In Australia, il 10 dicembre 2025, è entrata in vigore la legge che vieta l’utilizzo dei social ai minori di 16 anni. La normativa ha fatto da apripista attirando l’attenzione di diversi governi europei che stanno proponendo e valutando disegni di legge che prevedono il divieto di accesso ai minori di 15 o 16 anni. Francia, Danimarca, Grecia, Regno Unito, Germania, Polonia, sono in fase di definizione di una proposta di legge che possa inasprire le regole di utilizzo delle piattaforme. A questi paesi si aggiungono anche il Portogallo, la Spagna e l’Italia.
Il “Far West digitale” che sopprime la libertà
Il primo ministro della Spagna, Pedro Sanchez, durante il World Government Summit di Dubai, ha dichiarato che oltre a vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni, intende imporre ai dirigenti dei social network l’adozione di sistemi di verifica dell’età degli utenti.
“Le reti sociali sono diventate uno Stato fallito, dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati” ha affermato Sanchez.
Con queste parole, il primo ministro della Spagna, ha esposto l’esigenza di agire legalmente nei confronti dei responsabili delle Big Tech che non rimuovono i contenuti illegali e che consentono di manipolare gli algoritmi. Sanchez parla di un “Far West digitale” che sopprime la libertà delle persone e condiziona gli utenti ad agire secondo gli interessi dei responsabili delle Big Tech.
A proposito di libertà ostacolata dall’utilizzo precoce dei social network, anche il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron si è espresso con rigore:
“Il cervello dei nostri figli non è in vendita. Né sulle piattaforme americane, né sulle reti cinesi”.
In Francia, il disegno di legge che vieta l’accesso ai social agli under 15 è stato approvato dall’assemblea nazionale. Adesso, la Francia è in attesa dell’avallo definitivo del Senato e poi sarà il secondo Paese al mondo, dopo l’Australia, a vietare agli adolescenti di navigare nell’universo delle reti sociali.
I mezzi di comunicazione, in fondo, permettono di navigare in una dimensione virtuale, ma non consentono di abitare, percorrere il mondo, di fare esperienza. Il mondo è alla nostra portata, basta un click e tutto quello che accade fuori ci raggiunge senza nessuno sforzo, senza che la nostra curiosità di sapere sia alimentata.“Se possiamo vedere il mondo senza potergli parlare – chiosa Umberto Galimberti – siamo dei voyeur condannati all’afasia”.
La Legge come libero confine
Le leggi esistono non per limitare la libertà, ma per esercitarla, per essere provvisti di linee di demarcazione. Senza leggi, la massa agisce senza regole e l’omologazione trionfa sull’individualità. Secondo lo psicanalista Massimo Recalcati, l’angoscia della società ipermoderna è il venir meno del rispetto verso la Legge, è la “percezione che tutto, senza la Legge, è diventato possibile”.
La legge, chiosa Recalcati: “non è semplicemente un antagonista repressivo del desiderio, ma ciò che lo alimenta continuamente.”
Vietare ai ragazzi di usare gli smartphone fino all’età di 15-16 anni, non è una punizione, è il presupposto per la libertà. È una misura necessaria per tracciare un confine, quello tra il reale e il virtuale, tra quello che siamo chiamati a essere e quello che gli altri – i proprietari delle Big tech – vorrebbero che fossimo: un’accozzaglia di bit e algoritmi.
Per quanto le tecnologie siano strumenti potenti e utili per tanti aspetti del vivere quotidiano, non si può negare che abbiano segnato una trasformazione antropologica che oggi richiede delle riflessioni accurate da parte delle istituzioni e di tutta la comunità. La legge, questa legge sul divieto dell’uso dei social, non deve essere concepita come un puro costrutto burocratico. Deve rappresentare un segnale, un punto d’inizio affinché la crescita dei più giovani non sia alterata dall’utilizzo esasperato e improprio delle piattaforme social.
Restituire ai giovani lo spazio, il tempo e la salute mentale
Se nel mondo, qualcuno sta preoccupandosi di come stanno crescendo i bambini e gli adolescenti, abituati a maneggiare i device digitali come estensioni del proprio corpo, forse è il segnale che esiste ancora uno spazio politico in grado di legiferare e di agire per il bene comune. E laddove questo spazio non c’è, occorre costruirlo, perché non si possono ignorare i rischi della salute mentale derivanti dalla continua esposizione agli schermi virtuali.
Ma occorre anche restituire lo spazio, inteso come luogo fisico e materiale. Serve restituire il tempo, inteso come la dimensione entro la quale ci è consentito vivere la realtà, quella senza filtri, senza tridimensionalità, priva di falsificazione. Internet, il tempo e lo spazio li sostituisce con lo scrolling compulsivo, con le connessioni virtuali, con le emoticon e i like che prendono il posto delle parole.
Da uno studio pubblicato nel 2025 dell’Organizzazione mondiale della sanità, è emerso che nel mondo un ragazzo su sette – tra i 10 e i 19 anni – convive con un disturbo mentale, spesso legato all’ansia e alla depressione. In America, un’indagine condotta tramite il National Survey of Children’s Health, su oltre 50mila bambini e adolescenti tra i 6 e i 17 anni, ha registrato un aumento di ansia e depressione correlato all’uso delle tecnologie.
Un richiamo alla coscienza e alla responsabilità
In questo scenario, la presenza di una Legge che vieti l’utilizzo dei social sotto i 15-16 anni, che regoli la fruizione delle tecnologie, costituisce una presa di coscienza, un richiamo alla responsabilità nei riguardi dei bambini e degli adolescenti che hanno il diritto di crescere nel mondo e non attraverso una sua rappresentazione. Hanno il diritto di sviluppare il pensiero e il sentire: capacità talvolta condizionate, talaltra mutilate dalla dipendenza da smartphone e computer.
Piuttosto che continuare a far fluttuare i bambini e gli adolescenti nella comodità digitale che intorpidisce il cervello, meglio promulgare una Legge che provi a mettere al riparo il loro pensiero e la loro libertà.
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