Zohran Mamdani ha 34 anni, è musulmano, nato in Uganda, socialista dichiarato e il 4 novemnre è destinato a diventare il nuovo sindaco di New York. Figlio del politologo ugandese Mahmood Mamdani e della regista Mira Nair, rappresenta la sfida più radicale mai lanciata all’establishment della città. Le sue posizioni su tasse ai miliardari, affitti congelati e trasporti pubblici gratuiti hanno acceso il dibattito nazionale. Donald Trump, intanto, ha già minacciato che, se Mamdani dovesse vincere, lo farà arrestare e invierà la Guardia Nazionale a New York “per ristabilire l’ordine”.
Chi è Zohran Mamdani
Zohran Mamdani è nato a Kampala nel 1991, in Uganda. I suoi genitori sono indiani musulmani costretti all’esilio. Il padre, Mahmood Mamdani, è un intellettuale di fama mondiale, autore di testi che denunciano le radici politiche della violenza in Africa. La madre, Mira Nair, è una delle registe più influenti del cinema asiatico e africano, capace di trasformare la diaspora in linguaggio universale. Da loro eredita due cose che in America pesano come zavorre: la fede islamica e la convinzione che l’identità non sia mai un’etichetta ma una forma di resistenza. Quando la famiglia si trasferisce a New York, Zohran cresce tra l’energia di Astoria e l’eco dei discorsi accademici che sente in casa. Si forma tra attivismo e teoria politica, ma senza mai quella patina da intellettuale urbano. Prima di candidarsi lavora con chi rischia lo sfratto, ai margini di una città che parla di inclusione e costruisce ghetti. È lì che capisce cosa significa davvero politica: non rappresentare, ma restituire. Quando decide di entrare nell’Assemblea dello Stato di New York, non cerca consenso, cerca spazio. E lo trova, con la stessa forza con cui l’America tenta di chiuderlo in una definizione, africano, musulmano, socialista, che lui usa come arma e non come limite.
Il piano socialista di Zohran Mamdani per New York
Zohran Mamdani presenta il suo programma come un manifesto di redistribuzione urbana, pensato per rovesciare la logica della disuguaglianza strutturale che domina New York. Nato nel cuore del Queens e formatosi nelle battaglie per la giustizia abitativa, costruisce una piattaforma che intreccia ideologia e pragmatismo economico. Le sue proposte chiave sono elencate nel programma ufficiale e toccano ogni ambito della vita cittadina:
- Casa: congelamento immediato degli affitti nelle unità stabilizzate; costruzione di 200.000 alloggi a prezzi accessibili; registro pubblico dei grandi proprietari immobiliari; interventi diretti del Comune nel mercato edilizio.
- Lavoro: salario minimo a 30 dollari l’ora entro il 2030; tutela dei lavoratori dei servizi e del comparto logistico; sostegno a cooperative e imprese comunitarie.
- Fisco: aumento delle imposte sui redditi superiori al milione di dollari; tassa sulle transazioni finanziarie; prelievo progressivo sugli immobili di lusso vuoti o speculativi.
- Trasporti: autobus cittadini gratuiti; gestione pubblica diretta dell’MTA; estensione delle linee nei quartieri periferici per ridurre le disuguaglianze di mobilità.
- Servizi pubblici: banca municipale per finanziare case, piccole imprese e infrastrutture; assistenza all’infanzia gratuita da sei mesi a cinque anni; ampliamento della sanità territoriale con poli di medicina preventiva.
- Immigrazione: rafforzamento delle sanctuary laws; difesa legale gratuita per migranti minacciati di espulsione; contrasto alle detenzioni ICE in strutture cittadine.
- Clima: chiusura graduale delle centrali a gas nel Queens; investimenti in energia solare e comunità energetiche locali; incentivi al recupero degli edifici pubblici.
- Alimentazione: rete di supermercati municipali per ridurre i prezzi dei beni essenziali; programmi di agricoltura urbana e incentivi alle cooperative alimentari.
- Educazione: abolizione del sistema di selezione precoce nelle scuole; potenziamento dell’istruzione pubblica nei quartieri a basso reddito.
- Sicurezza e giustizia: revisione del budget della polizia con reinvestimento in servizi sociali, psicologici e di quartiere.
Mamdani sostiene che per realizzare il suo programma colpirà i super-ricchi
quelli che hanno trasformato New York in una vetrina di disuguaglianza. Propone di aumentare le imposte per chi guadagna oltre un milione di dollari l’anno, introdurre una patrimoniale progressiva sui grandi patrimoni immobiliari e tassare le seconde case di lusso lasciate vuote. Vuole reintrodurre una tassa sulle transazioni finanziarie e cancellare le agevolazioni alle corporation che accumulano profitti record senza creare lavoro. Una parte dei fondi arriverebbe da una banca municipale capace di reinvestire il denaro pubblico in case popolari, infrastrutture e piccole imprese. Il messaggio è chiaro: far pagare i super-ricchi per restituire alla città ciò che per decenni è stato sottratto a chi la vive.
Tramp ha di farlo arrestare nel caso vincesse le elezioni a sindaco di New York e di mandare la guardia nazionale
Donald Trump ha trasformato Mamdani nel suo nuovo bersaglio politico. In un comizio in Florida lo ha definito “un comunista al cento per cento”, mettendo in dubbio perfino la sua cittadinanza americana. “Molti dicono che non è qui legalmente, controlleremo tutto”, ha dichiarato davanti ai suoi sostenitori, evocando la retorica anti-immigrati che aveva segnato la sua prima campagna presidenziale. Pochi giorni dopo, in un’intervista televisiva, ha minacciato apertamente di farlo arrestare nel caso vincesse le elezioni a sindaco di New York, accusandolo di voler “impedire agli agenti federali di fare il loro lavoro”.
Ha aggiunto che, se necessario, sarebbe pronto a inviare la Guardia Nazionale per “ristabilire l’ordine” in città. Le parole di Trump, riprese e rilanciate dai network conservatori, hanno riacceso il clima di scontro e alimentato un’ondata di messaggi d’odio contro Mamdani, bersaglio di minacce e campagne diffamatorie sui social.
È un caso che Trump parli di “cristiani massacrati dai musulmani in Nigeria” proprio nei giorni in cui un candidato di fede islamica minaccia di vincere a New York? Certo, un caso. Come sempre, quando la paura serve a coprire la politica, e le bugie tornano utili al “futuro premio Nobel per la pace”.
Giovanni Scafoglio
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