I traumi d’infanzia che portiamo nelle nostre relazioni
I traumi d’infanzia che portiamo nelle nostre relazioni

Fermati. Prenditi un momento per leggere questo articolo. Potrebbe aiutarti a scoprire qualcosa di te che forse non sai. Ho preso spunto dal libro della psicologa Robin Norwood. Ma il titolo e’ alla fine di questo articolo per non influenzarne la lettura e lasciarti libero di riconoscerti, o meno, nelle riflessioni che seguiranno. Se impariamo a riconoscere i traumi d’infanzia che portiamo nelle nostre relazioni, possiamo iniziare a osservarli con maggiore consapevolezza. E da qui, comprendere meglio noi stessi, lavorare e migliorare le nostre relazioni. Perché certe dinamiche non riguardano soltanto gli altri. Possono riguardare tutti noi, uomini o donne che siamo.

Il contesto familiare

Il primo modo in cui, da bambini, impariamo a conoscere l’amore passa attraverso la famiglia. È nelle relazioni con le nostre figure di riferimento che costruiamo l’idea di cosa significhi sentirsi amati. Se cresciamo in un ambiente in cui l’affetto è stabile è probabile che la nostra idea di amore si leghi alla fiducia e alla sicurezza. Al contrario, se cresciamo in un contesto caratterizzato da conflitti, assenza emotiva o imprevedibilità, potremmo imparare a considerare “normali” forme di amore accompagnate da distanza e tensione. Questi primi apprendimenti possono influenzare profondamente ciò che, da adulti, interpretiamo come amore. Se da piccoli ci siamo sentiti ignorati o trascurati, potremmo sviluppare la convinzione di non essere abbastanza degni di ricevere amore. Se abbiamo assistito ai litigi dei nostri genitori e, invece di essere rassicurati, ci siamo sentiti dire «Non c’è niente», potremmo aver imparato a dubitare delle nostre percezioni. A forza di sentirci dire che ciò che proviamo non è reale, potremmo arrivare a non fidarci più delle nostre emozioni e del nostro istinto. E questo è solo uno dei tanti modi in cui le esperienze dell’infanzia possono lasciare un’impronta sulle nostre relazioni da adulti.

Anche il rapporto che abbiamo avuto con i nostri genitori può influenzare il tipo di partner che scegliamo. Ma in che modo? Possiamo individuare, semplificando, due dinamiche ricorrenti. La prima consiste nel cercare, inconsapevolmente, un partner che abbia caratteristiche molto simili a quelle del genitore con cui abbiamo vissuto maggiori conflitti. La seconda, apparentemente opposta, consiste nello scegliere qualcuno che sia l’esatto contrario, ma che percepiamo in qualche modo come “un gradino sotto” di noi socialmente, economicamente, culturalmente o sotto altri aspetti. Iniziamo a vedere i traumi d’infanzia che portiamo nelle nostre relazioni?

Perche’ scegliamo un partner con gli stessi problemi del genitore tossico?

Perché, prima di tutto, quella persona ci è familiare. Provenendo da un contesto simile, potremmo sentirci stranamente a nostro agio proprio perché riconosciamo, inconsapevolmente, dinamiche che abbiamo già vissuto. E poi perche’ cerceremo di cambiarlo. Avendo l’illusione che rivivendo la brutta esperienza passata e superandola risolveremo i nostri problemi. E poi? Potremmo arrivare a lasciare quel partner proprio dopo essere riusciti a cambiarlo. Perché, in realtà, quella non era la strada per superare il trauma. Stavamo combattendo la battaglia giusta, con la persona sbagliata. Quante donne finiscono per scegliere partner violenti dopo essere cresciute con un padre violento? E quanti uomini si ritrovano accanto a donne estremamente autoritarie, dopo aver vissuto dinamiche simili nella propria famiglia?

Ci sono anche persone che scelgono partner con problemi di dipendenza dall’alcol e trascorrono anni in una relazione dolorosa, cercando di salvarli. Ma cosa può succedere quando, finalmente, il partner diventa sobrio? A volte, proprio in quel momento, la relazione finisce. Come se, una volta vinta quella battaglia, fosse venuto meno anche il motivo per cui quella relazione esisteva. Perché, forse, quella battaglia non era realmente con il partner. Era con qualcosa di molto più antico: con la figura familiare che aveva originariamente generato quella ferita. Vi è mai capitato di essere voi la persona con un problema e di sentirvi costantemente rimproverati dal vostro partner? E poi, una volta cambiati, di vedere quella stessa persona, che investiva tutte le proprie energie nel cercare di cambiarvi, perdere improvvisamente interesse?

C’e’ anche da sottilineare che scegliendo un partner problematico la nostra mente sara’ continuamente impegnata a risolvere i suoi problemi. A discapito dei nostri. La relazione diventa così una sorta di “droga”: ci permette di concentrarci sul dolore dell’altro per non sentire il nostro. Investiamo tempo, energie e attenzione nel tentativo di salvare qualcuno, mentre rimandiamo continuamente il lavoro più difficile: quello su noi stessi.

Se, inoltre, durante l’infanzia non abbiamo ricevuto abbastanza amore, potremmo sviluppare la tendenza a essere eccessivamente disponibili, a cercare persone che si trovano in una situazione di bisogno e a identificarci profondamente con la loro sofferenza. Cerchiamo di alleviare il loro dolore, con la speranza di riuscire così ad alleviare anche il nostro. (Sindrome della crocerossina dice niente?). Ma può accadere anche l’esatto contrario. Alcune persone, come forma di compensazione, possono diventare estremamente egoiste, materialiste o dipendenti dalle attenzioni degli altri, entrando in una spirale nella quale l’affetto, le attenzioni e le conferme ricevute non sembrano mai abbastanza.

E, in un certo senso, non lo sono davvero. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato nelle persone che ci amano o perché ci diano troppo poco, ma perché quelle attenzioni non possono colmare ferite che hanno radici molto più profonde. Possiamo cercare per tutta la vita, nelle altre persone, qualcosa che avremmo dovuto imparare a riconoscere e costruire dentro di noi. E finché non iniziamo a prenderci cura di quella ferita, nessuna quantità di amore ricevuto dall’esterno sembrerà mai sufficiente.

Perche’ scegliamo invece un partner opposto al nostro genitore tossico ma un gradino sotto di noi?

Quando incontriamo una persona e’ inziamo a domandarci ‘Ha bisogno di me?’, ‘Mi salvera’ dai miei problemi?’ E’ una partenza sbagliata. Ed e’ un aiuto mascherato da controllo. Essere buoni e aiutrare, in realta,’ potrebbe essere un tentativo di controllare cosa succede e indirizzare il partner a fare quello che vogliamo. Quando siamo infilati troppo nella sua vita quotidiana, progettiamo il suo futuro allora in realta’ stiamo controllando e non aiutando. E il controllo e’ un meccanismo di difesa sviluppato in contesti complessi e difficili. Per la serie ‘Questa cosa la posso gestire”. Gestire, però, non significa vivere. Non significa fidarsi. Non significa lasciarsi andare, mostrarsi vulnerabili e aprirsi davvero all’altra persona. Significa mantenere tutto sotto controllo per evitare di sentirsi nuovamente in balia di qualcosa che non possiamo prevedere. Il problema è che, molto spesso, questo meccanismo produce esattamente l’effetto contrario.

Quando il partner si sente costantemente sotto il nostro controllo, difficilmente sviluppa gratitudine. Più spesso può sviluppare ribellione, risentimento e la sensazione che siamo noi la fonte di tutti i suoi problemi. E se il partner è una persona problematica e la relazione finisce, può instaurarsi un ulteriore meccanismo pericoloso. Potremmo iniziare a pensare: «Dopo tutto quello che ho fatto per lui/lei, se anche una persona così problematica mi lascia, allora non sono degno/a di avere qualcosa di meglio». La nostra autostima crolla e, invece di fermarci a capire cosa è realmente accaduto, rischiamo di passare dalla padella alla brace: dalla relazione con una persona problematica a quella con una persona ancora più problematica. Tutte queste dinamiche rientrano nelle relazioni tossiche perche’ non fanno bene a nessuna delle parti della coppia. Non si cresce insieme. Non ci si accetta per ciò che si è. Ma si rimane insieme per soddisfare bisogni, colmare mancanze, controllare l’altro o sentirsi necessari.

E forse è proprio qui che si trova uno dei punti più importanti di tutto questo discorso: quando facciamo fatica ad accettare gli altri per quello che sono, spesso è perché facciamo fatica ad accettare noi stessi per quello che siamo. Perché una relazione sana non nasce dal bisogno di essere indispensabili, di salvare qualcuno o di cambiarlo. Nasce dalla possibilità di scegliere l’altro senza doverlo possedere, aggiustare o controllare

Limerenza, ossessione e controllo. I traumi d’infanzia che portiamo nelle nostre relazioni

E se il partner ci lascia? Che sia il partner “tossico” o, al contrario, quello che avevamo idealizzato come la persona giusta per noi, cosa succede? Succede che possiamo stare malissimo. A volte, addirittura, possiamo arrivare a sentirci completamente travolti dalla sua assenza. Ma c’è un aspetto ancora più interessante: è possibile sviluppare una vera e propria ossessione. Anche nei confronti di una persona con cui non abbiamo mai avuto una relazione. Tutto dipende da ciò che noi proiettiamo su quella persona. Se iniziamo a pensare che sarà lei a salvarci e che con lei saremo finalmente felici,allora il meccanismo può diventare potentissimo. Captiamo i suoi segnali come destinati a noi, pensiamo ci siano dei simboli o messaggi nascosti. Cominciamo a vedere conferme e messaggi nascosti ovunque, perché abbiamo bisogno che la realtà confermi ciò che abbiamo già deciso di credere.

E così, lentamente, il nostro stato emotivo inizia a dipendere dall’altra persona. Una notifica può farci stare bene. La sua assenza può rovinarci la giornata. Un messaggio può darci euforia, mentre un silenzio può generare ansia, frustrazione o disperazione. A quel punto non stiamo più semplicemente vivendo un interesse o un’attrazione. Siamo entrati in un meccanismo di dipendenza emotiva. Possiamo arrivare a essere ossessionati da quella persona o sviluppare quella che viene definita limerenza: una condizione di intensa infatuazione caratterizzata da pensieri ricorrenti e difficili da controllare, dal bisogno di reciprocità e da una forte dipendenza emotiva dai segnali dell’altra persona. E la cosa più pericolosa è che, a quel punto, non riusciamo più a pensare ad altro.

Ognugno e’ responsabile della propria vita

Lo spunto di questo articolo e’ stato preso dal libro ‘Donne che amano troppo’ di cui ne consiglio la lettura. Ci sono una varieta’ di esempi dettagliati e pratici su, in realta’, persone che non si amano abbastanza, io direi. Incluse cause sociali e religiose sul perche’ la societa’, l’arte, la letteratura elevano questo genere di amori tormentati.

E’ piu’ facile guardare fuori che guardarsi dentro. Correndo da una relazione all’altra alla ricerca di cio’ che manca dentro di noi. Cercando di riempire un vuoto con quello che non ci riempiera’ non faremo altro che sentire ancora piu’ vuoto. Nessun partner puo’ risolvere i traumi d’infanzia che portiamo nelle nostre relazioni. Neanche la/le persone che le hanno causate perche’ all’epoca erano altre persone. Solo noi abbiamo questo potere.

Forse ti ritrovi in queste dinamiche. Forse ci sei dentro. O ci sei stato/a dentro. E’ capitato a tutti. Come essere umani cambiamo, ci scopriamo giorno dopo giorno e le dinamiche cambiano. Ma se questi meccanismi occupano tutta la tua vita, e’ bene chiedere un supporto. I traumi d’infanzia che portiamo nelle nostre relazioni sono risolvibili e non devono minare il nostro presente.

Francesca Bazzoni

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