È morto James Senese. Con lui se n’è andato un pezzo di Napoli che respirava attraverso il sup sax. La notizia è arrivata stamattina come un colpo di vento freddo che dal Golfo schiaffeggia il Vesuvio, di quelli che ti graffiano la pelle. Senese aveva ottant’anni, eppure in quelle ance logorate dal suo respiro non si è mai sopita la rabbia di un ragazzo nato nero a Miano, cresciuto a metà strada tra il Bronx e via Marina, con il rumore dei treni che tagliano la città come ferite ancora aperte.
Lo immagino salire le scale del Paradiso descritto da Stephen King
Sax a tracolla, guardarsi intorno compiaciuto, perché quel cazzo di paradiso se l’è guadagnato suonando quel jazz che “Nun è jazz, è vita”. James era un soffio di Napoli che cercava l’America e trovava sé stesso ogni volta che il fiato diventava suono.
Napoli, 6 gennaio 1945. Miano è una periferia dura, un quartiere a nord di Napoli incastrato tra ferrovia e cemento, dove le case nascono addosso ai binari e i bambini imparano presto che la vita non aspetta. Negli anni Quaranta è un confine: né città né campagna, una terra di mezzo dove i soldati americani lasciano sigarette, dischi jazz e figli senza patria. Le strade portano ancora i segni delle bombe e l’odore del carbone bruciato.
Tra i muri umidi e le voci che salgono dai vicoli, una donna partorisce un bambino con la pelle scura. Anna Senese lo stringe al petto e lo chiama Gaetano, ma tutti lo chiameranno James, come il soldato afroamericano della Carolina del Nord che le aveva insegnato a ballare lo swing tra i carri armati della 92ª Divisione Buffalo. Lui è già tornato in America, lasciando dietro di sé solo un nome, un profumo di tabacco e una promessa non mantenuta.
I ragazzini lo spingono, lo deridono, poi restano muti quando lo sentono soffiare dentro il vecchio sax che la madre gli ha messo tra le mani a dodici anni. Il suono è ruvido, caldo, imperfetto: un vento che sa di Bronx e di Vesuvio, di rabbia e di perdono.
James non cerca la musica, la musica lo trova
Gli entra nei polmoni, nei nervi, nei sogni. Napoli gli parla in dialetto, il Bronx risponde in sincopi. Ogni nota è un passo tra due mondi che non si sono mai toccati: l’America del padre e la miseria orgogliosa di Miano. Lui non appartiene a nessuno, ma entrambi i mondi gli appartengono.
Dice: «Sono nato nero e sono nato a Miano, suono il sax tenore e soprano, lo suono a metà strada tra Napoli e il Bronx». In quelle parole vive tutto: la ferita del sangue, il respiro della città, la musica come unica lingua che non tradisce. James Senese è lo scugnizzo nero del dopoguerra che trasforma il dolore in ritmo, la vergogna in grazia, il fiato in profezia. Ogni volta che soffia nel suo sax, la notte si apre, e Napoli, quella vera, sporca e divina, smette di dormire.
James Senese entra nella musica come si entra in una rivoluzione: a piedi scalzi e col fuoco negli occhi

Gli anni Sessanta lo trovano nei vicoli di Napoli con un sax che parla più di mille discorsi. Con gli Showmen, e poi con gli Showmen 2, porta nei palchi italiani un soul mediterraneo che non aveva precedenti: vince il Girone B del Cantagiro nel 1968 con Un’ora sola ti vorrei, e da lì nessuno riesce più a fermarlo. Nel 1974 fonda i Napoli Centrale insieme a Franco Del Prete: jazz, funk, sangue, rabbia. Il dialetto napoletano entra nei riff come un urlo di fabbrica, e il jazz diventa lingua operaia.
James suona con Pino Daniele nei giorni del “Neapolitan Power”, quando Napoli diventa una Harlem sul mare. Le loro jam sembrano preghiere urbane, riti collettivi. Condivide palchi e studi con Enzo Gragnaniello, Lester Bowie, Don Moye, Mark Harris: ognuno riconosce in lui un suono che non assomiglia a nessuno. È figlio di un soldato americano e di una donna del popolo, e ogni nota sembra ricordarlo.
Non si piega mai al mercato. Rifiuta l’idea del musicista patinato, cerca invece la verità nelle cicatrici del suono. “Suono a metà strada tra Napoli e il Bronx”, ripete, e in quel mezzo mondo costruisce una cattedrale di ritmo e poesia. Con ’O sanghe nel 2016 conquista la Targa Tenco per il miglior album in dialetto, ma il premio non conta: conta la ferita. James Is Back, uscito nel 2021, suona come un ritorno e un addio insieme. Mezzo secolo di concerti, di assoli che odorano di ferrovia e mare, di parole che colano come pioggia sulla lamiera di Miano. Senese non cerca la gloria: cerca redenzione. E nel fiato del suo sax, Napoli continua a respirare.
Adesso quel fiato si è spento, ma la città continuerà a vibrare come una corda di rame, ogni volta che un ragazzo di periferia imbraccerà un sax per trovare il propio posto nel mondo e l’anima di James con essa.
Giovanni Scafoglio
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