Israele, il 26 agosto 2025, 350.000 manifestanti hanno riempito Tel Aviv per chiedere a Netanyahu la fine della guerra a Gaza e il rilascio degli ostaggi. In piazza c’erano familiari dei rapiti, sostenitori del Forum delle Famiglie degli Ostaggi e attivisti anti-guerra, uniti nella richiesta di un cessate il fuoco immediato. Mentre la protesta paralizzava Israele, il premier partecipava a una cena in Cisgiordania con leader dei coloni, figure legate all’estrema destra, segnando ancora di più la distanza tra governo e cittadini.
Israele 350.000 a Tel Aviv contro Netanyau per chiedere la fine della guerra di Gaza e la liberazione degli ostaggi
Le strade di Israele ieri non erano semplicemente percorse da manifestanti. The Guardian riferisce che i manifestanti hanno bloccato strade principali, incluso l’aeroporto Ben Gurion, nel corso di quella che è stata definita una “day of disruption”. La Reuters conferma che gli israeliani “hanno bloccato le strade in Tel Aviv e altrove, tenendo alti i volti degli ostaggi e chiedendo la fine della guerra“. Times of Israel descrive blocchi prolungati di autostrade come Ayalon, Route 1 (Tel Aviv–Gerusalemme) e la Route 2 costiera, e menziona pneumatici dati alle fiamme sull’asfalto per impedire il passaggio.
La “piazza degli Ostaggi” è stata riempita da, secondo gli organizzatori, un’onda che non si vedeva da anni. I familiari dei rapiti hanno guidato i cortei mostrando i volti dei prigionieri, ricordando che circa 50 ostaggi si trovano ancora a Gaza e che solo 20 sarebbero vivi secondo le stime più recenti. Lo slogan più ripetuto era “portateli a casa ora”, mentre cartelli accusavano Netanyahu di aver sacrificato gli ostaggi per prolungare la guerra. La protesta è stata organizzata dal Forum delle Famiglie degli Ostaggi, ma ha raccolto attorno a sé attivisti pacifisti, studenti e persino ex militari contrari alla linea del governo.
Netanyahu accorcia il gabinetto di guerra per una cena con i coloni “Per lui l’estrema destra è più importante degli ostaggi”
La decisione di Benjamin Netanyahu di interrompere anzitempo la riunione del gabinetto di guerra per partecipare a una cena in Cisgiordania con i leader del Consiglio Regionale di Binyamin ha innescato nuove polemiche. All’incontro erano presenti figure dell’ala più radicale della sua coalizione, note per sostenere l’espansione degli insediamenti. La mossa è stata percepita come un segnale di priorità politica verso i coloni, mentre in Israele centinaia di migliaia di manifestanti chiedevano la fine della guerra a Gaza e il ritorno degli ostaggi. La decisione ha causato forti polemiche nel governo: “E’ assurdo che il premier e i ministri preferiscano onorare Israel Gantz a scapito del tempo per una discussione approfondita in seno al governo.
Lo ha incontrato anche la scorsa settimana per celebrare il 50° anniversario di Ofra“, ha detto un ministro, riferendosi all’insediamento nella Cisgiordania settentrionale che ricade nella giurisdizione del Consiglio Regionale di Mateh Binyamin. La parlamentare Gilad Kariv (Democratici) ha scritto su X: “È passata una settimana da quando è arrivata la proposta di Hamas. Una settimana in cui i rapiti muoiono di fame nei tunnel e il governo non è stato convocato. E stasera, quando finalmente il governo dovrebbe riunirsi, Netanyahu vuole accorciarla per partecipare a una cena VIP per gli insediamenti“.
Netanyahu non vuole che la guerra finisca, per lui è uno scudo giudiziario
Netanyahu deve difendersi dall’accusa di frode, di violazione della fiducia e di accettazione di tangenti in tre casi distinti, che si protraggono dal 2019. Il leader israeliano ha sempre negato di aver compiuto illeciti e accusa il sistema legale di essere contro di lui e il suo governo. Netanyahu deve affrontare tre distinti casi di corruzione, istruiti nel 2019, che includono accuse di frode, violazione della fiducia e accettazione di tangenti. Il processo era iniziato il 24 maggio 2020, ma è stato poi ritardato dalla guerra tra Israele e Hamas.
Sono dossier noti come “Case 1000, 2000 e 4000”. Nelle aule del tribunale si discute di decine di migliaia di euro in tangenti, regali di lusso — scatole di sigari cubani, champagne rosé e gioielli — che miliardari amici avrebbero consegnato al premier e a sua moglie in cambio di favori politici. In un altro fascicolo, i giudici analizzano i suoi rapporti con editori e imprenditori del settore media: Netanyahu avrebbe promesso agevolazioni regolatorie in cambio di una copertura favorevole sui principali quotidiani. Se condannato, rischia fino a dieci anni di carcere per corruzione, oltre a pene accessorie per frode e abuso di fiducia.
Le pressioni politiche
Lo scorso maggio, Ronen Bar, capo dello Shin Bet, è stato costretto a lasciare l’incarico dopo settimane di pressioni legate anche al ruolo dei servizi nelle indagini su figure vicine al premier. Ad agosto, Netanyahu ha tentato un’altra mossa: rimuovere la procuratrice generale Gali Baharav-Miara (Prima donna a ricoprire l’incarico, Gali Baharav-Miara era stata nominata nel febbraio 2022 procuratrice generale di Israele dall’allora ministro della Giustizia Gideon Sa’ar), che supervisiona i procedimenti a suo carico. Il tentativo è stato bloccato dalla Corte Suprema, ma ha confermato l’offensiva del premier contro chi lo sta processando.
In questo contesto, la guerra a Gaza diventa per Netanyahu uno scudo politico
Ogni giorno di emergenza consente di rinviare udienze, spostare l’attenzione pubblica, stringere la sua coalizione. Analisti internazionali sottolineano come il premier non abbia alcun interesse a chiudere rapidamente il conflitto: la sua libertà personale è in gioco, e il prezzo rischiano di pagarlo tanto gli ostaggi ancora prigionieri quanto la popolazione civile.
Dal Forum degli Ostaggi alle piazze: gli israeliani si mobilitano contro la guerra a Gaza
Accanto alla piazza degli ostaggi e ai blocchi che hanno paralizzato Tel Aviv, si muove un fronte più ampio della società israeliana che non accetta più la logica della guerra permanente. Famiglie di riservisti richiamati al fronte, studenti, medici, gruppi pacifisti storici e semplici cittadini hanno iniziato a organizzarsi con manifestazioni quotidiane e azioni di disobbedienza civile. Non è più soltanto la richiesta di riportare a casa gli ostaggi: cresce la convinzione che la guerra a Gaza stia logorando Israele dall’interno, isolandolo sul piano internazionale e spaccandone la democrazia, ma soprattutto cresce sempre più la consapevolezza dell’orrore in cui è sprofondata Gaza.
Gli slogan vanno oltre l’emergenza: “Basta guerra, basta sangue”, “Non nel nostro nome”, “La sicurezza non è distruzione ma accordo”. Ogni corteo, ogni sit-in davanti al parlamento o alle basi militari, fotografa un Paese diviso: da una parte Netanyahu e la sua coalizione che insiste a colpire Gaza, dall’altra un Israele che, sempre più numeroso e rumoroso, chiede la fine delle ostilità e il ritorno a un futuro politico senza conflitti permanenti.
Ginevra Leone
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