Meta ha brevettato un “sostituto digitale” che potrà postare al posto tuo, anche dopo la morte. Il ragionamento è semplice: se un giorno smetterai di usare Facebook o Instagram, l’algoritmo di raccomandazione se ne accorgerà. Questo perché non metti più like. I tuoi commenti finiscono. I tuoi messaggi restano in sospeso. DI conseguenza, come dovrebbe essere ovvio, scomparirai dalle bachehce dei tuoi amici (ammesso che anche facendolo ti vedano visto i nuovi meccanismi dei per te). Ecco, ora, Meta ha ottenuto un brevetto che delinea un’idea precisa: usare un modello linguistico per simulare il comportamento di un utente sui social e continuare a interagire al suo posto, quando l’utente è assente a lungo o quando è deceduto. Detto facile facile: Meta ha brevettato una iA che renderà possibile postare sui social anche dopo la morte.
Postare dopo la morte grazie a una iA sarà davvero possibile? La notizia in 30 secondi
- Meta ha ottenuto un brevetto USA con un titolo chiarissimo: “Simulation of a user of a social networking system using a language model”.
- L’idea è addestrare un modello linguistico sui dati di una persona, per imitare come quella persona metterebbe like, commenterebbe o risponderebbe ai messaggi.
- Il brevetto cita due scenari: pausa lunga dai social e persona deceduta.
- Meta, tramite portavoce, ha detto che non ci sono piani concreti per sviluppare proprio questa applicazione e che un brevetto non significa “prodotto in arrivo”.
- Il tema riapre domande pesanti: consenso, lutto, truffe, privacy, uso commerciale dei “resti digitali”.
Per chi vuole approfondire: che cos’è un brevetto
Un brevetto è un documento legale che descrive un’invenzione o un’idea tecnica in modo molto dettagliato. Serve a proteggere quell’idea. Una cosa conta più di tutto: un brevetto non è una promessa di lancio. Pensa a un quaderno di “idee possibili” scritto con linguaggio tecnico e legale. Alcune idee diventano prodotti. Tante restano nel cassetto. Nel caso di Meta, il brevetto è reale e pubblico, con numero e data. Non parliamo di una voce di corridoio.
Il brevetto di Meta, in concreto
Il brevetto assegnato a Meta Platforms Technologies, LLC indica come potrebbe funzionare una “simulazione” dell’utente dentro un social.
L’idea di base è questa:
- Si prende un modello linguistico
Un modello linguistico è un sistema che impara dai testi e poi produce testo o suggerisce risposte. In questo caso, viene usato per prevedere cosa diresti o cosa faresti online. - Si usa “dati specifici dell’utente”
Il documento parla di dati legati alle tue interazioni. Esempi facili:
- i post che hai scritto
- i commenti che hai lasciato
- i like che metti di solito e a cosa
- i contenuti che condividi
- il tuo stile di scrittura, cioè le parole che scegli e come costruisci le frasi
- Il sistema guarda cosa c’è nel tuo feed
Il brevetto descrive un passaggio tecnico: il sistema riceve una serie di contenuti dal newsfeed che “ti riguarda” e sceglie un contenuto rilevante. - Il sistema chiede al modello: “Cosa farebbe questa persona?”
Qui succede la parte più interessante. Il sistema invia un prompt, cioè una richiesta al modello, che include:
- la descrizione del contenuto
- informazioni di contesto
- la domanda finale: quale interazione consigli, come se fossi l’utente?
L’interazione può essere un like, un commento, una risposta testuale o altre azioni previste dalla piattaforma.
- Il sistema esegue davvero quell’azione
Non è solo un suggerimento. La descrizione parla di “interagire” con il contenuto in base all’output del modello.
Quando entrerebbe in gioco il “sostituto digitale”
Nel testo che ha fatto discutere, lo scenario viene descritto così: il modello potrebbe simulare l’utente quando l’utente è assente dal social, per esempio durante una pausa lunga o se l’utente è deceduto.
In pratica se tu sparisci da un videogame online, qualcuno potrebbe mettere il tuo personaggio in “pilota automatico” per farlo muovere come te. Qui il “personaggio” è il tuo profilo social.
E le chiamate audio o video?
In linea teorica sarà possibile l’ipotesi di integrazione con tecnologie capaci di simulare chiamate audio o video, cioè una replica più “immersiva”. In pratica: oltre a commenti e messaggi, potrebbe esserci una versione che parla, con voce simile alla tua, o appare in video. Questa parte è delicata: nel brevetto e nei racconti mediatici spesso si incrociano diverse tecnologie, come sintesi vocale e avatar. Il punto chiave resta che l’idea del brevetto è la simulazione dell’attività social.
Meta: “Nessun piano concreto”
Meta, tramite un portavoce, ha chiarito un concetto che molte persone saltano: depositare o ottenere brevetti serve anche a proteggere idee e ricerca. Non implica che l’azienda stia per lanciare quella funzione domani.
Quindi oggi la situazione è questa:
- il brevetto esiste
- l’idea è descritta in modo dettagliato
- Meta dice che non sta sviluppando “quell’esempio” come prodotto
Cos’è la Grief tech: la tecnologia del lutto
Il tema si collega a un settore chiamato grief tech. Tradotto semplice: strumenti digitali che provano a “tenere vicino” qualcuno che non c’è più, usando chat, avatar, video, voce. Nel Regno Unito, una parte del dibattito pubblico ha già preso forma: alcuni ricercatori ed esperti chiedono regole più chiare per le “ricostruzioni digitali” dei morti, perché possono creare danni psicologici, soprattutto in persone fragili o in bambini. Qui la parola chiave è una: dignità. Se una persona è morta, chi decide cosa può “dire” online usando il suo stile?
Cosa cambia rispetto a Facebook e Instagram di oggi
Meta ha già strumenti legati al “dopo”, solo che sono l’opposto della simulazione attiva.
Oggi, con Facebook e Instagram, esistono funzioni come:
- account commemorativi, cioè profili “memorializzati”
- legacy contact, cioè una persona scelta per gestire alcune cose del profilo dopo la morte
Punto importante: questi strumenti servono soprattutto a bloccare l’account e a gestirlo in modo limitato. Non servono a far continuare l’attività come se la persona fosse presente.
Esempio pratico:
un profilo memorializzato conserva ricordi e post già pubblicati, però evita nuove azioni “come se” la persona stesse ancora usando il social.
Perché questa idea spaventa tanta gente
- Consenso
Una persona può dire: “Sì, voglio un mio clone digitale dopo la mia morte”?
Certo, può volerlo.
Chi controlla che quella scelta sia chiara, verificata e cambiabile? - Truffe e manipolazioni
Un profilo che scrive e risponde sembra vivo.
Un truffatore potrebbe usarlo per:
- chiedere soldi agli amici
- convincere qualcuno a cliccare link
- tenere in piedi una rete di fiducia falsa
Anche con limiti tecnici, il rischio di confusione resta
- Lutto e confusione emotiva
Quando una persona muore, il cervello ha bisogno di accettare l’assenza.
Una simulazione può “tenere aperta la ferita” o creare dipendenza dal dialogo artificiale.
Nel dibattito UK, questo è uno dei punti più ripetuti: il rischio di corto circuito emotivo, soprattutto per chi soffre o per chi è molto giovane.
- Incentivo economico
I social vivono di attenzione: tempo passato, interazioni, contenuti.
Un account che “continua” genera segnali.
Segnali significano dati e possibilità commerciali.
Questa è una lettura da analisti, non una certezza. Però il sospetto nasce perché il modello di business dei social è quello.
Quindi Meta farà davvero un “me digitale”?
Oggi non c’è un prodotto annunciato. Esiste un brevetto che descrive come potrebbe funzionare.
Il me digitale saprebbe davvero chi sono io?
Saprebbe imitare il tuo modo di scrivere e alcune abitudini online. Resterebbe una copia statistica, non una persona.
Potrebbe dire cose che io non direi?
Sì. Un modello può sbagliare. Può fraintendere. Può produrre risposte fuori tono. Per questo l’idea crea paura.
Se io muoio, il mio profilo oggi continua a postare?
No. Oggi Meta ha strumenti di memorializzazione e gestione postuma limitata, non una funzione di “pilota automatico” sociale.
Se un giorno una tecnologia simile uscisse davvero, il dibattito serio ruota intorno a regole minime molto chiare, tipo:
- consenso esplicito e verificabile dell’utente, prima
- possibilità di spegnere tutto facilmente, da parte di eredi o contatti autorizzati
- etichette visibili: chi legge deve capire che è una simulazione
- limiti sulle azioni, soprattutto su messaggi privati e richieste sensibili
- divieto di pubblicità o suggerimenti commerciali dentro una “persona ricostruita”
- protezioni speciali per minori e persone vulnerabili
Senza queste barriere, la tecnologia diventa una macchina di confusione.
Cristina Ferrari
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