango delle trincee con le moquette dei palazzi di Washington. Fa il duro, ma sa di essere il meno rilevante dei tre. Lui è qui per dare peso alle parole del capo, per fare il numero due senza rubargli la scena. Quando apre bocca, sembra voler dire qualcosa di profondo, ma quello che esce è un sermone sulla realpolitik.
Una imboscata degna del far west
Non starò a fare il riassunto dell’a sparatoria verbale dell’agguato, dell’imboscata, degli insulti e delle bugie sputate senza vergogna, della preparazione politica inesistente dei tre e della scarsa esperienza di Vance e Zelensky. E quest’ultimo? È caduto nella trappola di petto, si è lasciato guidare dall’istinto e si fatto mettere con le spalle al muro. Ora o dovrà chiedere scusa (sic) o barricarsi a Kiev, mentre Putin si sfrega già le mani.
Ma se Zelensky ne esce a pezzi, Trump non ne esce vincitore. Aveva venduto ai suoi elettori il solito pacchetto deluxe di promesse: fine della guerra, pace da grande mediatore, un accordo da sbandierare come trionfo personale. Poteva tornarsene a casa con un win-win da manuale: la mediazione, la fine della guerra e le terre rare Ucraine. E invece? Ha consegnato l’Ucraina a Putin con tanto di fiocco.
Il problema è che Trump ha un conto personale in sospeso con Zelensky. Il Presidente ucraino si era rifiutato (in passato) di aiutarlo nell’affare sporco legato a Hunter Biden, il figlio dell’allora presidente, e durante la campagna elettorale si era schierato apertamente con Biden. Un affronto che Trump non ha mai dimenticato. Per lui, e soprattutto per Vance, Zelensky non è solo il presidente di un Paese in guerra. È un avversario politico, un ostacolo da abbattere.
Se da nemici gli usa sono pericoloso, da alleati sono spesso letali
Abbiamo ancora davanti agli occhi la ritirata americana dall’Afghanistan, un fuggi fuggi generale che ha lasciato il paese in pasto ai talebani. E come se non bastasse, Trump – con il suo tocco da maestro – ha pure negato l’asilo politico a chiunque avesse collaborato con gli Stati Uniti, consegnandoli di fatto ai tagliagole talebani. L’esercito è scappato con tanta fretta che ha lasciato dietro tutto: basi, veicoli, interi arsenali. I talebani non hanno dovuto fare altro che raccogliere il bottino e armarsi fino ai denti, trasformando il paese in un mattatoio. Chi ha provato a ribellarsi è stato spazzato via con le stesse armi americane che dovevano difenderlo.
Del resto un’avvisaglia il popolo Ucraino l’aveva ricevuta già tra il 2000 e il 2014. Quando dopo aver promesso supporto alla sicurezza ucraina nel Memorandum di Budapest del 1994, gli USA non intervennero militarmente dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014.
Chissà se l’Ucraina non avesse rinunciato volontariamente al proprio arsenale militare in cambio di garanzie di sicurezza, come sarebbe cambiata la storia.
Gli Stati Uniti escono da questa storia più soli, più isolati
Non sono più il grande arbitro della geopolitica, ma un impero che gioca con i pezzi della scacchiera senza accorgersi che la scacchiera stessa sta crollando. Lasciando alla storia una immagine tra le più misere, oscure e meno dignitose della propria storia.
Zelensky, si ritrova ora un uomo più solo nel mezzo di una tempesta, senza più certezze, senza più la rete di sicurezza che credeva solida. Ha pagato la propria inesperienza e la durezza psicologica a cui questo conflitto lo ha messo alla prova.
E il popolo ucraino? Non ha ancora finito di pagare il conto. Lo verserà in sangue, come sempre. Carne da macello per giochi più grandi. Come ogni popolo coinvolto in una guerra. Sacrificabile oggi come ieri, come domani.
Giovanni Scafoglio
Leggi anche
- Trump e Musk a Gaza: l’osceno video generato dall’iA e diffuso dal Presidente USA
- Primi 30 giorni di Trump: pesanti tagli alla scienza
- Tutte le bugie di Trump su Zelensky analizzate da un modello di iA
- I 100 decreti lampo di Trump. Così interverrà su immigrati, profughi e gender
- Tutto quello che dovresti sapere su Donald Trump
- È stato il “virus” woke a spingere Elon Musk verso Trump
- Musk e la Silicon Valley sempre più a destra. Il supporto a Trump e il rifiuto delle regole democratiche

