La strage di Capaci: quel 23 maggio 1992 che nessuno dimenticherà mai

Alle 17:58 del 23 maggio 1992, una carica esplosiva di 500 chili di tritolo fece saltare in aria un tratto dell’autostrada A29 nei pressi dello svincolo di Capaci, in Sicilia. Un’azione terroristico-mafiosa di precisione militare, ideata e compiuta da Cosa Nostra per uccidere Giovanni Falcone, magistrato simbolo della lotta alla mafia. Con lui viaggiavano la moglie, Francesca Morvillo, anch’essa magistrato, e gli agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Morirono tutti. La scena che si presentò ai primi soccorritori fu devastante. L’esplosione aveva sventrato l’asfalto, creando un cratere di oltre dieci metri di diametro. Una delle auto della scorta, una Fiat Croma marrone, fu catapultata a decine di metri. L’auto di Falcone, una Croma bianca, venne sbalzata contro il guardrail. La moglie sedeva al suo fianco. Nessuno dei passeggeri sopravvisse.

Giovanni Falcone, il magistrato che cambiò il volto della giustizia italiana

Falcone era nato a Palermo nel 1939. Cresciuto in una città stretta tra omertà e violenza, divenne giudice istruttore al Tribunale di Palermo negli anni Settanta. Insieme a Paolo Borsellino e agli altri magistrati del pool antimafia, rivoluzionò il metodo investigativo contro Cosa Nostra: incrocio di dati bancari, uso delle tecnologie, lavoro di squadra e ascolto dei collaboratori di giustizia. Il suo lavoro condusse al Maxiprocesso, che portò a oltre 300 condanne definitive. La mafia non gli perdonò mai di aver dimostrato che era possibile colpirla al cuore con gli strumenti della legge.

Nel 1991 fu nominato Direttore Generale degli Affari Penali presso il Ministero della Giustizia. Da Roma, Falcone stava lavorando alla costruzione di una Procura Nazionale Antimafia. Stava ridisegnando l’architettura della giustizia italiana. E la mafia lo sapeva.

L’attentato preparato da mesi: la dinamica della strage

L’attentato fu organizzato con mesi di preparazione. Un commando mafioso scavò un tunnel sotto l’autostrada A29, all’altezza di Capaci, e vi collocò l’esplosivo. L’innesco fu azionato a distanza da Giovanni Brusca, membro di spicco di Cosa Nostra. Quel giorno, Falcone rientrava a Palermo da Roma. Guidava lui stesso la sua auto. Al momento dell’esplosione, stava percorrendo il tratto tra l’aeroporto di Punta Raisi e la città.

I tre agenti della scorta – Montinaro, Schifani, Dicillo – viaggiavano sulle vetture di testa e furono i primi a essere travolti. Le immagini dell’autostrada dilaniata fecero il giro del mondo. L’eco dell’attentato fu immediata e violentissima. Lo Stato e l’opinione pubblica si trovarono davanti a una scena di guerra in tempo di pace.

Le vittime della strage di Capaci

  • Giovanni Falcone, 53 anni, magistrato
  • Francesca Morvillo, 46 anni, magistrato, unica donna giudice uccisa dalla mafia
  • Antonio Montinaro, 30 anni, capo scorta
  • Rocco Dicillo, 30 anni
  • Vito Schifani, 27 anni

I funerali si svolsero a Palermo con onori di Stato. Le parole della vedova Schifani, Rosaria Costa, spezzarono il silenzio dell’omertà: “Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio.” L’Italia ascoltò. E qualcosa cominciò a cambiare.

La reazione dello Stato: il 41-bis, i pentiti e gli arresti

Dopo la strage, il Parlamento approvò una serie di provvedimenti straordinari. Venne rafforzato il 41-bis, il carcere duro per i mafiosi. Fu incentivata la collaborazione dei pentiti. Le procure di tutta Italia si coordinarono in un fronte comune. Nel gennaio 1993, Totò Riina, il capo dei capi, venne arrestato. Era latitante da 23 anni.

Ma la mafia non aveva finito. Cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio 1992, in via D’Amelio a Palermo, venne assassinato Paolo Borsellino insieme a cinque agenti della sua scorta. Due stragi in meno di due mesi.

Strage di Capaci: il ricordo nel 2025

Il 23 maggio 2025, Palermo si ferma. La città, simbolo della resistenza civile, accoglie studenti, magistrati, cittadini. La “Nave della Legalità” attracca al porto con centinaia di ragazzi provenienti da tutta Italia. Davanti all’albero Falcone, in via Notarbartolo, si leggono i nomi delle vittime. Alle 17:58 in punto, tutto tace.

Le istituzioni partecipano: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Ministro della Giustizia. Non è solo una commemorazione, è una presa di posizione. La memoria si fa azione politica e culturale.

La mafia ha cambiato forma. Non usa più tritolo, ma penetra nelle imprese, nella burocrazia, nei finanziamenti pubblici. Si insinua dove il controllo è debole. La lezione della strage di Capaci è ancora attuale: la mafia si combatte ogni giorno, con la trasparenza, l’informazione, la giustizia.

Cristina Ferrari

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