Cosa sta succedendo nel mondo del lavoro? Secondo l’indagine 2026 “State of the Global Workplace” di Gallup, condotta in oltre 140 paesi, il coinvolgimento dei dipendenti a livello globale è calato del 20% nel 2025 – per il secondo anno consecutivo. L’Italia è sempre più distante dalla media europea con una percentuale di engagement che scende all’11% e con il 51% dei lavoratori che afferma di versare in una condizione di stress. Dal rapporto Gallup, emerge che questa contrazione è correlata ad una minore motivazione del management. Infatti, i manager presentano alti livelli di stress, rabbia, tristezza e solitudine. Dal 2022 il coinvolgimento dei manager è diminuito di ben nove punti percentuali.
La demotivazione sul lavoro ha un costo per le imprese
Mentre diminuisce la partecipazione al lavoro da parte dei dipendenti, l’economia mondiale perde 10 trilioni di dollari. Per recuperare queste perdite, le organizzazioni dovrebbero puntare sull’innovazione e su maggiori pratiche di people management e people caring. Non a caso, dal rapporto Gallup 2025, si evince che nelle aziende che abbracciano il cambiamento e puntano sulla socializzazione organizzativa, il 79% dei manager risulta più coinvolto.
Il mondo del lavoro è costantemente contrassegnato da nuovi fenomeni e per le imprese è sempre più difficile far fronte alle trasformazioni e tenere alto l’impegno dei dipendenti.
Complice anche l’intelligenza artificiale che sta sovvertendo i processi di lavoro e ponendo nuove sfide. A maggior ragione, è essenziale che i datori di lavoro e i manager favoriscano le condizioni per rispondere in modo efficace ai cambiamenti, per guidare l’utilizzo dell’AI e integrarla nella quotidianità del lavoro.
Ma quando la classe dirigenziale è manchevole di inventiva e di progetti di sviluppo, sperimenta emozioni negative che si riflettono su tutti i collaboratori. Ricoprire ruoli manageriali e di leadership significa avere delle responsabilità non solo in termini di obiettivi e di produttività, ma anche e soprattutto in termini di benessere psicologico e di valorizzazione del capitale umano. Un manager dovrebbe trasmettere passione per il proprio lavoro, proporre iniziative, favorire la crescita delle persone, comunicare in modo trasparente la visione dell’azienda e promuovere un clima di lavoro disteso.
Beninteso, se tutto questo viene a mancare, se non c’è corrispondenza tra comunicazione e realtà, i collaboratori perdono la motivazione e sperimentano distacco e sfiducia verso l’azienda per cui lavorano.
Possono funzionare le aziende senz’anima e con leadership poco riflessive?
Questa è la domanda che si pone Andrea Vitullo, executive coach con oltre 20 anni di esperienza nel mondo aziendale. È evidente che la risposta sia no. Le aziende per funzionare hanno bisogno di visioni, di senso di appartenenza, di qualità umana nelle relazioni.Le nuove generazioni sono meno coinvolte nel lavoro quando non si interfacciano con leader gentili, incapaci di mettere al centro la fiducia e l’autonomia del singolo al posto del controllo e della subordinazione.
Da una ricerca condotta da IntoTheMind su 1000 aziende è emerso che per il 41% dei datori di lavoro la GenZ risulta essere meno motivata e per il 42% meno coinvolta nell’azienda. E infatti, da questa indagine, risulta che la generazione Z è – secondo i responsabili – quella più difficile da trattenere. Il motivo non è di certo legato alla mancanza di volontà, ma alla ricerca di organizzazioni innovative, flessibili e capaci di esaltare le loro potenzialità.
Il modello “Quiet Ambition“
Pier Luigi Celli sostiene che le imprese necessitano di una capacità di investimento sia intellettuale che passionale. Quest’ultima è più difficile da riscontrare, motivo per il quale i giovani della Gen Z non sono disposti a rinunciare a un’occupazione sostenibile. Nello scenario contemporaneo, sta diffondendosi il modello “Quiet ambition”, che significa “ambizione silenziosa”. Si tratta di un’idea di successo basata sulla salute, sul benessere mentale e su uno stile lavorativo sostenibile.
Non è un approccio passivo nei confronti del lavoro (quiet quitting), anzi è la consapevolezza che il lavoro deve gratificare, dare l’opportunità di esprimere le proprie capacità e rappresentare valori in cui riconoscersi. Però se questi aspetti mancano, si pratica la quiet ambition, cioè l’ambizione a privilegiare la qualità del lavoro, a porre dei confini, a dedicarsi alle attività professionali in maniera “autotelica” e non per raggiungere il successo e la scalata gerarchica. L’ambizione è silenziosa perché intrinseca, rivolta a sé stessi, non chiede la validazione e l’approvazione degli altri. Significa opporsi di identificare l’uomo unicamente con il suo lavoro.
- Lo conferma l’ultimo rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale: per la maggioranza degli occupati – il 55% – la carriera non è una priorità.
Non deve sorprenderci il calo del coinvolgimento sul lavoro, in quanto per i giovani della società odierna, il lavoro non è tutto. È una parte della vita che deve aggiungere valore al proprio tempo e al proprio bagaglio di esperienze. E questa porzione di vita la si vuole trascorrere in aziende lungimiranti, mosse dal coraggio di rischiare e di andare a caccia di strumenti strategici per affrontare i mutamenti – senza mai perdere di vista la cifra umana.
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