Robert Redford: i film che devi assolutamente vedere

Robert Redford: i film che devi assolutamente vedere: La stangata, La mia Africa, Tutti gli uomini del Presidente, I tre giorni del Condor

Robert Redford non era un attore, era una contraddizione vivente con i capelli biondi. Troppo bello per essere credibile, troppo intelligente per accontentarsi del ruolo di poster-boy, troppo scomodo per restare zitto e incassare. Hollywood lo voleva come Ken con il sorriso perfetto, lui preferiva trasformarsi in bandito malinconico, giornalista ossessivo, cowboy crepuscolare. Era il volto pulito che smascherava la sporcizia dell’America, la stella luminosa che si rifiutava di brillare per gli sponsor. Ogni suo film era un colpo basso all’illusione americana, un fotogramma che sapeva di whisky e polvere da sparo. Redford non interpretava ruoli, apriva ferite, metteva specchi davanti a un Paese che non voleva guardarsi. Era il ribelle con il volto da dio greco, il traditore del suo stesso mito, l’uomo che ha usato la bellezza come arma per raccontare la caduta. Ecco i film di Robert Redford che devi assolutamente vedere.

Robert Redford: i film che devi assolutamente vedere

A piedi nudi nel parco – 1967

Qui Redford non è ancora l’eroe politico, né il cowboy con le rughe che tagliano la faccia, ma un giovane avvocato impettito che cerca di tenere in piedi un matrimonio con Jane Fonda, donna vulcano che preferisce ballare sul tetto piuttosto che restare seduta al tavolo. Manhattan è il palcoscenico, l’appartamento è piccolo come una gabbia, e ogni litigio sembra un atto di guerra tra ordine e caos. Redford porta il completo stirato come fosse un’armatura, ma sotto c’è la paura di ogni uomo che non riesce a stare al passo con una donna troppo viva, troppo vera, troppo libera. Jane è la scintilla, lui la miccia: insieme esplodono in discussioni che fanno ridere e sanguinare. Questo è uno dei suoi ruoli più amati.

Butch Cassidy and the Sundance Kid – 1969

È il film dove Redford smette di essere attore e diventa leggenda. Sundance Kid è il pistolero silenzioso, veloce come un serpente e bello come un colpo di sole sulle rocce dello Utah. Paul Newman è Butch, il bandito col sorriso sghembo, la parlantina da predicatore ubriaco e la malinconia del mondo che finisce. Insieme cavalcano verso il nulla, due fuorilegge che sanno che il West è già morto e che il futuro non ha posto per uomini come loro. La polvere delle praterie diventa cenere di un’epoca, e ogni rapina sembra un ballo macabro sulle rovine del mito americano. La risata di Newman e lo sguardo ferito di Redford sono i due poli di un’America in declino: l’illusione della leggerezza e la certezza che prima o poi arriverà il proiettile definitivo.

Corvo rosso non avrai il mio scalpo! – 1972

Robert Redford, un uomo piantato nella terra, un seme di ghiaccio e furore che germoglia tra i pini. Non un eroe da poster, bensì un animale che impara a respirare con il freddo, a contare le costole del cielo e a parlare con i lupi. Il film è un rito di sopravvivenza, una liturgia pagana dove la natura ti insegna la legge più antica: o mangi o vieni mangiato, e se provi a essere qualcosa di più che un semplice ingranaggio, paghi un prezzo salato. Niente dialoghi patinati: violenza che arriva come neve improvvisa, silenzi che pesano come tronchi, vendette che si intrecciano alla pietà. La montagna diventa specchio e carne. Ogni villaggio, ogni incontro con gli altri uomini è una prova di verità: la civiltà inciampa, la bestia sopravvive. E quando la violenza esplode, non è spettacolo, è una ferita che sanguina. Se il cinema ha bisogno di santi oscuri, qui ne trovi uno in purezza.

La stangata – 1973

Un film che profuma di fumo, whisky e inganni messi in fila come carte da poker truccate. Redford è Johnny Hooker, truffatore bello come il diavolo e disperato come un orfano: i vestiti gli calzano a pennello, ma sotto la giacca c’è il cuore che batte a ritmo di debiti e vendette. Con Paul Newman forma una coppia di ladri gentiluomini che non hanno nulla da perdere e tutto da fregare al boss malavitoso. La stangata è un manuale di sopravvivenza in un’America che vive di illusioni: i potenti ti fregano con banche e politica, i poveri si arrangiano con i dadi truccati e con la bellezza del bluff. Redford ci mette lo sguardo da angelo caduto, Newman il sorriso da peccatore incallito. Insieme, ti trascinano in un giro di giostra dove la realtà è sempre un trucco e la sola verità è che vincono i più sfacciati.

Il grande Gatsby – 1974

Robert Redford qui è Jay Gatsby, il fantasma dorato di un sogno americano già marcio dentro. Abiti bianchi, camicie piegate come reliquie, feste che colano champagne e illusione. Redford ci mette il volto perfetto, quello che ti fa credere che il mondo possa essere elegante e giusto, mentre sotto c’è solo la solitudine che puzza di peccati. Redford trasforma Gatsby in un santo laico del desiderio: sorride ma sanguina, ti offre un drink mentre il cuore gli esplode. Non è solo un personaggio letterario, è un uomo che ha barattato la realtà per un’illusione, e quella scelta lo divora. Nel suo sguardo c’è tutta la tragedia americana: credere che i soldi possano comprare il tempo, che il passato si possa rianimare, che l’amore sia una questione di metri quadrati e giardini illuminati.

I tre giorni del Condor – 1975

Redford è Joseph Turner, analista della CIA. Un topo da biblioteca con la faccia da poster. Poi, all’improvviso, la mattanza: i suoi colleghi vengono fatti a pezzi e lui si ritrova braccato come un animale. Tre giorni di paranoia, sangue e verità che nessuno vuole sentire. La trama è una tagliola: l’uomo qualunque, intelligente ma ingenuo, scopre che il nemico non è il “fuori”, ma la stessa agenzia che lo paga. Redford diventa il corpo perfetto della paranoia americana post-Watergate: biondo, elegante, pulito, ma con il sudore che gli cola dalla fronte mentre capisce che non c’è più un luogo dove poter scappare. La ragazza che rapisce – Faye Dunaway, occhi enormi, voce fragile – diventa complice, ma anche specchio: in lei vede la vita normale che non avrà mai più.

Tutti gli uomini del Presidente – 1976

Robert Redford è Bob Woodward, il giornalista del Washington Post che insieme a Carl Bernstein (Dustin Hoffman) si mette a scavare nella merda fino a tirare giù un presidente. Più che un film, un campo di battaglia fatto di telefoni, sigarette, macchine da scrivere e silenzi. La trama la conosciamo: due cronisti di cronaca nera inciampano nel Watergate, cominciano a collegare pezzi di puzzle e finiscono per aprire la voragine sotto i piedi di Nixon. Il film non racconta la gloria del giornalismo, ti fa sentire l’ansia di chi non sa se tornerà a casa vivo, di chi bussa a cento porte e se le vede sbattere in faccia, di chi ha paura ma continua a scrivere perché non farlo sarebbe peggio. Il film è una droga lenta: niente inseguimenti, niente sparatorie, solo telefoni che squillano e voci che tremano. Eppure senti il cuore battere come se stessi scappando da un killer. Redford recita con la tensione di un uomo che ha capito che il potere non si combatte con le pistole ma con le parole stampate in prima pagina.

Robert Redford regista: l’uomo che tradì il mito americano per raccontarne le crepe

Robert Redford regista non era un esteta, era un chirurgo che tagliava l’America col bisturi. L’esordio con Gente comune (1980) gli vale subito l’Oscar: la storia di una famiglia borghese che implode sotto il peso del dolore, un’autopsia dei sentimenti travestita da film elegante. Milagro (1988), la ribellione di un villaggio contro i poteri, girata come una parabola politica impolverata. Con Quiz Show (1994) strappa la maschera alla tv patinata e mostra il trucco, i quiz truccati che diventano la metafora di un Paese che bara da sempre: candidato a quattro Oscar. In L’uomo che sussurrava ai cavalli (1998) recupera il mito western riscrivendolo di malinconia e ferite. Con Leoni per agnelli (2007) affonda la lama nella politica estera americana, senza paura di risultare didascalico lanciando Bred Pitt. Fino a The Company You Keep (2012), dove mette in scena la memoria braccata degli ex militanti radicali. Ogni volta la sua regia si finge classica, lineare, pulita: in realtà è un veleno lento che smonta il sogno americano e lo lascia marcire sullo schermo.

Redford se n’è andato come i suoi personaggi: senza chiedere permesso

lasciando dietro di sé il rumore delle rotative e il silenzio delle montagne. Lo immagino entrare in un cinema abbandonato, sedersi da solo in fondo alla sala, proiettare i suoi film sul muro scrostato e ridere piano, con la stessa ironia con cui ha fregato Hollywood. Un uomo che ha vissuto come un mito e che ora galleggia nell’aria rarefatta, tra un tramonto e una bobina impolverata, troppo bello per essere vero, troppo vero per svanire davvero.

Giovanni Scafoglio

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