Il mito della psicoterapia. Siamo davvero così vulnerabili?

psicoterapia

Il ricorso alla psicologia e alla psicoterapia è passato da essere un tabù a un diritto pubblico da dover rendere accessibile a tutti. Una ricerca condotta da ENAP, ha rilevato che dal 2020 al 2024, la richiesta degli italiani di aiuto psicologico è aumentata dal 29% al 39%. Secondo i dati di UnoBravo, il servizio di psicologia online, il 2025 ha registrato una crescita significativa della domanda di supporto psicologico rispetto al 2024. Inoltre, per il 2026 la Legge di bilancio ha confermato il bonus psicologico per sostenere le persone che versano in una condizione di fragilità mentale. Insomma, diversi dati ci suggeriscono che va diffondendosi “il mito della psicoterapia”.

Demitizzare il bisogno dell’assistenza psicologica

Uno dei miti, ovvero una delle idee che secondo Umberto Galimberti, plasmano il modo in cui viviamo, è quello della psicoterapia. Lo psicologo intende dire che la crescente invasione dell’assistenza terapeutica nella vita delle persone, genera in loro un senso di vulnerabilità che si traduce nel bisogno di cura. 

«Ma davvero siamo così vulnerabili che di fronte a ogni incertezza della nostra vita abbiamo bisogno di un’assistenza psicologica?» – si chiede lecitamente Galimberti. 

In effetti, demitizzare questa idea significherebbe riflettere sul fatto che il dolore è parte integrante e imprescindibile della condizione umana. Nessuna vita è mai stata scevra dalle sofferenze, ma rispetto al passato oggi si ha un’urgente necessità di dare un nome, una diagnosi ai momenti di smarrimento della propria esistenza. Quel che prima era considerato un ”normale” inciampo o turbamento, ora è rubricato a sindrome, patologia, disturbo, trattamento chimico.

La società in cui viviamo ci sta convincendo che tutti abbiamo bisogno di un’assistenza psicologica: questo è il mito della psicoterapia. Attenzione, questo non vuol dire minimizzare l’importanza della terapia, ma capire quando sia davvero necessario chiedere un supporto. Vuol dire non rendere patologico il dolore, le “malattie dell’anima” che come insegnano gli scrittori e i poeti sono le stesse che aiutano ad abitare il mondo e a barcamenarsi nel buio.

Ma cosa si nasconde dietro l’esigenza di patologizzare l’esperienza umana?

Secondo Frank Furedi, professore di Sociologia, dietro l’esigenza di patologizzare l’esperienza umana, si nasconde un inizio di regime di controllo sociale, un tentativo di omologare l’intimità delle persone e il loro modo di pensare e sentire. Il fatto che il supporto psicologico si sia affermato come un diritto e non più come una pratica di cui vergognarsi, ha prodotto un effetto collaterale. 

Senz’altro è un aspetto positivo che non ci si debba più vergognare di andare dallo psicologo. Ma non è un buon segnale constatare che la parte interiore di ognuno sia ridotta a merce da consumare, che si irrompa con facilità e senza discrezione nelle vite altrui. Il “nulla di cui vergognarsi” si è tramutato in “nulla da tenere per sé”, nessun luogo dell’anima da custodire o magari da condividere con un buon amico, un maestro, qualcuno pronto ad ascoltare i propri malesseri.

Il conformismo dell’intimità

Oggi si fa una gran fatica ad ascoltare, a stare in compagnia con il silenzio interiore, proprio o dell’Altro. Si fa fatica a conoscersi e si preferisce che qualcuno, un esperto della mente, dia una diagnosi alle proprie inquietudini. Ed è propria a causa di questa incompetenza dell’anima, che come osserva Furedi, si assiste al conformismo dell’intimità. Il sociologo osserva che, l’imperativo terapeutico della società odierna, generi l’autolimitazione delle persone, in quanto si convincono di essere fragili e di dover ricorrere ad un supporto.

Il punto è che l’essere umano è fragile per natura, e non c’è nulla di preoccupante in questo. Dalla fragilità si apprende il coraggio, la capacità di rompersi e ri-comporsi, di cadere e ri-alzasi. In fondo, “visto da vicino, nessuno è normale”, affermava Franco Basaglia per sottolineare che tutti siamo un po’ folli, che ognuno ha un’interiorità fatta di disagi, di debolezze e traumi. 

“Perché la follia sta diventando solo una faccenda “medica” e non più un evento “umano”? Perché ricorrere subito a un medico o a un farmaco quando la malinconia di un adolescente o la sua angoscia, sta implorando solo un po’ di ascolto?” (Umberto Galimberti).

Forse perché si sta disimparando a praticare la grammatica dell’emotività, perché non si ha tempo per conoscere sé stessi né gli altri. E allora si delega ad uno sconosciuto questo impegno o a un servizio di psicologia online. Oppure addirittura si interroga l’intelligenza artificiale.

Si ha davvero bisogno di un’assistenza psicologica o di un nuovo umanesimo che educhi le persone all’affettività, all’attesa e alla comprensione?

Emanuela Mostrato

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