Condanne confermate in Appello ai boss dei Casalesi, ma il vero bersaglio resta chi racconta le mafie accade così che quello che leggiamo sui social è: Toglietegli la scorta. Il processo a chi ha minacciato Roberto Saviano diventa un processo a Saviano stesso.
Il processo: minacce del 2008, sentenza nel 2025, mafia riconosciuta
Roma, 14 luglio 2025. La Corte d’Appello ha confermato le condanne emesse in primo grado contro Francesco Bidognetti e Michele Santonastaso per le minacce rivolte a Roberto Saviano e Rosaria Capacchione. I fatti risalgono al 13 marzo 2008, quando durante un’udienza del processo Spartacus, l’avvocato Santonastaso lesse un documento redatto da Bidognetti e Antonio Iovine. Un testo intimidatorio, che accusava i due giornalisti di condizionare i magistrati e li invitava a “svolgere il loro lavoro correttamente”.
La formula era quella tipica del linguaggio mafioso. L’intenzione, chiara: delegittimare i cronisti che stavano documentando le infiltrazioni camorristiche nel casertano e oltre. La Corte ha riconosciuto l’aggravante mafiosa e ha condannato Bidognetti a un anno e sei mesi, Santonastaso a un anno e due mesi. Saviano, costituitosi parte civile, ha assistito alla lettura della sentenza con le lacrime agli occhi. Ha detto: “Mi hanno rubato la vita. E nessuno me la restituirà”. Parole che non hanno scaldato le cronache politiche, ma hanno segnato l’unico momento di verità in una giornata che avrebbe dovuto essere di giustizia.
La politica che non ha mai smesso di colpirlo: togliere la scorta a Roberto Saviano
Non appena uscita la notizia, non è stato il contenuto della sentenza a finire al centro dell’attenzione. Ma la sua figura. Ancora una volta. Non per quello che ha scritto. Non per le indagini che ha avviato o per le minacce ricevute. Ma per la scorta. L’ossessione di una certa destra italiana.
Era il 21 giugno 2018 quando Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno, disse: “Valuteremo se Saviano corre ancora dei rischi. Decideremo come si spendono i soldi degli italiani”. Da quel momento, il discorso è diventato pubblico e costante. Non c’è comizio o intervista in cui Saviano non venga tirato in ballo come simbolo di privilegio, di casta, di radicalismo da abbattere. Quando nel febbraio 2019, in piazza a Teramo, un simpatizzante urlò “togli la scorta a Saviano”, Salvini rispose: “Chi? Saviano? Chi è Saviano?”, strappando una risata alla folla. Rideva la piazza, non ridevano gli agenti che da anni sorvegliano un uomo a rischio.
Chi chiede la revoca della scorta non ignora i fatti. Li conosce. Ma sa che colpire Saviano fa rumore, genera consenso. Serve a dare un volto all’avversario ideale: non un mafioso, ma chi i mafiosi li denuncia.
Togliere la scorta: il nuovo populismo ha bisogno di un capro espiatorio
Non si parla più di sicurezza, ma di visibilità. Non interessa se la Direzione Investigativa Antimafia continua a registrare minacce credibili. L’importante è seminare il dubbio. Perché se anche solo una parte dell’opinione pubblica inizia a pensare che Saviano stia “approfittando” della protezione, allora il lavoro è fatto.
Il messaggio che passa è semplice: non importa quanto sia pericoloso il contesto in cui operi. Conta quanto sei odiato. Se diventi divisivo, se spingi le persone a schierarsi, allora sei vulnerabile. Ed è su questa vulnerabilità che si costruisce il nuovo populismo: colpire l’intellettuale, il giornalista, lo scrittore. Trasformare la figura che rappresenta la legalità in un nemico della gente.
L’odio digitale è moneta corrente, e gli algoritmi lo premiano
Sui social, l’odio fa più click della giustizia. La sentenza della Corte d’Appello è durata un ciclo di notizie. I commenti contro Saviano, invece, sono andati avanti per giorni. Migliaia di utenti, profili automatizzati e IA generative hanno rilanciato tweet, reel e clip con lo stesso ritornello: “Togliete la scorta a Saviano”. L’algoritmo non distingue tra diffamazione e discussione. Amplifica ciò che genera reazione.
L’intelligenza artificiale applicata ai social serve a ottimizzare il coinvolgimento, non a proteggere la verità. Più un contenuto divide, più viene mostrato. E Saviano, in questo, è perfetto. È divisivo, stimola la pancia, funziona come simbolo. Una macchina narrativa a disposizione di chi sa usarla.
E mentre l’odio cresce, la realtà resta sepolta: due boss condannati. Due giornalisti minacciati. Una vita sotto scorta.
Saviano e la sua scorta: chi racconta le mafie diventa più pericoloso, per alcuni, di chi le guida
In questa storia, il paradosso è totale. Chi è stato condannato ha un nome: Francesco Bidognetti. Ma il nome che i politici pronunciano è un altro: Roberto Saviano. Chi è stato minacciato viene esposto, chi ha minacciato scompare dalla narrazione. E il pubblico, in gran parte, accetta. Non si fa domande. Non va a verificare la sentenza. Si limita a scegliere da che parte stare. Come davanti a un sondaggio, non a un’aula di giustizia.
Saviano non è simpatico. Non cerca di esserlo. Non è accondiscendente. Ma è coerente. Ha raccontato la camorra quando farlo significava attirarsi il fuoco addosso. E oggi, quando l’attenzione mediatica scivola su altri temi, continua a essere il bersaglio ideale. Perché colpire lui significa colpire il principio stesso di responsabilità.
Un Paese dove chi denuncia viene linciato è un Paese che ha perso la bussola
La mafia, nei tribunali, viene ancora riconosciuta come minaccia reale. Ma nei social, nei talk, nei meme, viene spesso rimossa. Sostituita da chi ne parla. È l’effetto di un’epoca che premia chi urla, non chi indaga. Chi ride, non chi scrive. Chi incita, non chi espone.
Il vero processo, oggi, non è quello celebrato a Roma. È quello celebrato ogni giorno online. In quel processo, Saviano è sempre colpevole. Perché non tace. Perché non rientra nei ranghi. Perché ricorda che la verità esiste. E, proprio per questo, dà fastidio.
Francesca Rampazzo
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