A Valdobbiadene un 14enne è tornato da scuola senza scarpe. Il ragazzo, dopo aver terminato l’ora di educazione fisica non ha più trovato le sue scarpe lasciate nello spogliatoio della palestra. Il giovane era riuscito a comprare queste sneaker costose racimolando per mesi la paghetta e facendo qualche lavoretto. L’episodio ha suscitato indignazione non solo per l’atto di bullismo, ma anche per la reazione del personale scolastico che ha criticato i genitori per aver permesso al figlio di andare a scuola con scarpe di marca.
La scuola non dovrebbe deresponsabilizzare, ma educare, trovare soluzioni non mere giustificazioni
È assurdo che la scuola incolpi i genitori per aver fatto indossare al figlio una scarpa costosa, invece di cercare i responsabili dell’accaduto e scusarsi per l’episodio di violenza che ha subito lo studente di 14 anni. Purtroppo, il fenomeno del bullismo si verifica in moltissimi istituti scolastici, ed è sempre una sconfitta quando in un luogo che dovrebbe avere una funzione educativa e sociale, si trovano scorciatoie pur di non affrontare un problema.
La questione non può girare intorno al valore economico di un accessorio, perché ognuno deve essere libero di indossare e comprare quel che vuole in base alle risorse di cui dispone. Piuttosto, bisognerebbe discutere del fatto che il ragazzo di 14 anni è stato derubato e rubare è un’azione che va punita. Ed invece, la scuola avanza giustificazioni insignificanti, diffondendo l’implicito messaggio che lo studente se l’è cercata, perché in classe non ci si presenta con scarpe costose.
In classe bisognerebbe insegnare che le persone non si giudicano dall’abito, che gli amici si scelgono per quello che sono e non per quello che possiedono. Che le ingiustizie non si evitano, si affrontano. Bisognerebbe dimostrare attraverso azioni concrete che i bulli vanno educati e le vittime sostenute, non colpevolizzate.
Insomma, la scuola dovrebbe essere mossa dal coraggio e non dalla codardia
Sulla vicenda si è espresso lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet in un’intervista sul Corriere della Sera:
“Costose chi lo decide? Il preside? Mi pare un po’ un’ipocrisia. Poi sì, è possibile siano anche molto costose. Detto questo, credo che dobbiamo capire che a scuola uno ci va come vuole, non può andare con le scarpe bucate per far finta di essere povero se non lo è”.
Un’osservazione lecita, poiché nessuno dovrebbe sentirsi colpevole per essere nato in una famiglia piuttosto che in un’altra o per avere delle possibilità che gli altri non hanno. Nessuno sceglie dove nascere, ma è compito della scuola insegnare come stare in società, come vivere in armonia con gli altri.
A questo proposito, lo psicoterapeuta Vittorino Andreoli nel libro “Lettera sull’amore” osserva:
“Il riferimento per l’insegnante è la classe, e la capacità di condurla in modo armonico è di evitare l’errore di generare classifiche su base individuale. Le gerarchie sono sempre fonte di conflitti e soprattutto di esclusione, emarginazione.”
Il significato di diversità
Un insegnante per evitare di generare classifiche deve trasmettere ai suoi alunni che la diversità non ha a che fare con lo status ascritto che è attribuito per nascita e non dipende dunque dalla volontà degli individui. La diversità esiste nella misura in cui ognuno è portatore del proprio talento, delle proprie abilità, qualità e competenze. Solo questo significato fecondo può generare unione, condivisione e inclusione.
A quanto pare però, la capacità di condurre una classe in modo sinergico sembra essere una sfida sempre più impossibile in molti contesti scolastici che presentano purtroppo dei vuoti pedagogici.
Intanto, a Valdobbiadene (Treviso) il giovane di 14 anni è rimasto senza le sue scarpe acquistate con sacrificio, ma con l’amarezza e la delusione di una scuola che l’ha umiliato e non tutelato.
Alla luce di questo episodio e di tanti altri che manifestano le storture del sistema scolastico italiano, torneremo mai a parlare della scuola come uno spazio vitale in cui si agisce con giudizio, autorevolezza e coraggio?
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