Quando vedi persone che sui propri profili Facebook condividono video furiosi contro i migranti, bandiere patriottiche, barconi e slogan urlati e ti chiedi l’origine di tanto odio e soprattutto l’origine di quei video e meme (e il loro scopo) questa è una storia che non puoi permetterti di ignorare. E’ la storia di Geeth Sooriyapura, l’influencer cingalese che ha trasformato l’odio contro migranti e musulmani in un business. Uno dei tanti che ha capito come trasformare ignoranza, razzismo e pregiudizio in una miniera d’oro sfruttando intelligenza artificiale, disinformazione e rabbia politica.
Al centro di questa storia c’è Geeth Sooriyapura, influencer originario dello Sri Lanka che ha compreso che l’odio contro migranti e musulmani è un business molto redditizio
Si definisce “Facebook ads king” e sostiene di avere guadagnato circa 300.000 dollari gestendo pagine e gruppi che diffondono hate speech, narrazioni anti migranti e messaggi islamofobici rivolti al pubblico britannico. Il suo caso è diventato l’esempio perfetto di come l’odio possa diventare un modello di business.
Chi è Geeth Sooriyapura e come si presenta online
Sul suo Instagram Sooriyapura costruisce un’immagine precisa: hotel di lusso, appartamenti con piscina, orologi costosi, auto lucide. Non parla di politica in prima persona, parla di soldi e “metodo”. Spiega di avere fatto fortuna grazie alle pagine Facebook su politica e immigrazione, puntate sugli utenti del Regno Unito.
Si propone come coach di “Facebook monetisation” e vende corsi on line. Promette a chi lo segue di trasformare Facebook in una “money bank”. Il messaggio di fondo è chiaro: per guadagnare tanto bisogna puntare su temi che scatenano reazioni istintive. Secondo lui l’immigrazione, l’islam e la sicurezza sono perfetti per questo scopo. Il target che dichiara di preferire sono gli over 50 britannici, descritti come il pubblico che “non ama gli immigrati”.
La rete di pagine Facebook che punta agli over 50 britannici
Un’inchiesta congiunta del Bureau of Investigative Journalism, dell’Institute for Strategic Dialogue e del Times ha ricostruito la sua rete. I ricercatori hanno collegato a Sooriyapura e ai suoi “studenti” almeno 128 pagine e gruppi Facebook. Insieme raccolgono circa 1,6 milioni di follower, quasi tutti utenti del Regno Unito.
In superficie queste pagine sembrano comunità di base: gruppi patriottici, spazi per “difendere i veri britannici”, forum su criminalità e sicurezza. I nomi richiamano bandiere, orgoglio nazionale, bisogno di “riprendersi il Paese”. In realtà la regia è coordinata. I contenuti vengono pensati e programmati da Sri Lanka, seguendo una strategia che unisce messaggi politici e obiettivi di guadagno.
Le pagine parlano di Brexit, di “stop the boats”, di case popolari, di tasse, di crisi del sistema sanitario. Tutto passa però attraverso una chiave precisa: dare la colpa ai migranti, ai musulmani e ai politici accusati di favorirli. Gli over 50 vengono raggiunti sia in modo organico, sia tramite campagne sponsorizzate che spingono i video più aggressivi.
Contenuti tossici, fake news e uso delle intelligenze artificiali
Il cuore del sistema sono i contenuti. I post e i video ruotano attorno a tre assi: attacchi ai migranti, ostilità verso i musulmani, delegittimazione delle istituzioni britanniche considerate troppo “morbide” su asilo e immigrazione.
Molti contenuti prendono di mira figure politiche specifiche, soprattutto il sindaco di Londra Sadiq Khan e il leader laburista Keir Starmer. Vengono accusati di “svendere il Paese”, di riempire il Regno Unito di migranti musulmani, di trascurare i cittadini britannici “nativi”.
Un esempio diventato centrale nelle inchieste riguarda un post su Sadiq Khan
Un suo impegno sulle case popolari è stato stravolto e riscritto come un piano per costruire 40.000 alloggi destinati solo ai musulmani, vicino a moschee e negozi halal. Nei commenti, sotto quel contenuto, compaiono minacce di deportazione, richieste di impiccagione e riferimenti a una guerra civile.
In tutto questo le intelligenze artificiali generative hanno un ruolo decisivo. L’indagine ha mostrato l’uso di immagini e video generati o manipolati con iA per creare clip brevi. Alcuni esempi: barconi di migranti che sembrano invadere le coste, folle ingrandite digitalmente per rendere le proteste più minacciose, montaggi costruiti come finti servizi televisivi. L’iA riduce tempi e costi, permette di pubblicare ogni giorno nuovi contenuti e di testare rapidamente quali varianti generano più rabbia e più condivisioni.
Il modello di business dell’odio
Sooriyapura dichiara di avere guadagnato circa 300.000 dollari con le sue pagine. Il meccanismo è quello della monetizzazione standard: i contenuti virali attirano visualizzazioni, le visualizzazioni portano annunci, gli annunci generano entrate. Quando un video incassa centinaia di migliaia di visualizzazioni, la remunerazione degli spot inseriti in mezzo si traduce in cifre molto alte.
L’altra gamba del modello è la formazione a pagamento. L’influencer vende corsi e “academy” in cui spiega come costruire pagine politiche virali orientate al pubblico britannico. Gli allievi imparano a:
- individuare temi che fanno da “grilletto emotivo”, come immigrazione e islam
- usare immagini e video estremi, spesso prodotti con iA
- mascherare le pagine come comunità di cittadini preoccupati, e non come progetti commerciali
Una volta che le nuove pagine iniziano a monetizzare, una parte dei guadagni torna al centro della rete. L’odio diventa così un format replicabile, una specie di franchising digitale basato su migranti e musulmani trasformati in bersagli permanenti.
La risposta di Meta e le questioni aperte
Dopo la pubblicazione delle inchieste, Meta ha rimosso una parte delle pagine e dei gruppi collegati a Sooriyapura. L’azienda ha parlato di violazioni delle regole sul comportamento non autentico e sul discorso d’odio. Il problema è che la chiusura è arrivata quando milioni di utenti avevano già visto quei contenuti e il network aveva già incassato una somma significativa.
Nel Regno Unito il caso ha riacceso il dibattito sulla capacità delle piattaforme di fermare campagne coordinate di disinformazione politica. Alcuni parlamentari hanno chiesto controlli più severi sulla monetizzazione dei contenuti che attaccano gruppi vulnerabili. Altri hanno sottolineato il rischio di campagne orchestrate dall’estero, in grado di influenzare il clima politico interno a costi ridotti.
Perché il caso Sooriyapura è un campanello d’allarme
La storia di Geeth Sooriyapura mostra che oggi un singolo influencer può creare un’attività redditizia sfruttando tre elementi: intelligenza artificiale generativa, logiche pubblicitarie delle piattaforme e fragilità del dibattito pubblico. Non serve un partito, non serve una struttura complessa. Bastano pagine ben confezionate, contenuti tossici e un algoritmo che premia ciò che divide.
I rischi sono evidenti. Le narrazioni razziste e islamofobiche vengono normalizzate nel feed delle persone
Le istituzioni democratiche appaiono deboli o complici. L’hate speech diventa una professione da esportare verso altri paesi e altre lingue. Finché un video manipolato sui migranti renderà più di un contenuto informativo corretto, casi simili continueranno a nascere.
Di quanto Odio, polarizzazione ed engagement sono la nuova corsa all’oro abbiamo più volte scritto.
Per limitarli servono regole chiare sulla monetizzazione, più trasparenza sugli algoritmi di raccomandazione, strumenti di verifica seri sull’uso dell’iA nei contenuti politici e un livello maggiore di alfabetizzazione digitale. Ogni clic su quei post non alimenta solo l’indignazione: alimenta anche il conto in banca di chi trasforma l’odio in lavoro.
Ginevra Leone
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