Claudia Cardinale, il ballo è davvero finito

Claudia Cardinale, il ballo è davvero finito. Fu musa di Visconti, Fellini, Leone, Herzog. Una delle ultime dive del 900 italiano

Claudia Cardinale, pseudonimo di Claude Joséphine Rose Cardinale, nasce a Tunisi, figlia di genitori siciliani emigrati. Lontana da Cinecittà, lontana persino dall’idea di fare l’attrice. A scuola parlava francese, in casa il siciliano, l’italiano lo imparerà più tardi. Il cinema non era nei suoi piani. Poi, all’improvviso, partecipa al concorso “La più bella italiana di Tunisi”. Lo vince nel 1957. Il premio? Un viaggio a Venezia, durante la Mostra del cinema. Il suo viso, meraviglioso, non passa inosservato.

Il trasferimento a Roma, gli studi al Centro Sperimentale, le prime piccole parti

Nei primi film la sua voce viene doppiata: troppo francese, dicevano. Ma sullo schermo la presenza è magnetica. Nel 1959 Pietro Germi la sceglie per Un maledetto imbroglio: è Assuntina, ragazza di borgata, ingenua e ambigua allo stesso tempo. Il pubblico la nota, la critica anche. Da quel momento non è più solo una promessa.

Arrivano ruoli che pesano: Nadia in Rocco e i suoi fratelli di Visconti, la donna fragile travolta dalla violenza e dal destino. Aida in La ragazza con la valigia di Zurlini, personaggio che mette in mostra la capacità di rendere umana la disperazione. In pochi anni Claudia Cardinale è già dentro la grande tradizione del cinema italiano.

1963 l’anno in cui gira due capolavori assoluti del cinema italiano

In dodici mesi entra in tre set che faranno la storia. In 8½ di Fellini diventa l’immagine ideale, il sogno luminoso di Guido Anselmi. Non ha bisogno di troppe battute: basta lo sguardo, basta la leggerezza con cui attraversa le sequenze oniriche. La sua eleganza innata.

Nello stesso anno è Angelica Sedara ne Il Gattopardo di Luchino Visconti. È la giovane borghese che conquista Tancredi, simbolo di una Sicilia che cambia pelle. La scena del ballo, con Lancaster e Delon, è ancora oggi materia di antologia. In quell’abito da sera, Cardinale non interpreta solo un personaggio: diventa icona.

Sempre nel 1963 vola oltreoceano, sul set di The Pink Panther di Blake Edwards. Qui si muove tra commedia brillante e star internazionali come David Niven e Peter Sellers. Tre film, tre mondi diversi, un’unica attrice. È l’anno in cui Claudia Cardinale diventa davvero universale.

Molte attrici, dopo un successo simile, avrebbero firmato subito con Hollywood

Claudia no. Preferisce la libertà. Non vuole essere imprigionata da contratti esclusivi. Decide di restare in Europa, di lavorare con i registi che la stimolano. Sergio Leone la vuole in C’era una volta il West, Werner Herzog la dirige in Fitzcarraldo. Negli anni Ottanta interpreta La Storia, diretta da Luigi Comencini e tratta dal romanzo di Elsa Morante. Non accetta di diventare una cartolina da collezione: continua a recitare, a rischiare, a cambiare.

Nel 1993 la Mostra di Venezia le assegna il Leone d’Oro alla carriera. Non è un premio di consolazione, ma il riconoscimento a un percorso lungo, vario, coerente con se stessa.

Claudia Cardinale è stata musa di alcuni dei più grandi registi del ‘900

Claudia Cardinale, il ballo è davvero finito. Fu musa di Visconti, Fellini, Leone, Herzog. Una delle ultime dive del 900 italiano

Visconti la volle prima in Rocco e i suoi fratelli e poi ne Il Gattopardo, convinto che quella ragazza venuta da Tunisi sapesse incarnare due Italie opposte, la disperazione di Nadia e l’ascesa borghese di Angelica. Fellini la trasformò in figura eterea in 8½, la donna ideale che vive solo nella mente di Guido Anselmi: un’apparizione più che un personaggio, ma senza di lei il film perderebbe gran parte della sua forza visionaria.

Sergio Leone le diede in C’era una volta il West il ruolo di Jill McBain, unico personaggio femminile centrale in un universo dominato dai pistoleri: lei non era un contorno, ma l’asse su cui girava l’intera storia. Persino Werner Herzog, anni dopo, la cercò per Fitzcarraldo, film estremo e faticoso, dove serviva un volto che reggesse la follia e la grandezza dell’impresa. Intorno a questi giganti ci furono altri nomi — Pietro Germi, che la lanciò con Un maledetto imbroglio, Valerio Zurlini con La ragazza con la valigia, Luigi Comencini con La Storia — che videro in lei non solo un’interprete, ma una presenza capace di dare peso alle immagini.

Cardinale fu ispirazione, materia viva per grandi registi e una delle ultime dive del ‘900 italiano

Crtistina Ferrari

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