Stefano Benni l’uomo che inventava mondi per insegnarci a “leggere” il nostro

Stefano Benni l'uomo che inventava mondi per insegnarci a "leggere" il nostro è morto. Da Bar Sport a La compagnia dei Celestini

Stefano Benni è morto. L’autore di Bar Sport e La compagnia dei Celestini che ci ha insegnato a trasfigurare la realtà con fantasia e ironia, se ne è andato, lasciandoci una bussola per continuare a leggere il presente.

Stefano Benni è morto

La prima mia prima reazione è l’incredulità. Gli scrittori creano mondi in cui ci sembra di poter vivere in eterno. Continueremo a farlo, ma senza di loro, come presenze fisiche, tutto pare un po’ meno magico. Il 2025 si stà rivelando decisamente inclemente con i tasselli del nostro immaginario collettivo. Figure diversissime si sono spente, da Eleonora Giorgi a Oliviero Toscani, da Pippo Baudo, fino a Giorgio Armani. La morte di Benni però tocca corde differenti, più profonde. Non scompare solo un autore amato: si incrina una lente attraverso cui molti hanno imparato a guardare l’Italia, i suoi paradossi, le sue tenerezze, la sua comicità più rivelatrice.

Non ce ne eravamo accorti o abbiamo finto di non vedere

Benni mancava “già da tempo”: una lunga malattia lo aveva costretto a sospendere le attività pubbliche. Lo scorso dicembre Goffredo Fofi, amico e compagno di strada, lo ricordava con lucidità dolorosa, parlando di una vecchiaia inclemente e di una comunicazione divenuta impossibile. Che carogna sa essere, a volte, la vita pensai. Togliere la voce a chi aveva dedicato la propria di vita a mostrarci come crudele e beffardo può essere il destino, e come solo lo sguardo critico sappia disinnescarlo.

Un lungo viaggio nell’invenzione di mondi

Nato il 12 agosto 1947 a Bologna, città amatissima e faro della sua narrativa, con gli Appennini come scena e laboratorio, Benni ha declinato la parola in ogni mezzo. Racconti e romanzi diventati celebri e tradotti. Pagine di giornale su L’Espresso, Linus, Repubblica, il Manifesto. Elzeviri in cui la cultura non era mai sfoggio, ma leva per mostrare le contraddizioni del reale. Testi per il teatro e per la televisione. Collaborazioni con comici e attori. Anche il lavoro di autore per Beppe Grillo, con battute entrate nella storia del costume e della politica. Espressione di una sinistra ideologica ma mai paludata, di un intellettualismo pragmatico e propositivo, Benni è stato soprattutto un idealista fantasmagorico. L’invenzione di mondi, le magie e i disincanti sono stati la sua chiave per decifrare e decostruire la realtà, lasciandola nuda, nei suoi paradossi più urgenti su cui agire.

Libri che hanno cambiato la nostra mappa mentale

La letteratura, quella buona, però non muore. Mai. Restano le sue storie, vivaci, ironiche, sbalordite e sbalorditive. Bar Sport, esordio del 1976, viviseziona l’Italia di provincia nel suo luogo di aggregazione più nevralgico. Terra! nel 1983 è un manifesto apocalittico su corruzione e inquinamento, che non rinuncia alla speranza, spesso con un sorriso amaro e contorto. La compagnia dei Celestini nel 1992 inaugura una linea decisiva: l’infanzia come spazio ingenuo e consapevole insieme, contrapposta a un mondo adulto spesso corrotto, avido, insensibile. Margherita Dolcevita, nel 2005, spinge quella traiettoria verso un messaggio esplicitamente anticonsumistico e ambientalista. In mezzo, e intorno, molti libri amati: Il bar sotto il mare con il suo coro di voci; Achille piè veloce e le sue amicizie in stanze appartate; Comici spaventati guerrieri e le maschere del presente.

Il rapporto con la realtà: trasfigurare per capire

La realtà di Benni è trasfigurata e tangibile nello stesso tempo. Città e fiumi possono avere nomi inventati. Detective e figure pubbliche diventano maschere, cambiano pelle, assumono sembianze animali. Le storie scendono nei fondali marini o salgono nelle soffitte della memoria. Lo sguardo però resta fisso sulla società reale. Difetti e faglie assumono una dimensione quasi senza tempo. In fondo a tutto rimane l’umanità, che questo scrittore espansivo e generoso amava e difendeva in ogni modo. Dentro le crepe anche più oscure dei racconti più grotteschi infilava sempre una scintilla, un varco, una risata che non assolve ma chiarisce.

“Le cose muoiono: questa è la prima cosa che non puoi cancellare, una volta che l’hai davvero scoperta. Le cose guariscono, le cose ricominciano, le cose tornano. Questa è una cosa bella da tenere in testa.”

Sono righe di Saltatempo, autobiografia infantile mascherata e resa incantata. Poche pagine dopo scrive: “La speranza fa il gioco del sole nel bosco”, si nasconde. Oggi, senza Stefano Benni, ci sentiamo tutti un po’ più al buio. I suoi libri restano però come lampade tascabili. Si aprono, illuminano pezzi di stanza, costringono a vedere ciò che evitavamo. È la sua eredità più semplice e più radicale: prendere la realtà, trasfigurarla, capirla, e poi agire.

Giovanni Scafoglio

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