Washington segna oggi il primo anniversario del secondo mandato di Donald Trump in un clima surreale. Il Presidente ha mantenuto la promessa di stravolgere lo status quo inaugurando un’era di isolamento e del ritorno alla dottrina Monroe. Questa scelta ha ridisegnato i rapporti di forza con Russia e Cina attraverso una guerra di dazi senza quartiere. La Nato è ridotta a un guscio vuoto mentre la “pace” a Gaza dimostra un cinismo diplomatico apparentemente efficace dietro il quale si celano interessi speculatori personali. Le contraddizioni più violente esplodono però sul fronte interno. Gli agenti dell’ICE conducono rastrellamenti senza precedenti ai confini e nelle città democratiche. La Casa Bianca ha però spiazzato il mondo con la cattura di Maduro per pura sete di petrolio. L’uso spregiudicato della grazia ha inoltre riaperto le ferite del caso Epstein. Queste manovre hanno innescato una crisi inattesa con gli elettori MAGA. La base osserva con smarrimento un leader sempre più imprevedibile, alla soglia dei suoi 80 anni e dei 250 anni di storia USA.
Il primo anno di Trump visto dai MEDIA USA
Le grandi testate statunitensi vivono il momento di scontro più aspro della storia recente con la Casa Bianca. I principali quotidiani accusano l’amministrazione di smantellare sistematicamente i contropoteri democratici. Il New York Times punta l’indice contro l’epurazione dei funzionari pubblici attuata tramite l’ordine esecutivo Schedule F. Gli editorialisti definiscono questa mossa un attacco mortale all’indipendenza delle agenzie federali. Il Washington Post denuncia invece l’uso politico del Dipartimento di Giustizia contro gli avversari del passato. I procuratori sembrano agire ormai su indicazione diretta dello Studio Ovale. Diverse inchieste evidenziano anche un conflitto d’interessi senza precedenti. I dignitari stranieri affollano i resort di proprietà della famiglia presidenziale per ottenere udienza. La stampa liberal parla apertamente di una deriva autoritaria che trasforma la diplomazia in un affare privato.
Anche i detrattori più feroci riconoscono alcuni successi innegabili a questi primi dodici mesi
Wall Street brinda a una corsa rialzista che ha polverizzato ogni record storico del Dow Jones. La deregolamentazione aggressiva ha liberato le imprese da vincoli ambientali considerati soffocanti. Gli investitori premiano la certezza dei profitti e il taglio delle tasse sulle società. Il settore manifatturiero mostra timidi segnali di risveglio in alcune aree della Rust Belt. Le fabbriche riaprono grazie ai dazi che rendono sconveniente l’importazione dall’Asia.
Il costo dell’energia è crollato drasticamente per le famiglie americane
La politica della trivellazione selvaggia ha inondato il mercato interno di petrolio e gas a basso prezzo. Questo ha offerto un sollievo immediato al ceto medio dopo anni di inflazione mordente. I governatori degli stati di frontiera segnalano inoltre l’azzeramento dei flussi migratori illegali. Le misure draconiane al confine col Messico hanno funzionato come deterrente assoluto. Infine, non sono scoppiate nuove guerre con coinvolgimento diretto americano. La promessa di non inviare soldati al fronte è stata mantenuta con rigore. Questo isolazionismo muscolare continua a garantire al presidente un consenso solido in gran parte del paese.
Lo zoccolo duro del movimento MAGA mostra le prime, vistose crepe di fronte a quello che i commentatori conservatori definiscono “il tradimento pragmatico”
L’elettorato di Trump manifesta sintomi di insofferenza su tre fronti specifici che minacciano la coesione del blocco populista. Il primo è il compromesso geopolitico in Venezuela: se l’arresto di Maduro è stato celebrato come un trionfo muscolare, la successiva decisione di mantenere intatta la struttura di potere dei generali chavisti per garantire l’estrazione di greggio a basso costo è stata bollata dagli influencer di ‘America First’ come un tradimento della dottrina anti-socialista in favore delle lobby petrolifere. Il secondo fronte è economico e colpisce la classe operaia della Rust Belt: mentre i dazi proteggono l’occupazione, l’inflazione sui beni di consumo importati ha eroso i salari reali, generando il sospetto che la guerra commerciale stia arricchendo i colossi nazionali a spese del potere d’acquisto delle famiglie rurali che vedono rincarare il carrello della spesa. Infine, esplode la rabbia dei circoli anti-establishment sulla gestione del caso Epstein: la scelta di utilizzare il segreto di stato per sigillare definitivamente i dossier, invece di esporre la rete di complicità globali come promesso nei comizi, ha alimentato la narrazione cospirazionista di una ‘resa’ parziale al Deep State che Trump aveva giurato di smantellare.
Questi primi dodici mesi di amministrazione Trump ci restituiscono un’America che ha definitivamente dismesso i panni del gendarme mondiale per indossare quelli del mercante armato, una nazione che non “esporta più democrazia” ma impone contratti, sacrificando le storiche alleanze sull’altare di un interesse nazionale cinico che arricchisce i grafici di Wall Street ma impoverisce l’anima politica dell’Occidente.
Ginevra Leone
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