Una donna si sveglia e scopre che le sue foto intime, scattate dal marito mentre dormiva, sono finite su un gruppo Facebook da 32mila iscritti. Commenti volgari, insulti, incitamenti alla violenza. È il caso “Mia Moglie”, esploso nell’estate 2025, che ha messo a nudo un lato oscuro dei social: uomini che tradiscono la fiducia delle partner, condividendo immagini private senza consenso. Pochi casi sui social media, hanno colpito come questo per la freddezza degli abusi e l’apatia delle piattaforme con lo spettro che ci siano anche casi di incesto. Al di la di “testimonianze anonime” e articoli acchiappalike: ecco cosa sappiamo davvero e il ruolo, sottovalutato, ma cruciale che ha avuto l’algoritmo di raccomandazione.
Cosa sappiamo davvero sulla pagina facebook “Mia Moglie”: come nasce
Attivo dal 2019, il gruppo privato “Mia Moglie” su Facebook era un covo di voyeurismo digitale. Uomini di ogni estrazione – operai, impiegati, padri di famiglia – postavano foto di mogli, compagne, ex o suocere, spesso rubate: in costume, nude, in momenti intimi. I commenti? Un campionario di misoginia: da apprezzamenti osceni a frasi come “Se la merita una lezione”. La pagina, chiusa da Meta il 20 agosto 2025 dopo migliaia di segnalazioni, violava le regole contro lo sfruttamento sessuale. Ma come è potuto durare sei anni? Le attiviste, come Carolina Capria e “No Justice No Peace”, hanno fatto la differenza, ma la lentezza di Facebook è sotto accusa.
C’è chi dice che sia tutto un fake: le migliaia di denunce provano il contrario
La Polizia Postale, guidata da Barbara Strappato, è sommersa: oltre 2.800 denunce in pochi giorni, principalmente da donne che si sono riconosciute nelle foto. I reati ipotizzati sono pesanti: revenge porn (fino a 6 anni di carcere), diffamazione aggravata, violazione della privacy. La procura di Roma sta vagliando un maxi-processo, forse il più grande caso di violenza digitale in Italia. Gli investigatori tracciano IP e profili fake, ma il lavoro è titanico. Molti utenti si sono spostati su Telegram, in gruppi come “Chat di Mia Moglie”. Qui la sfida si complica: Telegram, con sede a Dubai, offre poca collaborazione, dichiarando di non conservare dati.
Le vittime: un trauma che cambia la vita
“Non riesco più a fidarmi di nessuno. Mio marito mi ha venduta per like”, racconta una vittima al Corriere, chiedendo anonimato. Altre parlano di ansia, vergogna, relazioni distrutte. C’è chi ha trovato foto scattate di nascosto in spiaggia o a casa, chi ha riconosciuto la suocera tra le immagini. Non ci sono ancora prove di incesto, ma ci sono chat dove il termine viene utilizzato e la condivisione di foto di familiari è già un abuso grave. Il trauma psicologico è devastante: molte donne hanno avviato cause legali contro partner o ex.
Piattaforme sotto accusa: chi controlla i social?
Meta è nel mirino per aver permesso al gruppo di prosperare nonostante anni di segnalazioni. “Le piattaforme devono fare di più”, tuona la senatrice PD in Commissione Femminicidio, mentre gruppi come “Mica Macho” chiedono agli uomini di riflettere. Il caso, di cui si è occupato anche il Financial Times, è un monito globale: i social non sono solo piazze virtuali, ma luoghi dove si consumano reati reali. Dopo vent’anni a seguire scandali, da chat IRC ai deepfake, vedo un filo rosso: le piattaforme reagiscono solo quando il danno è fatto.
Le indagini
Le indagini proseguono, ma servono risorse. La Polizia Postale chiede più strumenti per monitorare Telegram e simili. Intanto, il caso “Mia Moglie” spinge per un’educazione digitale nelle scuole e norme più severe. Le vittime meritano giustizia, e i responsabili – mariti, compagni, anonimi commentatori – devono rispondere. Questo scandalo è uno specchio: mostra chi siamo quando pensiamo che nessuno ci guardi.
Il ruolo di Meta e degli algoritmi di raccomandazione nella vicenda del gruppo “Mia Moglie” su facebook
le colpe di Meta nello scandalo del gruppo Facebook “Mia Moglie” emergono con chiarezza da una moderazione reattiva e inefficace che ha permesso a un ambiente tossico di prosperare per sei anni, ignorando migliaia di segnalazioni e violando le proprie policy contro lo sfruttamento sessuale, con ritardi nella collaborazione con le autorità italiane che hanno complicato le indagini su revenge porn e abusi digitali; al centro di queste responsabilità vi è il ruolo cruciale degli algoritmi di raccomandazione, progettati per massimizzare l’engagement attraverso meccanismi che privilegiano contenuti divisivi e sensazionalistici, amplificando la visibilità di gruppi misogini come questo e creando bolle di tossicità che normalizzano la violenza online, come evidenziato da whistleblower come Frances Haugen che hanno denunciato come questi sistemi prioritarizzino il profitto sulla sicurezza sociale, pur essendo Meta consapevole dei rischi; tuttavia, in questo momento – con lo scandalo esploso solo pochi giorni fa, il 20 agosto 2025 – i media non hanno ancora affrontato in profondità questa questione specifica, limitandosi a critiche generali sulla lentezza della piattaforma senza indagare il contributo sistemico degli algoritmi alla diffusione di tali abusi, lasciando un vuoto nel dibattito pubblico che potrebbe perpetuare simili vulnerabilità digitali.
Giovanni Scafoglio
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