Ci sono incroci mistici, talmente potenti da rischiare di creare un buco nero, in cui l’aria odora di elettricità e di spiriti irrequieti. Uno di questi accadde nell’autunno del 1969, una stanza che vomitava più fumo di una New York in preda ai deliri di uno scrittore noir e due sciamani del suono che decidono di evocare la tempesta perfetta. È stato in quel momento esatto che Jimi Hendrix e Miles Davis provarono ad arruolare Paul McCartney per creare quella che sarebbe stata la più grande band di tutti i tempi. Ancora oggi mi fermo a cercarew di immaginare cosa sarebbe stato. La chitarra di Hendrix, che grondava fulmini, fango e magia nera, pronta a fondersi con la tromba di Miles, fredda e tagliente come il respiro di uno spettro. Un incantesimo di carne e metallo che avrebbe squarciato il cielo. Il destino, però, ha soffiato via quel progetto prima che prendesse forma, condannandoci a un rammarico mistico e doloroso. Una musica che non è incisa su nessun disco terreno, ma che chiudendo gli occhi puoi quasi sentire bruciare nell’aria, pesante, magnifica e perduta per sempre.
Oltre i confini della musica: l’Incantesimo tra Jimi Hendrix e Miles Davis
Fine anni Sessanta dicevamo. Il jazz sta perdendo la sua gente, i ragazzi per strada ascoltano soul, funk e chitarre elettriche lisergiche. Miles è furioso. Guarda i discografici vendere al mondo intero “pelle bianca, capelli biondi e occhi azzurri”, trattando il successo di Janis Joplin come una grande novità, quando per lui era solo la fotocopia pallida del sudore e degli spiriti neri di Otis Redding.
Poi arriva Betty. Betty Mabry. Modella, pantera del funk, una donna che camminava e faceva tremare le pareti. Girava tra i fantasmi notturni di Andy Warhol e le visioni di Sly Stone. Nel 1968 sposa Miles e lo rivolta come un calzino. Con dita cariche di una magia sconosciuta gli strappa di dosso i noiosi abiti su misura, costringendolo a infilarsi in pantaloni a zampa, stoffe colorate, frange e occhiali scuri grandi come fanali. Ma il vero miracolo Betty lo compie con la musica: prende Miles e lo spinge dritto contro il tornado Jimi Hendrix. Anni dopo, in un brano chiamato “F.U.N.K.”, Betty avrebbe ricordato quel Jimi cantando con un sorriso complice che il ragazzo “aveva molto sentimento nelle mani”.
Miles viene travolto. Il chitarrista John McLaughlin raccontò di averlo portato a un concerto di Hendrix
Miles, un uomo che non si scomponeva nemmeno davanti a un uragano, se ne stava lì incantato a sussurrare “Maledizione… Maledizione…” a ogni assolo che squarciava l’aria. Jimi, dal canto suo, guardava Miles come si guarda un dio sceso in terra, con un timore sacro, anche se il suo vero spirito guida nel jazz restava quel folle veggente di Rahsaan Roland Kirk. Miles capisce subito chi ha davanti. Jimi è pura forza della natura, un autodidatta totale, esattamente come il vecchio zingaro Django Reinhardt. Un ragazzo che non sa leggere una sola nota scritta, ma che suona col sangue e con i nervi. SI dice che una volta Miles provò a spiegargli le regole di una cosa complicata chiamata scala diminuita. Hendrix lo guardò come un bambino: “Miles, non so cosa diavolo sia una scala diminuita”. E Miles, il principe delle tenebre, rispose in modo lapidario e dolcissimo: “Non ti preoccupare, te la mostro io”.
ll sangue elettrico: Jimi Hendrix dentro i Dischi di Miles
L’ammirazione di Miles per Jimi non era fatta solo di chiacchiere o di pacche sulle spalle. Era un contagio mistico e profondo. Nella sua autobiografia, Miles lo confessa in modo chiaro e tondo: “Jimi mi ha stregato e io ho stregato lui, ed è così che nascono i miracoli. Ci si scambia un segreto e si va avanti”. Se chiudi gli occhi e ascolti bene, puoi letteralmente sentire i fantasmi di Hendrix che camminano sui nastri magnetici di Davis. Prendi il brano “Mademoiselle Mabry”, che chiude l’album Filles de Kilimanjaro, è costruito mattone su mattone sull’anima di “The Wind Cries Mary”. Ma è nel disco Live-Evil che la possessione diventa totale. Il battito animale della canzone “Inamorata” ruba spudoratamente la linea di basso forsennata di “Fire”. E il pezzo “What I Say” è un vero e proprio rito tribale che ricalca l’energia di “Message to Love”, originariamente suonata da Hendrix con la Band of Gypsys. Le canzoni non sono più solo note scritte, ma spiriti irrequieti che passano da un corpo all’altro.
Per catturare quel demone ruvido e da strada, Miles smise di cercare i vecchi professori del jazz
Prese un bassista ragazzino, Michael Henderson, e gli ordinò di aggrapparsi solo a quel ritmo martellante alla Hendrix, come se fosse un incantesimo da non spezzare mai. Poi guardò Jack DeJohnette, il suo batterista elegante, e gli proibì di suonare morbido. Doveva picchiare duro sulle pelli, dritto e pesante, con la stessa forza carnale di Buddy Miles. Nella testa dello stregone Miles, la pozione perfetta aveva un sapore chiarissimo: doveva essere l’incrocio magico e bastardo tra la chitarra in fiamme di Jimi Hendrix e il funk sudato di Sly Stone.
Il 21 ottobre 1969 il produttore Alan Douglas, un visionario con il vizio di evocare miracoli, lancia un incantesimo attraverso l’Atlantico. Fa partire un cablogramma d’urgenza da New York verso gli uffici della Apple Records al numero 3 di Savile Row, a Londra. Sopra ci sono le firme di Jimi Hendrix, Miles Davis e del batterista Tony Williams. Le parole sfrigolano sulla carta: “Registriamo un LP insieme questo weekend a New York, vieni a suonare il basso?”. Mittente: Paul McCartney
Ebbene l’universo ha un senso dell’umorismo macabro. Esattamente il giorno dopo, il 22 ottobre, il mondo impazzisce. Esplode la leggenda grottesca che Paul McCartney sia morto, rimpiazzato da un fantasma. Per sfuggire ai demoni dei giornalisti e all’agonia dei Beatles che si stanno sgretolando, Paul si rintana nella nebbia di una remota fattoria in Scozia con la famiglia. Il messaggio magico non lo raggiunge. Al suo posto risponde un gelido assistente della Apple, Peter Brown, che spegne il fuoco con poche parole di burocrazia: “Paul è in vacanza, non tornerà prima di due settimane”.
Decenni dopo, al microfono dello show di Howard Stern, a Paul viene messo sotto il naso quel pezzo di carta autentico. Sgrana gli occhi come davanti a un’apparizione. “Sto sognando? È uno scherzo?”, mormora. Ricorda ancora la pelle d’oca di quando aveva visto Jimi suonare “Hey Joe” allo Speakeasy Club nel 1966. Tutta colpa di intermediari senza anima e di recapiti mai scambiati. Oggi quel telegramma originale riposa sotto vetro all’Hard Rock Cafe di Praga, esposto come la reliquia sacra di una religione mai nata.
Eppure, gli storici giurano che quel rito voodoo non si sarebbe consumato comunque
In quegli stessi giorni Tony Williams era divorato dal lancio del suo nuovo disco Lifetime, e Miles aveva già i bagagli pronti per un faticoso tour in Europa. Quel cablogramma era forse solo l’allucinazione stupenda di un produttore, un fulmine che ha illuminato il cielo per un istante prima di svanire per sempre nel buio.
Nel settembre del 1970, la magia nera si spezzò per sempre. Jimi se ne andò nel cuore della notte, inghiottito dagli spiriti prima ancora di poter spegnere il fuoco della sua chitarra. Quando la notizia schiantò Miles, il principe delle tenebre si chiuse in un silenzio di piombo. Non aveva perso solo un fratello di sangue e di sudore, aveva perso la metà esatta della sua anima sonora.
Si racconta che quella notte la sua tromba abbia pianto lacrime vere. Niente scale modali, niente accordi, solo un lamento animale, un respiro di metallo freddo che sapeva di cimitero e di polvere di stelle. Quell’album che Hendrix e Davis non hanno mai registrato, però, non è svanito nel nulla. È rimasto intrappolato nell’etere, sospeso come un fantasma elettrico che vaga senza pace tra i cavi dell’alta tensione. È una jam session distopica, invisibile e perfetta, accoccolata come un gatto nero in un universo parallelo. Una melodia di carne e fulmini così magnifica e straziante da far piangere lacrime di cenere perfino ai diavoli giù all’inferno. Ma forse in questo preciso istante quei due stanno tenendo un concerto proprio per Satana in persona. O forse no.
Giovanni Scafoglio
Leggi anche
- Cento anni fa nasceva Miles Davis: dieci dischi per comprenderne il genio
- 10 brani di Jimi Hendrix che non possono mancare nella tua playlist
- Woodstock: tre giorni di pace e musica che cambiarono la storia del rock
- Robert Johnson, un uomo, una leggenda, tre morti e tre tombe

