Dieci canzoni dedicate ai gatti

Il 17 febbraio si celebra la giornata del gatto, un evento che unisce gli amanti dei felini in un'occasione di riflessione e festa

Il gatto non è il tuo amico. Non è il tuo fedele compagno, non è il tuo servile adoratore con la coda scodinzolante e la lingua fuori. Il gatto è il padrone di casa e tu sei solo l’ospite tollerato, l’inquilino che riempie la ciotola e pulisce la lettiera. Ti guarda con quegli occhi da messaggero degli inferi, un giudice silenzioso che ha già deciso se meriti la sua attenzione o la sua totale, glaciale, indifferenza. I gatti erano dèi nell’Antico Egitto, e il guaio è che non l’hanno mai dimenticato. Ecco dieci canzoni dedicate ai gatti.

Dieci canzoni dedicate ai gatti

1. Maledetto gatto – Lucio Battisti (1978)

Un gatto come antagonista di una storia d’amore, e già questo basta a fare di Maledetto gatto un brano fuori asse. Mogol e Battisti tirano fuori una canzone in cui il felino diventa la metafora di tutte le cose che si frappongono tra un uomo e una donna, l’ostacolo piccolo ma insormontabile, il bastardo che fissa, giudica, si piazza nel mezzo quando non dovrebbe. Musicalmente è un pasticcio elegante: un po’ pop, un po’ disco, un po’ ironico, un po’ triste, proprio come quei momenti in cui pensi di avere la situazione sotto controllo e invece ti trovi con un gatto sulle ginocchia e la tua ragazza che ti dice che no, non è serata.

2. Alice – Francesco De Gregori (1973)

La canzone più criptica di Francesco De Gregori. Una filastrocca allucinata, un viaggio a occhi aperti nel caos del mondo, e in mezzo c’è Alice. De Gregori la piazza lì, immobile, mentre la realtà intorno esplode. C’è Irene che si accende un’altra sigaretta meditando il suicidio, c’è Cesare che aspetta il suo amore sotto la pioggia, un amore che non arriverà mai. C’è uno sposo che grida la sua ribellione mentre tutti lo credono pazzo. Ma Alice non sa niente, non si sporca le mani, non si lascia coinvolgere. Forse è indifferenza, forse è l’unico modo per sopravvivere. Perché niente ha senso, e forse non deve averne. E Lili Marlene, bella più che mai, Sorride e non ti dice la sua età. Ma tutto questo Alice non lo sa. Quando De Gregori la portò a Un disco per l’estate nel 1973, arrivò ultima. Il pubblico non capiva, la giuria non capiva, probabilmente neanche De Gregori sapeva bene cosa avesse scritto. Noi si. Un capolavoro senza tempo.

3. The Lovecats – The Cure (1983)

Un jazz ubriaco, un valzer decadente con le unghie sporche di mascara e il sorriso scomposto da un bicchiere di troppo. The Lovecats è Robert Smith che si scrolla di dosso la malinconia per infilarsi in un cabaret di gatti randagi, tra contrabbassi sbilenchi e pianoforti stonati. Un brano che non c’entra un nulla con la cupezza dei Cure e proprio per questo diventa uno dei loro più grandi successi. Una festa sfatta, un’orgia di zampe e baffi, una canzone che cammina in equilibrio precario tra l’assurdo e il geniale. La linea di basso? Un incidente. Phil Thornalley, produttore e bassista per caso, viene incastrato da Smith che lo costringe a suonare un contrabbasso mai toccato prima. “Vai, arrangiati”, più o meno il concetto. E così nasce una delle linee di basso più riconoscibili del periodo. Il video? Una casa piena di gatti veri che fanno quello che sanno fare meglio: fregarsene di tutto, compreso il caos che li circonda.

4. Delilah – Queen (1991)

Freddie Mercury scrive una canzone d’amore. Ma non per un amante, non per una musa ispiratrice qualsiasi. Delilah è la sua gatta calico. Un’adorazione felina tradotta in musica, tra miagolii sintetizzati e una devozione spudorata. I Queen, band capace di costruire inni immortali, stavolta si inchinano al volere del loro frontman, che trasforma la sua passione per i gatti in un’ode sfacciata e surreale. Il risultato? Un pezzo che sballa completamente la solennità dell’album Innuendo, infilando una canzone nonsense nel testamento musicale di Mercury. Brian May, chitarrista e scienziato pazzo del suono, non si tira indietro: per l’assolo usa un talk box, cercando di riprodurre il miagolio della gatta. Roger Taylor, invece, non si diverte affatto. “Odio Delilah“, dichiarerà senza mezzi termini anni dopo.

5. Gatto Matto – Roberto Angelini (2003)

Estate 2003. Le radio italiane sono invase da un ritornello che si appiccica al cervello come una gomma da masticare sotto la suola: “Gatto Matto” di Roberto Angelini. Un brano che, con il suo ritmo accattivante e il testo leggero, scala rapidamente le classifiche, diventando un tormentone estivo e portando Angelini sul palco del Festivalbar.

6. Year of the Cat – Al Stewart (1976)

Un viaggio senza ritorno. Sei in un mercato che puzza di spezie e polvere, in una città che non conosci e che non sa niente di te. Poi c’è lei, una donna che sembra uscita da un sogno di notte fonda, ti prende per mano e all’improvviso ti rendi conto che non tornerai mai più indietro. Year of the Cat è una canzone che ti ipnotizza, una trappola dorata fatta di pianoforte che scivola sul velluto e assoli di chitarra che ti trascinano in un’altra dimensione. È la colonna sonora di un film che nessuno ha girato, di una storia che nessuno racconterà mai fino in fondo. Il pezzo non doveva nemmeno esistere. Stewart aveva scritto un brano su Tony Hancock, un comico inglese morto suicida. Poi la sua ragazza lascia aperto un libro di astrologia vietnamita e lui rimane colpito da una frase: l’anno del gatto. Cambia il testo, trasforma la canzone in un viaggio esotico, e improvvisamente ha tra le mani un capolavoro. Il destino è fatto così: a volte basta un libro lasciato aperto per cambiare tutto.

7 . Il Gatto e la Volpe – Edoardo Bennato (1977)

Nel 1977, Edoardo Bennato sferra un colpo da maestro con “Il Gatto e la Volpe”, una canzone che, sotto una melodia accattivante, nasconde una critica tagliente al mondo dello spettacolo e ai suoi loschi figuri. Ispirandosi ai personaggi truffaldini del capolavoro di Collodi, Bennato dipinge un quadro vivido di impresari senza scrupoli pronti a sfruttare giovani talenti ingenui. Il brano è un twist ironico che smaschera le promesse vuote di fama e successo, mettendo in guardia gli aspiranti artisti dalle trappole dell’industria musicale. Durante la registrazione di “Il Gatto e la Volpe”, Bennato volle ricreare l’atmosfera di una fiera paesana. Per farlo, invitò in studio alcuni artisti di strada napoletani, tra cui un suonatore di organetto e un venditore di palloncini, per aggiungere autenticità al brano. Questa scelta contribuì a dare alla canzone quel tocco festoso e al contempo beffardo che la caratterizza.

8 . Stray Cat Strut – Stray Cats (1981)

Un rockabilly da marciapiede, uno di quei pezzi che sanno di giacche di pelle consumate e di notti passate a fare la fame. Stray Cat Strut è il manifesto del randagio, di chi si aggira per le strade senza padrone, senza guinzaglio, senza bisogno di nessuno. Brian Setzer si cuce addosso la voce del gatto che tutti avremmo voluto essere: libero, arrogante, fiero. La chitarra è affilata come un rasoio, il contrabbasso pompa e la batteria ci cammina sopra con la leggerezza di una zampa felina. Non c’è traccia di malinconia, solo la certezza che l’unico modo per stare al mondo è fregarsene di tutto e camminare con la coda alta. Gli Stray Cats registrano il pezzo in Inghilterra, dove il rockabilly non è morto, ma si è rifatto il trucco. La scena punk li adotta, li venera, li trasforma in star. Ma la verità è che il brano lo scrive Brian Setzer mentre gironzola senza soldi per Long Island, suonando ovunque gli diano retta. Quando il pezzo esplode, le major vogliono farli diventare l’ennesima band da classifica. Ma loro, randagi veri, sputano sul compromesso e se ne fregano.

9. What’s New Pussycat? – Tom Jones (1965)

Immagina di entrare in un bar pieno di fumi, luci stroboscopiche e gente che balla come se stesse scappando da una realtà che non capisce. E poi, boom, entra Tom Jones, l’uomo con il fascino di un toro e la voce che potrebbe abbattere muri. La sua canzone? Un colpo alla nuca, un cocktail di jazz, pop e baccanale. What’s New Pussycat? è come un viaggio lisergico con la polizia sulle tracce. Si gira intorno a un pussycat che non è una gattina da coccolare, ma un’idea, un’ossessione, un giro di giostra impazzito. Tom non sapeva se ridere o piangere quando gli proposero il brano. Pensava fosse una follia. Ma quando Bacharach, con la calma di un maestro zen, gli disse che avrebbe dominato la scena, Tom si fidò. Il resto è storia: la canzone esplode, Tom diventa una leggenda del palco e ogni volta che urla pussycat, c’è chi si perde nelle trappole di quel suono folle.

10. Superstition – Stevie Ray Vaughan (1989)

Di gran lunga la mia preferita. In questa cover di Stevie Wonder, la chitarra di Stevie Ray Vaughan è un’arma affilata. La sua versione non è blues, non è soul, non è funk, è una scarica di pugni in faccia, di schiaffoni che ti fanno vedere la realtà per quello che è: pura follia. Il riff di Vaughan ti entra nelle ossa come un veleno, lo senti nelle mani che non riescono a smettere di battere a tempo. Ogni pennata è un graffiato felino. E poi c’è il video. Un gatto nero. Vero protagonista. Esce fuori dalla sua tana e inizia a fare piazza pulita: la band? Eliminata. Vaughan compreso. Il gatto non lascia scampo, e tu continua a non credere alle superstizioni.

“Più gatti hai, più a lungo vivrai. “ “I randagi continuano ad arrivare e non ce la sentiamo di mandarli via.” “Avere una banda di gatti intorno è bello, se ti senti giù, basta guardare i gatti e ti senti meglio, perché loro sanno che tutto è semplicemente com’è.” – Charles Bukowski.

Giovanni Scafoglio

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